Anche se è evidente che si tratti soltanto di una macabra coincidenza, il fatto che alcuni tra gli esponenti più influenti della storia della musica moderna (Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison e Kurt Cobain, solo per citarne qualcuno...) siano morti all'età di ventisette anni, è tuttavia circostanza obiettivamente inquietante. Questa incredibile concomitanza temporale ha indotto qualcuno a coniare la funerea definizione di "Club 27", nel quale sono compresi artisti che sono stati strappati prematuramente alla loro vita terrena a quell'età e quasi sempre al culmine di un drammatico processo autodistruttivo. Molti di loro hanno lasciato al mondo un'eredità artistica rilevante ed hanno segnato in maniera indelebile la cultura musicale sia del Novecento che di questo secolo.

Tra di essi c'è certamente Amy Winehouse, tragicamente scomparsa il 23 luglio del 2011, e quindi esattamente dieci anni fa. La grandissima musicista inglese nacque a Londra nel 1983 da una famiglia ebrea. Manifestò sin da piccola una spiccata predisposizione per la musica, imbracciò per la prima volta una chitarra all'età di tredici anni e, a quindici, iniziò a comporre le sue prime canzoni. In un'intervista rivelò: «Ho dovuto aspettare l'adolescenza per scoprire che il jazz era la mia musica. A quell'epoca ascoltavo molto hip hop femminile...non credo di aver scelto io il jazz, credo sia stato lui a scegliere me».

Il suo debutto discografico avvenne nel 2003, quando pubblicò il suo primo album, intitolato "Frank": un sontuoso, straordinario mix di jazz, soul ed hip hop che (dopo un'iniziale, tiepida accoglienza) sorprese e ammaliò la critica ed il pubblico di tutto il mondo.
Salaam Remi – che quello splendido disco produsse – raccontò il giorno in cui incontrò per la prima volta la Winehouse: «Quando è arrivata e si è messa a cantare "The girl from Ipanema", la stanza si è illuminata.
Non aveva bisogno di un microfono né di effetti di produzione, tutto quello che serviva ce l'aveva dentro di sé». Ed in effetti la sua inconfondibile voce era un affascinante miscuglio tra quelle di Ella Fitzgerald, Dinah Washington, Billie Holiday, Sarah Vaugan e Janis Joplin.

Il cantante irlandese Joe Heaney così descrisse quell'inconfondibile vocalità: «È un'evidente reincarnazione da un'altra epoca, rubata a una donna nera di sessantacinque anni, che ha vissuto sulle rive del Mississippi». George Michael – che di voce se ne intendeva...–di lei ebbe a dire: «Amy era, a mio parere, la vocalist con più anima mai apparsa in questo paese.
E il suo album "Back to black"(il secondo che pubblicò, nel 2006, ndr) è stato il miglior album che ho sentito fin dagli anni settanta. Senza dubbio...è stata una delle più grandi cantanti e autrici di tutti i tempi». La straordinaria grandezza della Winehouse non risiedeva soltanto nelle sue indubbie doti interpretative vocali, ma anche e soprattutto nella capacità di saper comporre musiche che sapevano mescolare mirabilmente molti generi.
Questa sua prorompente, originalissima creatività colpiva dritta al cuore l'ascoltatore; coinvolgeva, sorprendeva, spiazzava. Sempre. Perché i suoi pezzi non erano mai banali. Ed anche se spesso erano  "vestiti" con arrangiamenti che richiamavano atmosfere "vintage", sembravano dotati di un'intrinseca energia ritmica e melodica innovativa, che lasciava a bocca aperta.

Tanto è vero che Lady Gaga una volta ritenne doveroso ammettere che «Amy ha cambiato per sempre la musica pop», ed Adele dire: «Ha aperto la strada ad artiste come me e ha riacceso l'entusiasmo della gente per la musica britannica. Non credo che si sia mai resa davvero conto di quanto fosse brillante, e di quanto sia stata importante, ma questo la rende ancora più affascinante». Il giornalista Richard Bamford, una volta, scrisse: «Una performance di Amy può risultare, per il pubblico inconsapevole di quello che lo aspetta, come una perdita della verginità...man mano che prende slancio si viene investiti da un'ondata soverchiante, e si sperimentano vivide sensazioni sconosciute». Queste lusinghiere considerazioni, e la consapevolezza che se fosse stata ancora viva avrebbe potuto regalare al mondo altri straordinari capolavori, rendono ancora più amara la sua prematura scomparsa.

Dovuta certamente al dissennato scempio che più o meno volontariamente fece della sua fragile esistenza.
La Winehouse ebbe serissimi problemi di alcolismo e tossicodipendenza. Il compositore e sassofonista Bill Ashton raccontò che, quanto meno in un certo periodo, la Winehouse fumava oltre sessanta sigarette al giorno e consumava quotidianamente almeno due bottiglie di whisky! Una volta, durante un'intervista, la cantante rivelò: «...io fumo erba, e ne fumo tanta...sono un'alcolista...quanto bevo dipende da quante cose da bere mi sono rimaste in casa dalla sera prima...non è bello quando sono ubriaca». La cantautrice non si rese conto del tunnel nel quale si era infilata.

Tanto è vero che confessò: «So di avere del talento ma non sono a questo mondo solo per cantare. Sono qui per essere una moglie e una mamma e per occuparmi della mia famiglia. Mi piace quello che faccio, ma non comincia e non finisce tutto qui...quando avrò dei figli ne voglio avere parecchi, almeno cinque. Continuerò a lavorare da casa, con uno studio in casa mia. Mi immagino di essere a registrare al piano di sotto, in cantina, mentre i bambini vengono giù a cercare la loro mamma e poi provano a cantare nel microfono una cosa carina...se morissi domani sarei una ragazza felice...vorrei essere ricordata come una persona che non si è accontentata della musicalità a un solo livello...
come una pioniera. Ho molto tempo davanti per farlo, ed è una prospettiva emozionante. Ho davanti anni di musica». Purtroppo le cose sono andate diversamente.
Lasciando un vuoto incolmabile. Courtney Love confessò che la sua morte le aveva dato la sensazione dello «spreco di un glorioso e sublime talento». Giudizio che condivido pienamente.