La maggior parte della critica considera i "Beatles" – a mio avviso giustamente – come la più importante band della storia della musica moderna. Di solito, la loro grandezza, è associata soprattutto alla straordinaria genialità di John Lennon e Paul Mc Cartney. Eppure, per il successo planetario di quel leggendario gruppo, ruolo affatto marginale ebbe –senza alcun dubbio – anche George Harrison. Non fu infatti soltanto la nobile "spalla" dei suoi due ben più famosi compagni, ma ebbe anche l'indiscusso merito di riuscire a scrivere alcuni tra i capolavori più conosciuti e celebrati di sempre. Basterebbe infatti pensare, tra i tanti, a "Here comes the sun", a "Something" (l'unico pezzo dei "Fab Four" che Frank Sinatra cantava sempre, e che per di più riteneva «la più bella canzone d'amore degli ultimi cinquant'anni»), ed a "Isn't a pity".

La giovinezza di George Harrison scorse, senza particolari scossoni, nei sobborghi di Liverpool, dove era nato: una famiglia tutto sommato piuttosto tranquilla; un curriculum scolastico non troppo brillante; e una vita di provincia che trascorreva – giorno dopo giorno –tra una birra al pub, una festicciola tra amici e la visione di qualche film in un cinema di periferia.
Poco alla volta, però, la musica entrò a far parte della sua esistenza. Anche e soprattutto grazie al fascino che, nella seconda metà degli anni cinquanta, la figura di Elvis Presley aveva iniziato a suscitare in lui.
La prima chitarra (usata, e per di più con un "ponte" troppo alto per le sue giovani dita...), unita ad un perseverante studio dello strumento, lo aiutarono in breve tempo ad acquisire una buona tecnica e ad inserirsi nel sottobosco delle band che, in quel periodo, nascevano un po'dovunque in Inghilterra. La conoscenza di Paul Mc Cartney avvenne quasi per caso, e fu comunque agevolata dal fatto che un giorno la mamma di Harrison aveva avuto l'occasione di prestare a quest'ultimo i soldi per acquistare il biglietto dell'autobus.

I due ragazzi (quasi coetanei), dopo aver iniziato a strimpellare insieme, nel luglio del 1958 entrarono a far parte dei "Quarrymen", dei quali Lennon era il vulcanico leader. Il resto (la nascita di "Beatles", il successo planetario e il turbolento scioglimento della band, avvenuto nel 1970), è storia che tutti conoscono.
Harrison era, per così dire, l'anima "romantica" del gruppo. Dotato di una forte spiritualità, era piuttosto introverso e taciturno; tendenzialmente un solitario, tanto è vero che, una volta, ammise: «C'è una parte di me che ama stare in silenzio e io preferisco gli spazi ampi, aperti e silenziosi agli ingorghi del traffico».
Tale aspetto del suo carattere si rifletteva inevitabilmente sui suoi comportamenti. Ed infatti un giorno confessò candidamente che «ai tempi dei Beatles ero sempre molto paranoico, molto nervoso, e questo mi inibiva, quando cantavo».
Durante quegli anni incredibili, in cui la musica e la cultura dell'intero Novecento cambiarono radicalmente grazie a quegli sfrontati ragazzi inglesi, Harrison fu, soprattutto all'inizio di quell'avventura, all'ombra di Lennon e Mc Cartney, soffrendone parecchio sia l'ingombrante personalità sia la loro stupefacente energia creativa. Racconta infatti Alan Clayson, nella sua bella biografia dei celebri componenti della band, che «spesso George era trattato tutt'altro che rispettosamente da John e Paul. A volte se le cercava.
Tra le sue abitudini più irritanti c'era quella di intromettersi nelle loro conversazioni con qualche battuta insulsa, come per sottolineare il suo ruolo nel gruppo, agli occhi degli estranei. Durante un'intervista rilasciata a "Melody Maker", George interruppe Paul, dicendo: "Stavo pensando, perché non facciamo qualcosa tipo Bama Lama Lama Loo di Little Richard?"."Tu scrivi solo canzoni idiote, George", sbottò Paul, prima di tornare al reporter, dicendo, "scrivere un pezzo rock è un processo che paragonerei alla pittura astratta"...».

Sempre Clayson ricorda che il produttore discografico britannico Norman Smith fu spesso testimone di come Lennon e Mc Cartney trattassero George (...e Ringo Starr...) «come due semplici strumenti per i loro capolavori; Harrison realizzava due o tre nastri che sembravano perfetti, ma a Paul non andavano mai bene, e allora cominciava a nominare vari dischi americani, dicendogli di suonare come nella tale canzone. Riprovavamo, e poi Paul finiva per fare da sé con la chitarra mancina che aveva sempre a portata di mano. Più tardi scoprii che Harrison odiava a morte Mc Cartney quando faceva così, ma non lo dava mai a vedere. Il fatto che tollerasse tutte le scenate di Paul dice molto del carattere di George». Quando Harrison fece ascoltare il demo di "While my guitar gently weeps", si aspettava (direi più che comprensibilmente, vista l'alta qualità del brano...), l'entusiasmo di John e Paul. E invece, «tornò a casa molto deluso».

Tale situazione certamente ed inevitabilmente contribuì non poco allo scioglimento del gruppo. Situazione che, per ammissione dello stesso Harrison, iniziò a deteriorarsi irrimediabilmente subito dopo l'uscita di "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band" del 1967: «Io avevo cominciato a scrivere canzoni a getto continuo, e una o due per album non mi bastavano più». In verità poco alla volta Harrison si guadagnò la sincera stima dei suoi due illustri colleghi. E non solo. Tanto è vero che George Martin (il leggendario produttore dei Beatles), subito dopo la pubblicazione di "Something", contenuta nell'album "Abbey Road" del 1969, dichiarò che Harrison aveva «un'energia e un'immaginazione incredibili, e che sarebbe stato in grado di affermarsi, come autore, alla pari di Lennon e Mc Cartney». La sua previsione non fu affatto azzardata, perché Harrison, dopo lo scioglimento del gruppo, fu forse addirittura più fortunato degli altri due da un punto di vista strettamente commerciale.

Questi ultimi, infatti, come evidenzia Clayson, dopo «aver scritto la colonna sonora degli "Swinging Sixties", non riuscirono, da autori solisti ed ex Beatles, a dominare allo stesso modo i Settanta». Harrison fece uscire, nel 1970, il bellissimo "All things must pass", che fu il primo album triplo in studio pubblicato da un artista solista. Poi, poco alla volta, scomparve dalle scene, per dedicarsi alla produzione cinematografica ed al sostegno di iniziative benefiche (tra tutti il celebre concerto per il Bangladesh del 1971). I suoi ultimi anni di vita furono piuttosto turbolenti. Nel 1976 venne infatti costretto a sborsare ben mezzo milione di dollari per un "plagio involontario" del brano "He's so fine" del gruppo americano delle "Chiffons"; il 30 dicembre del 1999 rischiò invece la vita a causa dell'aggressione subita da parte di uno squilibrato che si era introdotto nella sua casa di campagna. E, pochi mesi dopo, si ammalò di tumore al cervello. Malattia che lo condusse alla morte nel primo pomeriggio di giovedì 29 novembre del 2001. E, quindi, esattamente vent'anni fa. Come da sue precise volontà (e quale ultimo omaggio alla religione induista, che lui praticava), le sue ceneri, dopo la cremazione, vennero sparse nelle acque del sacro fiume Gange.