La recente vittoria della Nazionale Italiana ai Campionati Europei di Calcio costituisce l'ennesima dimostrazione che l'abile ed illuminata gestione di un "passaggio generazionale"è spesso determinante per il successo di qualsiasi progetto a lunga scadenza.
Nel maggio del 2018, infatti, dopo l'umiliante ed inaspettata eliminazione dalla fase finale dei Mondiali che di lì a poco si sarebbero svolti in Russia, Roberto Mancini venne chiamato dalla F.I.G.C. per rifondare la nostra squadra. Con grande lucidità, e non poco coraggio, il tecnico marchigiano ha saputo rinnovare profondamente la rosa dei giocatori, riuscendo a gestire in maniera molto abile la difficile transizione tra la "vecchia guardia" ed i nuovi, giovani talenti.

Tale "alchimia gestionale", è in grado di produrre buoni frutti anche al di fuori del contesto sportivo. E pur se è agevole comprendere che non esistono ricette infallibili per accompagnare qualsiasi "rinnovamento generazionale" (soprattutto in ambito aziendale o istituzionale), è anche vero che il rispetto di alcuni principi generali, nonché un'adeguata attenzione verso alcune dinamiche relazionali, sono utili ingredienti per provare a raggiungere gli obiettivi prefissati. A spiegarlo bene, attraverso le pagine di un progetto editoriale assai curioso ed interessante, è Giacomo De Candia, esperto manager che conosce profondamente le dinamiche imprenditoriali e soprattutto le insidie del cosiddetto "family business". La lettura del suo "Il Grillo ascoltante – Il passaggio generazionale", che è possibile acquistare sulla piattaforma digitale Amazon, aiuta a comprendere meglio in che modo, qualsiasi "gioco di squadra" –se ben organizzato e diretto – possa agevolare ogni transizione.

L'autore del libro, che viene proposto sotto una forma narrativa assai originale, indica quali siano gli strumenti più adatti per aiutare coloro i quali lavorano in team, ed in particolare i leaders, ad esaltare le peculiari caratteristiche di ciascuno dei membri del loro gruppo.
Ciò al fine di riuscire a creare una compagine affiatata, efficiente e produttiva. Spiega infatti De Candia: «Il compito principale di un leader è proprio quello di far crescere i suoi collaboratori attraverso lo sviluppo dei loro obiettivi e l'esecuzione delle relative attività, rendendoli autonomi. Solo quando si è autonomi si può crescere in autostima, si può avere una visione più ampia, si può aggiungere valore e si può contribuire al bene comune».

Tale compito, a dire il vero, non è facile. Non solo perché qualsiasi squadra «è come un'orchestra in cui ogni componente, che sia capace e motivato a far uscire il suono migliore dal suo strumento, non si accontenta della sua prestazione migliore, ma si mette al servizio dell'orchestra e del suo direttore affinché, da essa, esca un suono nuovo, unico e meraviglioso, come somma dei suoi dei singoli strumenti»; ma anche perché, per poter interagire al meglio con i componenti della sua compagine, il vero leader deve saper soprattutto "ascoltare", cioè "comprendere le sensazioni, le reazioni ed i valori della persona con cui interagisce, ed anche i suoi processi mentali e le sue emozioni». Inoltre, chiunque sia posto a capo di un gruppo (familiare, sportivo, di lavoro, di studio, di amici), deve essere in grado di anticipare i cambiamenti che inevitabilmente attraversano la vita di qualsiasi realtà sociale duratura. Anzi, i veri leaders, questi inevitabili cambiamenti devono essere capaci di prepararli; e, se necessario, anche di provocarli, per poter poi gestire al meglio la transizione (soprattutto quella "generazionale").

Invece – evidenzia De Candia –molti di loro il cambiamento lo subiscono passivamente. E, così facendo, non riescono ad evitare conflitti, incomprensioni e separazioni. Fattori deleterei che possono essere in grado di distruggere, in tempi anche molto brevi, imperi economici, famiglie e strutture aziendali apparentemente solidissime. Rileva argutamente l'autore che «il progetto più importante e più difficile che un leader deve affrontare e mettere in atto è preparare ed organizzare la propria successione...bisogna essere consapevoli che mentre la proprietà si eredita, e si trasferisce da una generazione all'altra, non è così invece per la capacità di gestire un'organizzazione: quindi non sempre un erede è in grado di gestire; né, chi è o sarà proprietario, con altri interessi nella vita, deve considerare un obbligo il suo inserimento nell'organizzazione e la gestione operativa della organizzazione stessa».
Questo è vero, perché non tutti sono adatti a svolgere i compiti che il "destino dinastico" certe volte ha riservato loro. Si tratta quindi di dar corpo, nella migliore maniera possibile, al cosiddetto «processo strategico di continuità», che è la fase in cui si «mette in pratica la capacità di collaborare», e, spesso, quella assai delicata di «convivenza tra le generazioni».

Se non si pianifica adeguatamente il "passaggio generazionale"i risultati saranno quasi sempre modesti ed in alcuni casi addirittura catastrofici. Tale pianificazione va programmata per tempo, ed eseguita con le dovute cautele, perché è sempre emotivamente molto complicato escludere qualcuno dal progetto perché lo si ritiene non adatto, o non funzionale ad esso; soprattutto se, con lui, si ha uno stretto rapporto affettivo...Solo i veri leaders sono in grado di gestire questi delicati passaggi. Solo i veri leaders sono capaci di creare i presupposti per un efficiente transizione generazionale. Che poi altro non è se non il segreto per costruire una squadra vincente. Come quella che è riuscito a plasmare, quasi dal nulla, Roberto Mancini, mescolando abilmente l'esperienza dei "vecchi"e la sfrontatezza giovanile delle nuove leve. Sino a condurla, con merito, sul tetto d'Europa.