Tra i grandi pensatori del passato che hanno maggiormente contribuito alla mia formazione culturale ci sono, senza ombra di dubbio, Tito Lucrezio Caro (94 A.C.-56 A.C.) e Lucio Anneo Seneca (5 A.C.-65 D.C.). Attraverso il loro modo di osservare il mondo circostante, e attraverso le loro opere, ho infatti provato anche io a trovare le migliori risposte alle domande esistenziali più profonde. È stato da poco pubblicato da Laterza, a firma di Ivano Dionigi, un interessantissimo saggio, intitolato "Quando la vita ti viene a trovare – Lucrezio, Seneca e noi" (125 pagine). Il libro, con una prosa molto chiara ed incisiva, offre a tutti la possibilità di conoscere ed approfondire i punti cardine del pensiero dei due grandi filosofi latini. L'autore ci accompagna in un viaggio avvincente nel cuore della produzione letteraria di entrambi, e ci aiuta a percepire la straordinaria attualità della loro visione dell'universo («Lucrezio e Seneca sono nostri interlocutori perché ci hanno preceduti nelle nostre stesse domande; perché, allergici al pensiero unico, ci hanno prospettato concezioni diverse e rivali del mondo; perché, pur da sponde opposte, hanno sperimentato, in solitudine e in autonomia, cosa significa sopportare la verità quando la vita ti viene a trovare... come Socrate prima di loro hanno richiamato la filosofia dal cielo, l'hanno trasferita nelle città, introdotta nelle case e portata a interessarsi della vita, dei costumi, del bene e del male»).

Dionigi evidenzia con arguzia che la conoscenza delle pur differenti ideologie dei due grandi pensatori non genera affatto confusione; ma, anzi, aiuta a farci riflettere in maniera più profonda sul senso delle cose e sulla realtà che ci circonda («Ogni volta che ti schieri per l'uno ti assale il dubbio che la ragione stia con l'altro: perché entrambi hanno scritto per noi e di noi. Icone della bigamia del nostro pensiero e della nostra anima»). E questo è verissimo. Eccone le prove: Lucrezio era un convinto seguace del filosofo greco Epicuro; del quale assorbì, sviluppandola ulteriormente (soprattutto nel suo celebre "De rerum natura"), la sua ispida ma suggestiva visione del mondo. Dionigi, in una conversazione che immagina sarebbe potuta avvenire tra i due grandi pensatori latini se fossero stati tra loro contemporanei, così lo fa parlare: «Noi epicurei siamo i visionari di quello che c'è oltre il cielo e sotto la terra... dobbiamo avere il cuore puro: lontani dalle competizioni di ingegno e di sangue, dagli appetiti delle ricchezze e del potere. Tesori, nobiltà, gloria e potere nulla giovano al nostro corpo, nulla al nostro animo... Epicuro ha capito che tutto ciò che ci allontana dalle leggi di natura, e diventa elaborazione della mente, è male: così per il progresso, così per l'amore quando da pulsione diventa passione, quando al posto del corpo entra in gioco la testa.

Ha capito che il male viene da dentro, e che bisogna stare lontani dalla politica, che è un teatro delle illusioni, un inganno».
Lucrezio era critico anche nei confronti della religione, e della sua visione antropomorfica degli dei. Egli ritiene infatti che «gli dei, interrati in uno spazio cosmico circoscritto, sono inoperosi e disinteressati alle nostre vite. Siamo noi, vittime dell'ignoranza, e della paura, che li crediamo origine dei fenomeni naturali e causa dei nostri mali, tanto da inventarci la religione per renderceli propizi. Ma la religione ci strangola coi suoi nodi e ci opprime col suo peso, pur essendo manifestamente impotente, come testimoniano le preghiere inutili degli sterili che invocano il dono della fertilità, e degli appestati che, nella speranza di sopravvivere, si rifugiano nei templi». Seneca seguì invece (quantomeno nella prima parte della sua esistenza) i dettami della filosofia stoica, la quale era fondata su una impostazione meno "materialistica" e molto più attenta al trascendente. Dionigi, infatti, sempre nell'immaginario colloquio con Lucrezio, gli fa dire: «Il mondo è retto dalla provvidenza ed è ordinato secondo una precisa gerarchia che va dai minerali, alle piante, agli animali, fino all'uomo, mirabile creatura posta al centro di un grande disegno... ho sempre creduto che un giorno una luce divina ci avrebbe finalmente svelato i misteri oscuri della natura e che, con la morte, sarebbe iniziata una vita eterna: sì, la morte come vera data di nascita».

Le divergenze tra la visione di Lucrezio e quella di Seneca, emergono tuttavia anche in altri ambiti. Ad esempio quando si parla di felicità. Per quest'ultimo filosofo, infatti, "la felicità si identifica non solo con la "sapientia", e cioè «con la conoscenza del bene, ma anche con la "virtus", che è la pratica del bene", perché «non basta possedere la virtù come un'arte, se non te ne servii». Egli ritiene che «la virtù non è il dono della natura, ma frutto dell'educazione, dell'esercizio spirituale, dell'ascesi: non la si eredita, ma la si apprende. Il vero piacere consiste dunque (diversamente da quello che pensavano gli epicurei, e dunque anche Lucrezio) nel disprezzo dei piaceri». Seneca, per la sua visione trascendente, non risulta essere molto lontano dalle dottrine cristiane (tanto è vero che «i padri della Chiesa si affrettarono a definirlo "noster", e ad arruolarlo addirittura tra i santi»), anche perché egli «cerca e trova Dio dentro di sé, al punto da dire: "Dio è accanto a te, è con te, e dentro di te"». A sintetizzare mirabilmente le differenze esistenti sul concetto di felicità tra le due diverse correnti filosofiche, fu Sant'Agostino, il quale, infatti, così scrisse: «Dimmi, epicureo, cos'è che rende l'uomo felice?: il piacere del corpo.
Dimmelo tu, stoico?: la forza dell'animo. E tu, cristiano?: il dono di Dio». La lettura del libro di Dionigi ci accompagna piacevolmente alla scoperta della nostra anima. Del nostro intimo. Del nostro vivere quotidiano. E ci invita a scoprire non solo alcune delle pagine più belle della letteratura latina (e, forse, addirittura di ogni tempo), ma ci consente di apprezzare anche la straordinaria capacità narrativa di due grandissimi pensatori del passato. L'autore del saggio infatti ci ricorda ad esempio che Cicerone «creò il periodo», Lucrezio la parola; Seneca, invece, «la sentenza: la frase breve, asciutta, tagliente, che persiste nella memoria, piega la volontà e cura l'animo». E ha perfettamente ragione.