Tra tutti coloro i quali hanno saputo contribuire in maniera determinante ad influenzare la musica moderna, un posto d'onore sicuramente spetta a Louis Daniel Armstrong. Il famoso trombettista e cantante americano, conosciuto anche con lo pseudonimo di "Satchmo" (derivante dall'espressione "Satchel-mouth" – ovvero "di bocca generosa" – riferita al suo largo e bellissimo sorriso ed alla capacità di riuscire a gonfiare le guance in maniera incredibile, quando suonava), è infatti giustamente considerato come uno dei più importanti ed innovativi musicisti del XX secolo, e fu colui il quale prima di tutti (e fors'anche più di tutti), grazie alle sue geniali innovazioni interpretative, aiutò la musica jazz ad evolversi profondamente, ed a rendersi più popolare presso il grande pubblico.

Armstrong era nato "ufficialmente" nel 1901 a New Orleans (anche se lui affermava di essere venuto alla luce un anno prima...), e sin da giovanissimo entrò a far parte di alcune band che intrattenevano le platee suonando prevalentemente blues, dixie e ragtime; tuttavia, grazie ad uno sconfinato talento e ad un'eccezionale sensibilità, "Satchmo" si fece ben presto notare perché riuscì ad impreziosire abilmente, con i suoi originalissimi assoli, le performance di alcune tra le più grandi cantanti dell'epoca (basti pensare a Bessie Smith). La sua carriera solistica iniziò tra il 1924 ed il 1925, quando alcune registrazioni lo imposero all'attenzione dei colleghi, degli addetti ai lavori, e della critica. Il suo principale merito fu quello di riuscire a fondere in maniera mirabile la libertà espressiva che il jazz "naturalmente" gli conferiva, con la ritmica.

Diede un impulso decisivo allo sviluppo dell'improvvisazione jazzistica creando con la sua tromba, attraverso innovativi fraseggi melodici, memorabili parafrasi dei temi musicali originali. Ad un certo punto, però, Armstrong, con un ulteriore colpo di genio, aggiunse alle sue già straordinarie esecuzioni strumentali un nuovo elemento: la sua inconfondibile voce. La svolta avvenne nel 1929, quando il grande musicista afroamericano incise la celeberrima versione di "Ain't Misbehavin", brano nel quale coniugò in maniera stupefacente raffinate ed originalissime evoluzioni strumentali con un cantato particolarmente efficace ed ammaliante; "Satchmo" mescolò al meglio la sua "ruvida" voce con le ben più morbide sonorità della tromba, ed ottenne un perfetto equilibrio tra la canzone originale e le innovative aggiunte verbali e musicali da lui inventate.

Le sue interpretazioni vocali, nel corso degli anni successivi, regalarono al pubblico gioielli di incomparabile bellezza, e misero in risalto una sensibilità artistica davvero fuori del comune.
Esse, infatti, talvolta si connotavano di sfumature romantiche e "bonarie"(che diventeranno poi tipiche di molti crooner di successo); ma, quando il testo della canzone lo consentiva, erano addirittura "confidenziali" o "comiche". Cosa, questa, che rendeva sempre molto gradevoli le sue esibizioni. Certe volte Armstrong cantava addirittura senza usare parole di senso compiuto (attraverso il cosiddetto "scat", così impreziosendo quindi le "strofe" del brano che stava eseguendo con ulteriori elementi di pura improvvisazione).

Questa straordinaria intuizione – che lui comunque usò sempre con oculata parsimonia – non solo rappresentò un'incredibile evoluzione della musica popolare, ma di fatto determinò anche una modifica sostanziale del metodo compositivo dei brani "di genere" degli anni trenta e quaranta, perché indusse gli autori dei testi delle canzoni a trasferire nelle parole delle loro creazioni l'intonazione, i fraseggi, il timbro e la metrica tipiche del jazz. Non solo. Da quel momento in poi, gli strumentisti ed i vocalist di tutto il mondo (e a dire il vero di quasi tutti i generi musicali...), furono inevitabilmente influenzati dalla geniale intuizione artistica di "Satchmo". In molti provarono a copiarlo, ma solo in pochi ci riuscirono.

Tra di essi vi fu, certamente, la divina Ella Fitzgerald.
Louis Armstrong visse un'infanzia povera e tormentata.
Il padre lo abbandonò ben presto al suo destino, e la madre non fu mai un esempio di virtù. Tuttavia il grande musicista statunitense non rinnegò mai le sue umili origini, ed infatti in un'occasione disse: «Ogni volta che chiudo gli occhi per soffiare nella mia tromba, guardo nel cuore della buona vecchia New Orleans...Mi ha dato qualcosa per cui vivere». Ebbe anche una vita sentimentale piuttosto turbolenta (si sposò infatti ben quattro volte...). Era molto generoso, tanto è vero che donò molti più soldi di quanti ne abbia invece mai tenuti per sé! Il 6 luglio 1971, e dunque cinquant'anni fa, mentre era nella sua abitazione di New York (precisamente a Corona, nel quartiere del Queens, dove abitò per oltre trent'anni e dove adesso c'è un museo a lui dedicato), morì improvvisamente, a causa di un infarto.

Qualche mese prima di esalare l'ultimo respiro aveva confessato: «Io non ho mai cercato di provare niente, ho solo voluto dare un buon spettacolo. La mia vita è sempre stata la mia musica, è sempre venuta prima, ma la musica non vale nulla se non puoi riversarla sul pubblico. La cosa principale è di vivere per quel pubblico, perché tu sei lì per compiacere la gente...
penso di aver avuto una bella vita. Non ho pregato per ciò che non potevo avere, e ho avuto all'incirca tutto ciò che desideravo, perché ci ho lavorato»