Lo scorso 22 dicembre avrebbe compiuto novantasei anni il grande scultore siciliano Pietro Giambelluca. Trascorse l'infanzia dividendosi tra Isnello (il piccolo paese in provincia di Palermo dove era nato) e l'azienda agricola che la famiglia possedeva nel baronato di Villaurea in Cammisini.

Fu proprio in quel periodo che scoprì la sua forte predisposizione artistica ed infatti la madre Vincenza così amava ricordare – con estrema tenerezza – gli spensierati anni della giovinezza del figlio: «Da bambino si arrampicava sui monti, seguito dai suoi piccoli compagni di giochi, e tornava a sera con il suo bottino d'argilla per plasmare figure ed immagini». Quella spiccata inclinazione creativa venne ben presto notata, tanto è vero che i suoi compaesani, ed il parroco, cominciarono a chiedergli di realizzare a mano i pastorelli dei loro presepi. In quegli anni Giambelluca si rese conto di avere anche una forte passione per la natura, e – in particolare – per i cavalli; i soggetti che poi, per tutto il corso della vita, diventeranno la principale fonte d'ispirazione delle sue opere scultoree e pittoriche.

Pietro si diplomò al liceo artistico di Palermo, e dopo aver vinto la cattedra per l'insegnamento dell'educazione artistica e del disegno, nel 1949 si trasferì in pianta stabile in Ciociaria dove, per decenni, svolse con abnegazione l'attività di insegnante, dapprima all'Istituto magistrale di Veroli, e poi nella scuola media "Luigi Pietrobono" di Frosinone.
Durante la mia adolescenza e la giovinezza ebbi la fortuna ed il privilegio di conoscere di persona il vulcanico artista siculo. Ne ricordo ancora la figura minuta, la voce roca e tagliente, l'abbigliamento estroso e colorato, gli occhi vivissimi, i baffi curati, la sottile ironia. Ma anche il volto assai espressivo, che venne poi descritto molto bene, dal critico Nestore Caggiano, in un contributo di presentazione che fu pubblicato in occasione di una mostra allestita a Latina, da Giambelluca, nel 1984: «Una faccia antica, ossuta, direi rosa bianca pietra pomice, scagliata nel vento, e solare ai celesti bottoni dello sguardo felino».

Nonostante a quell'età non avessi ancor la giusta maturità per poter adeguatamente apprezzare la sua raffinata creatività, ogni volta che mi capitava di trovarmi a casa sua rimanevo affascinato dalle pareti del salone, piene di quadri e di disegni bellissimi, e dalle splendide sculture che impreziosivano l'arredamento. Segni inequivocabili di profonda sensibilità estetica, che solo poche persone hanno il dono di avere.

La sua arte figurativa era alimentata da una vivacissima creatività, ed era basata su una straordinaria manualità, esaltata da una notevole padronanza di numerose tecniche compositive. Sebbene infatti le opere più celebri ed importanti di Giambelluca vennero realizzate prevalentemente in bronzo, egli tuttavia non disdegnava affatto di lavorare anche la terracotta, il rame sbalzato, il gesso, il cemento, il marmo e la ceramica; e di applicarsi – peraltro con molto successo – negli oli, negli acquerelli, nelle incisioni e nei disegni, utilizzando sovente l'efficace tecnica denominata "sanguigna".

Il critico Michele Santulli, nel 1975, così ebbe a definire e sintetizzare l'opera del talentuoso artista siculo: «Eccezionale è la totale padronanza del mezzo espressivo e della tecnica scultorea: egli riesce a dar forma alle materie più disparate e inerti con perizia da vero artefice rinascimentale. In Pietro Giambelluca il senso della plasticità, il prepotente dinamismo e la vitalità, traspaiono ed erompono da tutte le sue opere, specie nei cavalli, nei tori e nei bufali, temi molto ricorrenti nella sua vasta gamma creativa... In Pietro Giambelluca non si troveranno ricerche tematiche o espressive, né discussioni programmatiche o dottrinarie: tutto è personale, tutto assume stile, tutto vi è semplice, lineare e naturale. E gli attributi veri e consolidati dall'arte, sono proprio questi».

Particolarmente qualificata, sulla produzione figurativa dell'artista palermitano, fu poi l'opinione del grande scrittore Giuseppe Bonaviri (il quale, come lui, dalla Sicilia si era trasferito in Ciociaria, e che trascorse a Frosinone gran parte della sua vita): «Mi è capitato più d'una volta di trovare Giambelluca nel suo studio, intento a diffondersi attraverso le mani nei ritratti, nelle sculture abili o vigoreggianti, o lo ho colto in una attenta valutazione dei segni e colpi e atteggiamenti da imprimere alla creta. Per noi, non abituati alle segrete sorgenti di un'arte manufatta, seguire questo impeto di dita, occhi, e diremmo vibratile cuore, è come entrare nella fucina di Vulcano.

Insomma, trovarci di là dall'argine del fiume dove tutto è vivo, mobile, non cristallizzato in perfette geometrie. Quel che più mi ha commosso, anche nelle brevi conversazioni avute, è quel perenne riandare con la memoria alla nostra Sicilia, aperta in spazi sconfinati di terre, in cui l'onda di un cavallo al galoppo, la faccia contratta di un "campiere" o contadino, o la stessa aria fluente, sono per lui la sostanza profonda di un vivere privilegiato, al di fuori di una schedata e comodamente nozionale Sicilia... quando vediamo ritratti di cavallo e uomo ci accorgiamo che fanno un tutt'uno come in una mitologica figurazione centauresca. Ed è frequente, in Giambelluca, questa tensione mitica di cosmo extraumano, dove ogni simbiosi è possibile».

