Tra la fine del 1982 e gli inizi del 1983 Fabrizio De André era impegnato in una serie di concerti in giro per l'Italia. Fra i musicisti che in quei mesi lo accompagnavano sul palco c'era anche Mauro Pagani (polistrumentista che, fino al 1977, aveva fatto parte della Premiata Forneria Marconi). Una volta finita la tournée iniziò tra di loro un periodo di feconda collaborazione musicale, che culminò con la pubblicazione, nel marzo del 1984, e quindi esattamente 35 anni fa, di "Creuza de mä", votato dalla critica come miglior disco italiano degli anni 80, ritenuto da David Byrne (ex Talking Heads) tra i dieci più importanti album del decennio a livello mondiale, e che risulta posizionato al quarto posto della classifica dei cento lavori discografici italiani più belli di sempre secondo la rivista specializzata "Rolling Stone". Ezio Gentile, nel suo Dizionario del Pop Rock edito da Baldini & Castoldi, lo definì come «la massima opera realizzata in Italia nel campo della canzone». Il disco è obiettivamente un capolavoro, e costituisce, senza ombra di dubbio, il vertice più alto della carriera di Fabrizio De André. Mauro Pagani compose le musiche, ed utilizzò, per arrangiarlo, sonorità antiche di ineguagliata raffinatezza.

La genesi di quel 33 giri fu piuttosto curiosa. De André una volta rivelò: «Io e Mauro ci eravamo stancati di sentire della brutta musica di importazione americana, per non parlare di quella emulativa che si faceva in Italia, e allora decidemmo di realizzare "Creuza de mä", un disco che abbracciasse, sia dal punto di vista strumentistico sia da quello linguistico, i suoni dell'intero bacino del Mediterraneo». All'inizio il cantautore ligure voleva scrivere i testi delle canzoni utilizzando una lingua inventata, che contenesse vocaboli ed espressioni genovesi, arabe, catalane e turche. Pagani in un'intervista confessò che l'idea gli era piaciuta molto, che quello ideato «sarebbe stato un progetto letterariamente molto bello», ma anche che «avrebbe richiesto anni di lavoro.

Ed allora Fabrizio ebbe una grande intuizione: decise di utilizzare il genovese antico, un linguaggio marinaresco figlio della contaminazione con molte lingue straniere». De André si accorse infatti che non era necessario inventare nulla di nuovo, in quanto quel dialetto poteva sintetizzare al meglio l'idea finale di canzone che lui che aveva in mente, e ciò grazie ai suoi dittonghi, ed alla ricchezza di aggettivi tronchi che poteva «accorciare e allungare quasi come un grido di un gabbiano». In un'intervista resa dopo l'uscita del disco il cantautore ligure svelò come era arrivato a quella decisione: «L'idea mi nacque dalla scoperta che la lingua genovese ospita al suo interno oltre duemila vocaboli di provenienza araba e turca: un retaggio di antichi traffici mercantili, comune soprattutto alle città di mare dell'area mediterranea… ho usato la lingua del mare, un esperanto dove le parole hanno il ritmo della voga, del marinaio che tira le reti e spinge sui remi. Mi piacerebbe che Creuza fosse il veicolo per far penetrare agli occhi dei genovesi (e non solo nei loro) suoni etnici che appartengono alla loro cultura».

Andrea Felici, a commento del disco, scrisse che la lingua utilizzata per i testi dei brani che lo componevano era «estremamente lontana dai connotati del genovese moderno, venne costruita a tavolino attraverso lo spoglio di vocabolari e fonti regionali (tra tutti, i repertori dialettali di Casaccia e Frisoni), con l'intento di rappresentare una Genova sospesa tra spazio e tempo, decisamente più vicina al mondo islamico di quanto sia effettivamente mai stata per lingua e cultura. Il risultato fu un idioma artificiale, più orientale e mediterraneo che vernacolare e folcloristico: un genovese utopico e cosmopolita, rappresentativo dell'intera civiltà di mare più che della realtà genovese». Al momento della pubblicazione i discografici della Ricordi (ai quali De André aveva fatto sentire il master avanzato solo cinque giorni prima della stampa del vinile…) erano molto preoccupati per il possibile insuccesso commerciale del disco. L'amministratore delegato dell'epoca, dopo l'ascolto, si mostrò piuttosto perplesso, e, a quanto pare, disse: «Speriamo di venderne almeno qualche copia a Genova!».

Lo stesso De André, del resto, aveva candidamente ammesso che «…scrivere in dialetto era una grossa sfida, che potevo anche illudermi di vincere sul piano della qualità, ma difficilmente su quello delle classifiche di vendita; fatto di per sé poco rilevante, ma importante per i discografici, dai quali gli artisti dipendono». Invece l'album fu un trionfo. Di critica e di pubblico. La grandezza di "Creuza de mä" (titolo che, "tradotto" in maniera semplificata, significa "mulattiera di mare"), risiede proprio nella magica alchimia di testi e musiche che riuscì a creare. Ascoltando i suoi brani ci si ritrova catapultati nel cuore dei mercati della Genova più vera e viva, nelle città mediorientali martoriate dalla guerra, sulle galee seicentesche dove i forzati, a costo di atroci sofferenze, scontavano le loro pene; e lì, in quei luoghi, in quelle epoche, si incontrano i volti di personaggi esaltati dalla celebre grandezza poetica di Fabrizio De André, e dalla straordinaria sensibilità musicale di Mauro Pagani.

Scegliere il migliore tra i brani del disco è veramente difficile. Oltre alla canzone che gli dà il nome, il cui lancinante inizio apre la porta ad un ascolto che ogni volta lascia sospesi, segnalo anche "Sinan Capudan Pascià" (che racconta la storia di un marinaio cristiano che venne fatto prigioniero dai Mori per poi riuscire a diventare gran visir e serraschiere del sultano), la quale, a mio avviso, contiene alcune frasi di una bellezza infinita, e di una attualità sconcertante: «E digghe a chi me ciamma renegou, che a tutte ‘e ricchesse a l'argento e l'ou, Sinan gh'a lasciou de luxi au su giastemmandu Mumà au postu
su Segnu', in tu mezzu
du ma' gh'è pesciu tundu, che quandu u vedde ‘e brutte u va ‘nsciu fundu, intu mezzu du ma' gh'e 'n pesciu palla, che quando u vedde ‘e belle u vegne a galla" («…E digli, chi mi ha chiamato rinnegato, che a tutte le ricchezze, all'argento e all'oro, Sinan ha concesso di luccicare al sole, bestemmiando Maometto al posto del Signore. In mezzo al mare c'è un pesce tondo, che quando vede le brutte va sul fondo; in mezzo al mare c'è un pesce palla, che quando vede le belle, viene a galla»).