Anche se risulta difficile pensare che sia vero, ogni anno vengono prodotti, nel mondo, oltre ventiquattro miliardi di paia di scarpe. Un numero impressionante.
La scrittrice e giornalista londinese Tansy E.
Hoskins, dopo una lunga indagine compiuta in moltissimi paesi, ha da poco pubblicato per Einaudi un interessante saggio intitolato "Lavorare con i piedi" (295 pagine) che spiega, sin nel dettaglio, tutto quello che gira attorno alla progettazione, alla produzione, alla commercializzazione ed allo smaltimento di un oggetto che è utilizzato (salvo solo rarissime eccezioni) praticamente da tutti gli abitanti del nostro pianeta.
L'autrice, all'inizio del suo libro, descrive questo indispensabile "accessorio" in maniera molto arguta ed originale: «Le scarpe si adattano e aderiscono al corpo come nessun altro capo di abbigliamento, e conservano la forma di una persona molto a lungo, dopo che questa se le è tolte.

Alla stessa stregua, nessun altro oggetto che si indossa tortura quanto una scarpa che calza male. Essere senza scarpe significa essere resi impotenti, essere compatiti come persone prive di speranza, o essere temuti come folli. Le scarpe ci proteggono, ci trasportano nel corso della vita e, se siamo fortunati, potremmo usarle per mandare qualche segnale riguardo la nostra identità. Ma nonostante le capacità di aiuto e sostegno, le scarpe non posseggono volontà propria. Al di fuori delle favole, le scarpe non hanno poteri magici». Gli esseri umani sono gli unici animali a fare uso di calzature ed iniziarono ad indossare le prime scarpe circa 40.000 anni fa. Erano costruite con fibre vegetali o con materiali facilmente deteriorabili, cosa che ha purtroppo impedito la conservazione della maggior parte di quei reperti sino ai giorni nostri.

La Hoskins precisa che le calzature più antiche che sono giunte fino a noi erano dei «sandali di 10.000 anni fa, di corteccia intrecciata di artemisia tridentata, trovati in Oregon, e un sandalo, vecchio di 8.000 anni, scoperto in una grotta del Missouri centrale. Quest'ultimo è fatto di foglie essiccate intrecciate insieme, ha la punta lievemente pronunciata e si allaccia con un cordino anch'esso intrecciato». Nonostante l'aspetto generale delle scarpe non si sia poi molto modificato nel corso del tempo, le modalità di produzione delle stesse, invece, nei secoli, sono profondamente cambiate. Un tempo il calzolaio creava prima un modello base di piede in legno, attorno al quale veniva avvolto un pezzo di pelle che, opportunamente sagomato, cucito, ribattuto e reso liscio sino alla bisogna, veniva poi attaccato alla suola, rifinito ed infine lucidato. Oggigiorno il processo costruttivo, pur non essendo diverso, riguardo ai vari passaggi, è in gran parte meccanizzato, tuttavia una parte del lavoro è comunque affidato alla mano dell'uomo.

Tale processo, a seguito della cosiddetta "globalizzazione", ha subìto una notevole delocalizzazione. Tanto è vero che, attualmente, non è inusuale che una scarpa sia stata progettata negli Stati Uniti, venga disegnata in Europa, utilizzi materiale conciato in Africa e venga poi materialmente "assemblata" in Estremo Oriente. A tal proposito, precisa in maniera molto efficace la Hoskins: «Ogni scarpa che possediamo è un mondo in miniatura, composta da parti complesse»; purtroppo, evidenzia l'autrice, «nella stragrande maggioranza dei casi è fabbricata da lavoratori sottopagati in catene di produzione pericolose». Nel corso della storia dell'uomo, le scarpe sono diventate ben più di un capo di abbigliamento che "semplicemente" proteggeva dal freddo, dalle asperità del terreno e dagli animali pericolosi. Sono infatti ormai diventate, soprattutto nel mondo occidentale (anche se per evidenti motivi demografici è l'Asia a costituire il più importante mercato calzaturiero del pianeta…), un vero e proprio "must dell'outfit", capace di far moda, di incidere sul gusto, di creare una tendenza.

Tanto è vero che, ad esempio, ultimamente si sta diffondendo l'abitudine di indossare due scarpe, uguali nella fattura, ma di diverso colore. Evidenzia infatti la Hoskins che le persone, attraverso di esse, hanno la possibilità di «scegliere e di costruirsi identità sociali…le calzature possono essere usate per simboleggiare genere, sessualità, gusti musicali, estrazione culturale o interessi sociali». Il saggio della giornalista britannica svela anche più di qualche curiosità. Il tacco alto, ad esempio, era utilizzato in tempi antichi anche dagli uomini. Tanto è vero che calzature con tali caratteristiche erano «la parte essenziale della tenuta militare ed equestre in Persia e nell'impero ottomano, perché mantenevano i piedi dentro le staffe. I tacchi alti giunsero in Europa dal vicino oriente nel XVI secolo e divennero una moda tra gli aristocratici».

Poi, soprattutto grazie alla Rivoluzione Francese –che osteggiò fortemente i tipici comportamenti nobiliari –i tacchi alti divennero invece una prerogativa sostanzialmente femminile. Anche Freud si interessò alle scarpe. Ricorda infatti la Hoskins che secondo il grande neurologo austriaco «sono oggetto di feticismo a causa del fatto che il maschietto, nella sua curiosità, ha cercato di spiare, dalle gambe in su, il genitale femminile...». A dire il vero il saggio si sofferma anche sulle enormi contraddizioni ed ingiustizie (soprattutto economiche e sociali) che ci sono dietro la realizzazione (soprattutto da parte delle grandi multinazionali straniere), delle scarpe che troviamo ogni giorno sugli scaffali dei negozi.

Lo sfruttamento lavorativo (soprattutto degli adolescenti), la discriminazione razziale o di genere, gli sprechi, gli abusi di natura ambientale ed i problemi di smaltimento dei ventiquattro miliardi di paia di scarpe che vengono prodotte ogni anno, sono infatti problematiche enormi, e per gran parte irrisolvibili, che dovrebbero farci storcere la bocca e farci seriamente riflettere. Ben più di un mocassino o un décolleté che magari ci provoca qualche dolore perché calza un pochino stretto...