Il 29 marzo del 1979, e quindi esattamente quarant'anni fa, venne pubblicato uno degli album più belli e famosi della storia della musica pop: "Breakfast in America", del gruppo inglese dei Supertramp. Il disco, in un'epoca in cui la musica stava raccogliendo l'eredità del rock di qualità, e lo stava mescolando con nuove influenze sonore, venne in verità poco apprezzato da una parte della critica (che lo ritenne infatti  «leggerino» e commerciale, «un album di mestiere», che evocava soltanto «grugniti occasionali di piacere»). Tali negative valutazioni (a mio modesto avviso piuttosto ingiustificate) furono forse condizionate dal fatto che, soprattutto per il contenuto dei testi di tre delle sue canzoni (e precisamente "Gone Hollywood", "Breakfast in America" e "Child of vision"), sembrava contenere elementi critici e satirici nei confronti della consumistica e superficiale società statunitense, nella quale i membri del gruppo vivevano oramai stabilmente.

I leader della band, Roger Hodgson e Rick Davies, si affrettarono ben presto a smentire recisamente tali accuse, ma il sospetto che quei brani intendessero colpire proprio il modo di vivere americano, rimase. Comunque la si pensi in proposito è indubbio che il disco rappresenti un esempio perfettamente riuscito di prodotto discografico di alto livello e di grande fruibilità. Ed infatti ebbe un successo planetario, raggiungendo i primi posti delle classifiche in moltissimi paesi, vendendo quasi venti milioni di copie in tutto il mondo. A colpire il pubblico fu già la copertina. Geniale, originale e spiritosa. Essa infatti ritrae una cameriera (che in qualche modo richiama la figura della Statua della Libertà), vista attraverso l'oblò di un aereo.


Nati grazie ai soldi di un mecenate olandese, I Supertramp hanno vissuto a lungo nell'anonimato, prima della svolta di "Crime of the century" e del boom mondiale di "Breakfast in America", nel segno di un prog-pop del tutto inedito. dal '70 al 2002 hanno inciso undici album in studio

Alle sue spalle si riconosce chiaramente la riproduzione stilizzata dell'isola di Manhattan che, al posto dei grattacieli, ha invece scatole di corn flakes, tazze, barattoli, contenitori di uova e porta salse. Tale immagine ha alimentato la fantasia di coloro i quali sostengono che, dietro gli attentati dell'11 settembre del 2001, ci siano alcuni inquietanti segreti. Una surreale (e francamente poco credibile) teoria ritiene infatti che il succo di arancia tenuto sul vassoio della cameriera ritratta sulla copertina del disco, in corrispondenza con le scatole che sembrano riprodurre le "Twin Towers", diede l'idea ai terroristi di attaccare proprio le torri gemelle; e che le lettere "UP" (le quali, se lette attraverso uno specchio, sembrano richiamare due numeri, "9 ed 11") avrebbero invece determinato gli attentatori a scegliere proprio quella data per il terribile attentato che sconvolse New York ed il mondo intero.

Al di là di queste bislacche teorie di qualche complottista di fervida fantasia, è fuor di dubbio che quella immagine rimane una delle icone più famose e significative dell'arte figurativa del novecento. "Breakfast in America" fu il sesto album della band britannica, ed è un disco bellissimo. La quintessenza del pop più riuscito. La rivista specializzata Rolling Stone, così infatti lo definì: «...un album perfetto da manuale di post-Beatles, rock d'arte inglese incentrato sulla tastiera che centra il più intelligente equilibrio possibile tra classicismo quasi sinfonico e rock & roll... le canzoni qui sono straordinariamente melodiche e concisamente strutturate, riflettendo la saturazione di questi musicisti nel pop americano sin dal loro trasferimento a Los Angeles nel 1977». Contiene dieci brani composti magistralmente da Hodgson e Davies, ed altrettanto magistralmente arrangiati e suonati. A colpire l'ascoltatore non sono soltanto le melodie (facili, ma accattivanti); non solo le ritmiche, sempre giuste, centrate ed incalzanti (si pensi ad esempio a "Child of vision", che chiude l'album), ma anche i testi (arguti, mai banali, e spesso ironici, come è facile notare soprattutto in "Gone Hollywood", e "Goodbye stranger").

Chiunque è in grado di apprezzare i complessi intrecci dei numerosi cori contenuti nelle canzoni, i preziosi interventi delle sezioni di fiati che colorano gli arrangiamenti, l'inconfondibile suono del pianoforte elettrico Wurlitzer (da sempre utilizzato dalla band), e che, soprattutto dopo quel disco, divenne quasi un "marchio di fabbrica" dei Supertramp. L'album, all'ascolto, scorre via senza intoppi. Una canzone dopo l'altra. Richiamando alla memoria di chi già lo conosce sensazioni gradevolissime. E suscitando invece, in chi non lo ha mai sentito prima, piacevoli sorprese. Questo disco (che in un primo momento avrebbe dovuto intitolarsi "Hello stranger") è una miniera di piccoli diamanti. È come una giornata di primavera dopo le rigidità invernali. Riconcilia con il mondo, mette di buon umore, strappa un sorriso. Ha, insomma, tutto quello che si chiede ad un disco squisitamente "pop". Ed è proprio questo il punto. Non necessariamente un album, per poter essere ritenuto una pietra miliare della storia della musica, deve essere per forza impegnato, serio, politicamente schierato, o, peggio ancora, "corretto". Non necessariamente deve essere difficile, ostico, innovativo. "Breakfast in America" non è niente di tutto questo. Ma è un piccolo, grande capolavoro.