Lo storico tedesco Mirko Breitenstein ha appena pubblicato, per la casa editrice "Il Mulino", un interessantissimo saggio intitolato "I benedettini"(137 pagine). Il libro racconta –in maniera estremamente precisa e dettagliata –la storia di uno degli ordini monastici più celebri ed apprezzati della cristianità.
Fondato attorno al 529 da San Benedetto da Norcia, ha nell'abbazia di Montecassino il suo simbolo più bello e famoso. La vita del santo umbro è, per buona parte, avvolta nel mistero. Le poche ed uniche notizie su di lui ci sono pervenute grazie a Papa Gregorio Magno, il quale scrisse infatti una preziosa biografia (a dire il vero non si sa fino a che punto attendibile), che più di qualcosa dice sui luoghi in cui il futuro santo si fermò, ma invece poco si sofferma sui suoi dubbi interiori, sugli obiettivi da lui raggiunti o quelli invece abbandonati durante il corso della sua esistenza, sugli errori commessi, sui suoi desideri. Benedetto, da giovane, fu mandato a studiare a Roma. Da lì poi si spostò dapprima ad Affile, quindi a Subiaco ed infine a Vicovaro.

Dovunque andava –anche grazie ai miracoli che compiva –conquistava subito la fiducia e la venerazione dei fedeli ma anche invidie ed ostilità. Tanto è vero che –racconta Breitenstein –scampò a ben due tentativi di omicidio...Benedetto viveva la sua religiosità in maniera estremamente rigorosa; cercava di sfuggire alle peccaminose insidie del mondo circostante e di trovare Dio nell'ascesi, nella povertà e nella preghiera.
Gregorio Magno evidenzia che «era desideroso più di ricevere patimenti dal mondo che non ammirazione, e di consumarsi nella fatica per amore di Dio più che di acquistare prestigio in questa vita...certamente non diede nessun insegnamento senza averlo prima realizzato lui stesso nella sua vita». Tale suo intransigente modo di vivere la fede trovò consacrazione nella famosa "Regola", che si pose subito come «...uno strumento che permetteva ai singoli di concentrarsi esclusivamente sulla lode di Dio e sul modo di pregarlo...».

Attraverso di essa si andò poco alla volta sviluppando una «tendenza a considerare ogni azione, ogni carica, ogni oggetto reale e ogni rapporto istituzionale, non solo come qualcosa di concreto, ma come qualcosa che rimanda a una sfera superiore». La "Regola", in breve tempo, «assunse un valore programmatico per coloro che, nei secoli successivi, divennero i suoi seguaci». Tutti coloro i quali avevano abbracciato l'ordine monastico benedettino dovevano conoscerla a fondo, e rileggerla il più possibile, affinché «nessuno possa giustificarsi con il pretesto dell'ignoranza».
Essa ad esempio pretendeva il rigido rispetto dei sette momenti quotidiani di preghiera. Rileva argutamente a tal proposito Breitesten che «questo ciclo di preghiere, che si ripete sempre uguale, è a sua volta inquadrato nella più ampia cornice dell'anno liturgico della chiesa, con la sua struttura circolare, che rafforza il carattere ripetitivo della vita conventuale. L'obiettivo era –ed è –affrancarsi dal modello del tempo lineare, anticipando l'atemporalità celeste. Così come l'esistenza di Dio non conosce né inizio né fine, anche la vita nella comunità dei monaci è organizzata come un continuum, che trasferisce nella dimensione dell'eternità i singoli individui, malgrado il loro esistere nel mondo terreno: come la luce arde perennemente, anche le preghiere dei monaci non devono mai finire, ma ogni fine deve segnare un nuovo inizio».

La "Regola" esaltava inoltre anche il lavoro manuale, soprattutto perché, secondo il fondatore dell'Ordine, il monaco doveva rifuggire l'ozio in quanto "nemico dell'anima". Da qui la celebre frase "ora et labora"(in realtà coniata solo nell'Ottocento dall'abate di Beuron Maurus Wolter), che perfettamente coglie lo spirito del progetto di vita dei benedettini. L'autore del saggio prova a far luce anche sul destino del testo autografo della "Regola", che purtroppo –molto probabilmente –non riuscì a sfuggire ad un incendio che si verificò nell'896. Attenzione non marginale viene dedicata, nel libro, all'abbazia di Montecassino. Luogo dove Benedetto scrisse la "Regola"; dove fece erigere il convento più bello al posto di un antico santuario di Apollo; e dove, infine, venne sepolto. Dall'ordine conventuale dei benedettini ne scaturirono molti altri, come i cluniacensi, i camaldolesi, i trappisti, i francescani, i domenicani. Ma soprattutto i cistercensi, i quali –evidenzia Breitenstein – rinnovarono profondamente la visione fideistica di Benedetto adattandola ai tempi e diedero ulteriore impulso alla diffusione dei principi basilari che avevano caratterizzato la "Regola" originale; essi, di fatto, «cambiarono il volto dell'Europa. Lo fecero con la loro semplice presenza, ma soprattutto con ciò che di innovativo introdussero nella vita religiosa, e non solo, in ambito benedettino».

Osserva infatti giustamente l'autore che «una vita monastica esemplare, oltre a soddisfare la volontà individuale di raggiungere la santità, aveva anche un effetto apostolico, benefico per il mondo al di fuori delle mura del convento». A proposito di conventi, i cistercensi ebbero l'indiscusso merito di erigere alcuni dei complessi monastici più belli; basterebbe infatti pensare a quelli di Chiaravalle Milanese, di Fossanova e di Casamari. Va comunque detto che la storia dei benedettini (e degli ordini monastici che da esso scaturirono) visse, nel corso dei secoli, anche numerosi momenti critici. Basti pensare al decreto emesso da Enrico VIII nel 1537, che dispose la soppressione di centinaia di monasteri inglesi. O alle decisioni assunte in Francia dopo i tumulti rivoluzionari del 1789, che stabilirono l'abolizione della vita monastica, ritenuta incompatibile con i diritti umani. Evidenzia Breitenstein che nuove forme di vita in comunità, ispirate alla Regola di Benedetto, sono state create anche al di fuori del contesto cattolico, in particolare in realtà anglicane e laiche. A conferma che certi principi morali, religiosi e filosofici, se validi, suscitano sempre attenzione ed interesse, e riescono a sfidare l'inesorabile trascorrere del tempo.