Il vocabolario Treccani definisce il "fanatismo" come un'esasperata espressione del sentimento religioso, la quale talvolta conduce ad eccessi e alla più rigida intolleranza nei confronti di chi sostenga idee diverse. Sul delicato ed interessante argomento è stato da poco pubblicato –per i tipi della EMI –un brevissimo saggio (Fanatismo!, 78 pagine) a firma di Adrien Candiard. Lo storico Andrea Riccardi, nella prefazione del libro, spiega che il fanatismo «rappresenta un pericolo, perché è un misto esplosivo di religione e violenza, e tocca un fenomeno centrale sugli orizzonti del mondo». Tale fenomeno è stato spesso accostato, negli ultimi anni, soprattutto all'integralismo islamista più estremo e sanguinario. Ingenerando, inevitabilmente, preoccupazioni e conflitti. Tuttavia, ricorda sempre Riccardi, «nella storia di tutte le religioni ci sono pagine e periodi in cui la violenza è stata usata e sacralizzata». Basterebbe infatti pensare, ad esempio, all'Inquisizione Spagnola.

Candiard inizia la sua ultima fatica letteraria richiamando alla memoria un fatto terribile. Nella primavera del 2016 un bottegaio pachistano di quarant'anni, membro di una comunità islamica minoritaria dell'Ahmadiyya, postò sul suo profilo Facebook il seguente messaggio: «Buona Pasqua ai miei amati concittadini cristiani». Tale iniziativa augurale –giustamente ritenuta innocua ed innocente ai più –venne tuttavia ritenuta offensiva verso la religione musulmana, tant'è che qualche giorno dopo l'uomo, venne purtroppo accoltellato a morte. Questo orribile delitto colpì la sensibilità del religioso francese (il quale è peraltro un esperto islamista), e lo indusse a profonde riflessioni. Che lo hanno condotto ad individuare le possibili soluzioni a questo grave problema interculturale.

Secondo Candiard, alla radice del fanatismo, ed in particolare di quello di matrice islamica, v'è non tanto (o quanto meno non solo) un'inaccettabile "esasperazione ermeneutica" delle volontà divine (che sono poi sovente trascritte nelle Sacre Scritture), ma soprattutto in una visione religiosa che, a ben vedere, altro non è se non una forma di cieco ateismo. Spiega l'autore che «il fanatismo non è la conseguenza di una presenza eccessiva di Dio, bensì, al contrario, il segnale della sua assenza». Tale assenza rappresenta spesso il risultato di una forzatura dei Testi Sacri, di qualsiasi religione essi siano. A tal proposito, Candiard, dopo aver chiarito che questa non è affatto una prerogativa degli "estremismi islamici", precisa infatti anche – argutamente –che «se solo Dio è Dio, se solo Dio è assoluto, allora la Bibbia è relativa, anche quando la si riconosce –come nel mio caso – un'autorità di prima grandezza.

La Bibbia ha valore in quanto è una via verso Dio, un mezzo per comprenderlo e per andare verso di lui; ma c'è chi assolutizza il mezzo, cosa ben più rilassante che mettersi in strada per camminare fino a destinazione.
Idolo può essere anche la liturgia, quando cessa di essere il culto al Dio vivo per divenire, un poco per volta, il culto della liturgia stessa come un fine in sé, che non serve più la comunione ma, al contrario, divide e fa nascere amarezza e odio nel cuore di chi vi prende parte. Mettere la liturgia al posto di Dio non è onorarlo, è sfigurarlo. È ben vero, d'altra parte, che è più facile rispettare il rituale che rispettare Dio». Per spiegare questa sua conclusione, evidenzia che il problema non sta nell'essere, o nel non essere cristiani o musulmani "moderati", ma, semmai, nel fatto di non riuscire a saper vivere la propria religione in maniera "illuminata", e cioè aderente alla vera volontà divina. E infatti così scrive: «Io non ho la minima voglia, lo confesso, di essere preso come un "cristiano moderato". Cerco di vivere il mio battesimo dando tutta la mia vita a Cristo, radicalmente. Francesco d'Assisi, Vincenzo de Paoli o Madre Teresa potrebbero essere definiti cristiani estremisti o radicali, visto come hanno vissuto la loro vita cristiana: fino all'estremo, radicalmente; ma si capisce bene che servirebbe una buona dose di malafede per bollare come fanatica la loro radicalità».
Candiard, alla fine del suo breve saggio, propone alcune sue personali soluzioni al problema del fanatismo religioso.

Secondo lui qualsiasi programma di "deradicalizzazione" non deve affatto basarsi su un approccio violento o punitivo, ma deve semmai essere fondato sullo sviluppo della vita spirituale di coloro che vivono la religione in maniera esasperata. Un equilibrato approfondimento della propria relazione con Dio, aiuta a conoscerlo meglio e ad applicare saggiamente la sua volontà. Che talvolta appare oscura, spesso nascosta tra le pieghe delle Sacre Scritture. Inoltre, ad opinione dello scrittore francese, serve investire molto di più sul cosiddetto "dialogo interreligioso". Il quale certamente non può costituire la panacea del fanatismo, ma può aiutare a combatterlo efficacemente. Infine, strumento indispensabile per il successo della lotta agli estremismi religiosi, è anche la preghiera, perché, ricorda Candiard, «nulla teme il fanatico più del silenzio della preghiera, perché nulla teme quanto l'incontro, sconcertante e trasformatore, con il Dio vivo».