Alcune delle favole, delle storielle, dei racconti e delle barzellette che noi conosciamo, non sono affatto il frutto di "invenzioni" recenti, ma provengono dall'antichità. Soprattutto dal mondo classico. Esse, a ben vedere, dimostrano per l'ennesima volta che la moderna cultura affonda le sue radici nel lontano passato. È stato da poco pubblicato sull'argomento, da Carocci Editore, a firma del filologo Tommaso Braccini, un dettagliatissimo (ed impegnativo) saggio, intitolato "Lupus in fabula – Fiabe, leggende e barzellette in Grecia e a Roma" (253 pagine). Il libro parte dalla considerazione che «non tutte le narrazioni popolari che circolavano già presso Greci e Romani hanno attraversato il Medioevo per giungere fin nella nostra epoca: si può anzi supporre che molte siano perite senza lasciare traccia. Altre, invece, si sono salvate».

L'autore spiega che lo scopo del suo saggio «non è quello di fornire un repertorio enciclopedico, ma piuttosto quello di rintracciare e ricostruire, per quanto possibile, un campionario dello sfuggente patrimonio di narrazioni orali che circolavano nel mondo greco e romano». Il filologo toscano anticipa al lettore che «durante il cammino non si rinuncerà al piacere di raccontare ancora una volta le storie grandi e piccole, antiche e moderne, che da millenni si incontrano, si intrecciano, nascono l'una dall'altra, rispecchiando e contribuendo a plasmare la visione del mondo di chi le ascolta e di chi le narra».
Braccini evidenzia che anche nell'antichità, proprio come oggi, si raccontavano favole, si facevano battute (più o meno triviali e licenziose), si raccontavano barzellette, circolavano "fake news".

Lupi mannari, streghe, animali parlanti, servi astuti e sciocchi padroni, permalosi dei, esseri mitologici e vecchi saggi.
Tutti personaggi che hanno attraversato i secoli, quali protagonisti di fiabe, storielle e freddure. Per giungere fino a noi.
Grazie alla sua imponente ricerca documentale, l'autore del saggio ha scoperto ad esempio che nonostante non manchino le opinioni contrarie, «la celeberrima storia di "Amore e Psiche" – che costituisce il cuore delle "Metamorfosi" di Apuleio – è, in sostanza, l'unica fiaba ad esserci pervenuta nella sua interezza, dall'antichità». E ciò nonostante «ve ne fossero in circolazione anche altre che, tuttavia, non sono state così fortunate, perché non hanno trovato un Apuleio che le ha elevate alla dignità letteraria». Una delle parti più interessanti del saggio è certamente quella che tratta delle "barzellette"che circolavano tra la gente in epoca classica. Braccini spiega che «esistevano anche nell'antichità, e sappiamo che in più di un caso erano riuscite ad approdare alla forma scritta.

Sequenze di facezie, spesso nella veste più nobile di aneddoti umoristici attribuiti a specifici personaggi storici, compaiono ad esempio dove meno ci si attenderebbe, ovvero in Cicerone – e precisamente nel "Deoratore"– e in Quintiliano. L'apparente paradosso si spiega tenendo presente che la conoscenza di storielle divertenti poteva essere un'arma non indifferente nelle mani di un oratore, per ravvivare l'interesse del pubblico, o mettere alla berlina un suo avversario».
Dalla lettura del saggio si apprende che solo una collezione di barzellette ci è giunta dall'antichità. Si tratta del cosiddetto "Philogelos" (che letteralmente significa "Ridanciano"), una raccolta di storielle e freddure risalente ad un periodo oscillante tra il IV ed il V secolo dopo Cristo (dall'autore incerto, ma per convenzione attribuita a due personaggi piuttosto oscuri: tali Ierocle e Filagrio). Le 270 facezie contenute nel "Philogelos" vedono spesso, come protagonista, un personaggio di nome Bobos (l'equivalente greco del nostro Pierino). Le storielle sono suddivise in categorie.

Spiega Braccini: «Ci sono quelle sugli avari, sugli scorbutici, sui beoni, su chi soffre di alitosi...la parte del leone è però riservata agli "scholastikoi", che letteralmente erano coloro che avevano completato tutti i gradi dell'istruzione...nel "Philogelos" gli "scolastici" sono l'emblema della stupidità e della dabbenaggine". L'autore ricorda che, nel mondo antico, le amenità sugli "scolastici" erano diffusissime. A testimoniarlo v'è anche «un passo del filosofo Epitteto, che parla dello "scolastico"come di "quell'essere di cui tutti si fanno beffe"». Braccini evidenzia anche che «consonanze generiche nella scelta dei bersagli o delle tematiche, del resto, sono immediatamente avvertibili: basta pensare alle numerose facezie che rientrano nella categoria dei "topikà skòmmata", ovvero la denigrazione degli abitanti di determinate nazioni o città – nel caso specifico Cuma, Sidone e Abdera – famose nell'antichità per la stupidità dei loro cittadini».

Tutto il mondo è paese, verrebbe da dire. In tempi lontani, così come oggi. Un libro curioso, insomma, sebbene in alcune parti, forse, fin troppo dettagliato. Mi congedo riportando una delle storielle contenute nel "Philogelos": «Uno "scolastico"che voleva dormire, e che non aveva un cuscino, ordinò al servo di mettergli un vaso sotto la testa. Siccome quello obiettava che era duro, gli ingiunse allora di riempirlo di piume!». Siamo sinceri, non sarà certo una barzelletta esilarante come quelle raccontate da Gigi Proietti, ma per essere stata inventata più di duemila anni fa, in fondo, non è poi così male...