Alle 17.05 del 4 maggio del 1949, il bimotore che stava riportando a casa la squadra del Torino Calcio dopo un'amichevole disputata a Lisbona contro il Benfica, si schiantò contro la basilica di Superga. A causa dell'incidente, avvenuto per il maltempo, oltre ai membri dell'equipaggio, trovarono la morte tutti i giocatori, i dirigenti della società e tre giornalisti sportivi. «Ho sentito un rombo, paurosamente vicino, poi un colpo, un terremoto, poi silenzio, e una voce di fuori, gridare: è caduto un apparecchio! Riferì il cappellano della basilica, dopo la tragedia. All'indomani, Indro Montanelli, sul Corriere della Sera, così scrisse: "Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta".

Anche Dino Buzzati accorse sul posto, trasmettendo alle rotative il suo pezzo: "Nebbia, pioggia, vento, silenzio là dove, sei ore fa, s'è sfracellato l'aeroplano che riportava a Torino la più bella squadra di calcio d'Italia. Un pallido rossastro riverbero illumina ancora, palpitando, le muraglie della basilica di Superga"». Con quel terribile schianto terminò la storia terrena di una delle squadre di calcio celebri di tutti i tempi, ed iniziò la sua leggenda. Al fine di commemorare adeguatamente la tragica ricorrenza, è stato appena pubblicato, per l'editore Solferino, il breve saggio intitolato "Superga 1949 – Il destino del Grande Torino. Ultima Epopea dell'Italia Unita", a firma di Giuseppe Culicchia (126 pagine). L'autore ritiene che «solo una squadra di calcio ha saputo unire l'Italia, e non si tratta né della Nazionale vittoriosa in Spagna nel 1982, né quella che portò a quattro i titoli mondiali nel 2006: perché questa squadra è stata il Grande Torino».

Al di là delle personali opinioni, è incontestabile che la compagine granata, guidata da Valentino Mazzola, fu una delle squadre più forti di tutti i tempi. Culicchia rammenta che «quei ragazzi erano il meglio dell'Italia calcistica, e dato che, come sappiamo, il calcio è lo specchio del Paese, incarnavano il meglio di un'Italia che aveva un gran bisogno di tornare a credere in se stessa, al di là delle divisioni che erano costate tanti morti». Il libro dello scrittore torinese (di origini siciliane), ci offre l'occasione per approfondire la conoscenza di chi fece grande il "Grande Torino". Anche attraverso aneddoti curiosi.

L'autore del saggio rivela ad esempio che Guglielmo Gabetto (uno dei giocatori periti nello schianto), una volta riempì il bagagliaio del pullman con il quale la squadra stava tornando da una trasferta a Trieste, con delle sigarette di contrabbando; che Virgilio Maroso fu «il più grande terzino sinistro della storia del calcio italiano», tanto che in occasione di una partita della nostra Nazionale a Vienna, parte del pubblico si spostò nell'intervallo in corrispondenza del settore di campo dove giocava, per poter ammirare da vicino le sue qualità tecniche; che Julius Schubert, «lo straniero del Grande Torino», di origini cecoslovacche, «fu il solo giocatore a non avere la presenza di familiari durante i funerali del 6 maggio, e dato che nessuno ha mai richiesto il rimpatrio della sua salma, essa ancora oggi riposa al Monumentale di Torino».

Diverse pagine del libro sono dedicate al giocatore più forte e carismatico di quella squadra leggendaria: Valentino Mazzola (padre del non meno famoso Sandro). Il capitano del Grande Torino era nato a Cassano d'Adda da una famiglia proletaria, e aveva iniziato a lavorare da giovanissimo per dare una mano alla famiglia. Fu molto vicino a diventare un giocatore del Milan, ma dato che gli era stato offerto un lavoro alla Alfa Romeo (opportunità che gli avrebbe consentito di continuare la sua carriera calcistica), decise di restare nel capoluogo piemontese («È stato molto meglio aver scelto l'Alfa Romeo...–disse una volta – ...se fossi andato al Milan avrei percepito lo stipendio di 100 lire mensili e non avrei lavorato.
Meglio assai lavorare: con l'ozio c'era il pericolo di rovinare la mia passione, veramente sana, per il calcio e per la mia carriera»).

Valentino Mazzola fu uno dei giocatori più forti della storia del calcio. Di lui così scriveva Luigi Cavallero (giornalista anche lui perito a Superga): «Cerca costantemente la lotta ed è pronto in ogni momento ad affrontare l'avversario per strappargli la palla, per neutralizzare un pericolo, per cavar d'impaccio un compagno, per creare un'azione offensiva. È l'uomo che gioca con lo stesso impegno dal primo al novantesimo minuto di ogni partita, che si rifiuta alla sconfitta...è il giocatore più utile, il più redditizio. Ed è anche, oltre tutto, un gran bravo ragazzo: modesto, ubbidiente, sincero». Non dissimile l'opinione di un altro grande giornalista torinese, Gian Paolo Ormezzano: «Io ne ho visti giocare davvero tanti, e uno solo lo ha avvicinato: Alfredo Di Stefano. Ma con una differenza fondamentale: all'argentino i compagni passavano la palla come per un ordine.
Capitan Valentino, lui, invece, la palla andava a cercarsela».

Il figlio Sandro lo ricorda ancora così: «Di mio padre ho sempre avuto l'impressione che fosse un gigante, un omone alto almeno un metro e novanta. Quando mi prendeva per mano mi sentivo ancora più piccolo di quanto non fossi. Lo guardavo dal basso come un alpinista può rimirare la vetta che si accinge a scalare lassù». Ma i giudizi più lusinghieri su Valentino Mazzola furono dati da un tifoso juventino d'eccezione, Giampiero Boniperti: «Ancora adesso, se debbo pensare al calciatore più utile a una squadra, a quello da ingaggiare assolutamente, non penso a Pelè, a Di Stefano, a Cruijff, a Platini, a Maradona: o, meglio, penso a loro, ma dopo aver pensato a Mazzola». Lui era il capitano e l'emblema di una squadra leggendaria. Squadra che il padre di Culicchia così descriveva, commosso, al figlio adolescente: «Altro che Olanda di Cruijff. Credi a me: il calcio totale l'ha inventato il Grande Torino».