Lo scrittore Vincenzo Monforte, che nel 1974 presentò, a Termini Imerese, una personale dello scultore, a sua volta ebbe a scrivere: «La vigoria mossa ed inquieta (tanto più inquietante, direi, quanto più è trattenuta ed assorta) delle opere di Giambelluca non dipende dalla esuberante e quasi selvaggia sua natura di siciliano, quanto da un drammatico e travolgente empito esistenziale. Voglio dire che il movimento impetuoso dei suoi cavalli o dei tori, la vitalità primitiva e la forza che erompe dai lombi animali e umani costruiti drammaticamente sul filo dell'iperbole espressionistica, la concitata asperità dei piani che dà singolarità di movimento e compattezza di masse alla costruzione plastica, tutto ciò risponde a un bisogno di esaltare la vita a livello naturale, di cantarla per tutto ciò che di fervido, eccitante, vivido, essa offre». Il critico e collega d'arte Luigi Bevagna, dopo la morte di Giambelluca (che avvenne a Terracina, il 24 novembre del 2011, all'età di ottantatré anni), lo ricordò con queste affettuose ed appassionate parole: «Per lui, scolpire, e vivere quotidianamente la tensione della creatività, era vitale come l'aria, come il sole.

Una vita, la sua, vissuta con impegno e determinazione, alla ricerca costante di una sintesi espressiva, e nel tormento di pervenire ad un linguaggio proprio, esclusivo; una vita tutta protesa ad esaltare i valori universali, dei quali si avverte, oggi più che mai, la necessità della presenza in ogni manifestazione dell'attività umana, primi fra tutti la religiosità, peraltro innata nell'essere umano, l'amore per la natura, il rispetto per le tradizioni, e l'attaccamento alle proprie radici».

Livio Pezzato, in un catalogo degli anni 70, invece scrisse: «Il lavoro di un artista come Giambelluca si dipana intorno a due temi, antichi ed attuali, scontati e sempre da scoprire, la vita e la natura. La donna è la vita, la donna come madre, come humus, la donna di Neruda "...così il mio corpo di contadino selvaggio ti scava e fa balzare il figlio dal fondo della terra". E la "donna-madre" di Giambelluca protegge il figlio in abbraccio, in carezza, in sogno, che giorno per giorno s'invera».

Pietro Giambelluca costituisce senza alcun dubbio, assieme ad Umberto Mastroianni ed a Tommaso Gismondi, uno dei vertici più apprezzati e conosciuti dell'arte figurativa (ed in particolare della scultura) della terra di Ciociaria. Del grande artista siciliano oggi non ci resta soltanto il ricordo. Prove tangibili della sua arte sono infatti rinvenibili in tutta Italia, e persino all'estero.

Tuttavia, per evidenti ragioni personali ed affettive, i luoghi che conservano il prezioso frutto della sua non comune creatività sono soprattutto nel Basso Lazio, e nella sempre amata Sicilia. Basterebbe infatti pensare, ad esempio, tra le tantissime altre, al monumento ai caduti in marmo e bronzo eretto ad Alvito; alla grande statua di San Francesco Saverio Bianchi che c'è ad Arpino; alla splendida "Madre Madonita" che è collocata ad Isnello (nel cuore del Parco Nazionale delle Madonie); alla slanciata "Dea Temi" che è stata posizionata al centro del piazzale antistante il Palazzo di Giustizia di Frosinone; al busto plasmato in onore del coraggioso medico Fabrizio Spaziani (al quale è intitolato il nosocomio del capoluogo ciociaro); all'esile immagine bronzea di Padre Pio, che è collocata in un'area pubblica di Frosinone, ed alle figure antropomorfe che decorano le pareti ed il golfo mistico del Cinema Teatro Nestor; al tabernacolo ed al ciborio della chiesa madre di Monte Maggiore Belsito; al crocifisso che si può ammirare nell'abbazia di San Rocco a Ceprano, ed a quello che impreziosisce il seminario vescovile del duomo di Cefalù; e poi alla statua "San Francesco e il lupo" che si può invece ammirare ad Assisi; agli splendidi bassorilievi in bronzo che decorano la porta di ingresso del duomo di Alia (in provincia di Palermo); alle numerose, straordinarie e plastiche riproduzioni di cavalli (che ricordano quelli non meno belli di Aligi Sassu), ai tori, alle bufale ed agli uccelli; ma anche ai busti bronzei e marmorei di personaggi celebri e familiari, ed al "Trofeo della Lotteria di Capodanno" del 1963, che rappresenta un gioioso e vorticoso volo di uno stormo di rondini.

Tutte queste splendide opere, segno inconfutabile di un'arte sincera, passionale, solare, e limpida, si possono ammirare anche sul sito internet www.giambellucascultore.it , che i tre figli (Michele, Sabrina e Francesco) hanno giustamente voluto creare – e curare con amore – in onore ed in memoria del loro amato padre.