La mattina del 2 luglio del 1961 decise di mettere fine alla sua avventurosa e tribolata esistenza uno dei più famosi ed importanti scrittori di ogni tempo: Ernest Hemingway. A distanza di sessant'anni esatti dalla sua tragica morte è, ancora oggi, una delle icone della letteratura più conosciute ed apprezzate. Fernanda Pivano, che curò la traduzione di gran parte delle sue opere, e che del celebre autore americano fu anche grande amica, ebbe modo di spiegare in maniera estremamente efficace le ragioni del successo e del fascino della sua arte narrativa: «Sono le emozioni a guidare come un filo conduttore tutte le pagine hemingwayane; magari, come lui diceva, non tanto descritte, quanto fugate per cercarne la causa, ma sempre palpitanti di passione e di dolore, sempre represse nell'understatement che fu la sua grande invenzione, e che cambiò il modo di scrivere di gran parte della letteratura occidentale. Superato il momento di crisi contenutistica, durato qualche anno sotto l'impatto della "narrativa proletaria", questo modo di scrivere tornò ad affascinare migliaia di giovani, che cercarono inutilmente di imitarlo, facendo risaltare anche meglio lo splendore dei suoi dialoghi stellanti, la purezza di pagine incontaminate da facili aggettivi, la disperazione per la tragedia di un mondo dilaniato dal conflitto tra la bellezza della realtà naturale e l'inesorabile caducità della condizione umana. È stato uno scrittore tragico, un inimitabile cantore del rapporto tra uomo e donna e della sua disintegrazione in un destino senza via d'uscita».

Tale attenta valutazione critica evidenzia, meglio di altre, la forza dirompente dell'inconfondibile stile letterario di Ernest Hemingway, sempre teso a creare "gente viva e non personaggi", a descrivere cose semplici, ad assecondare ed esaltare il principio che "la prosa è architettura e non arredamento". Elio Vittorini, che del grande scrittore statunitense era un appassionato ammiratore, sottolineò argutamente che la poetica dei suoi romanzi e dei suoi racconti risultava basata sullo stoicismo dei personaggi; i quali, infatti, si ritrovavano spesso ad affrontare –con coraggio ed encomiabile spirito di sacrificio –la faticosa avventura della loro esistenza quotidiana. Negli scritti di Hemingway emerge sovente il conflitto tra l'uomo e la natura, che non di rado risulta l'ingovernabile artefice del suo destino. Quasi sempre è poi presente –attraverso il racconto della guerra, delle corride e di violenti conflitti interiori –il tema della morte. Egli ne fu sempre ossessionato, sin dal 9 luglio del 1918, quando, durante la prima guerra mondiale, mentre prestava servizio a Fossalta come autista della Croce Rossa, venne gravemente ferito dalle schegge di una bomba esplosa da un Minenwerfer austriaco.

Il suo stile narrativo è inconfondibile. Essenziale, asciutto, diretto e di chiara derivazione giornalistica; tende quasi sempre a privilegiare la descrizione dei soli fatti, omettendo volutamente di soffermarsi sull'aspetto introspettivo dei protagonisti.
Tale approccio compositivo si fondava su un'impalcatura narrativa che tendeva a raccontare solo la superficie delle storie narrate, nascondendo invece al lettore gli aspetti emotivi ed i conflitti interiori (tanto è vero che era denominata "iceberg theory"). Questa deliberata scelta letteraria – sebbene non venne vista di buon occhio da una parte della critica – ebbe comunque effetti dirompenti sulla letteratura del Novecento (e non solo), perché in molti compresero che il meccanismo "dialogo-azione-dialogo-azione" rappresentava una travolgente novità, che riusciva a conferire forza, intensità e bellezza alla storia.
Dell'importanza di questa sua innovativa architettura narrativa lo stesso Hemingway aveva buona coscienza, tanto è vero che nel suo celebre "Morte nel pomeriggio"fa dire ad uno dei suoi personaggi, ma con evidente riferimento autobiografico: «L'individuo, il grande artista, quando viene, adopera tutto ciò che si è scoperto o conosciuto nella sua arte fino a quel momento...e poi va oltre ciò che è stato fatto e conosciuto, e crea straordinaria capacità creativa se ne accorsero in molti.

Il poeta americano Archibald MacLeish – che di Hemingway fu anche amico –così infatti, di lui, una volta scrisse: «...la sua opera rifletteva sinceramente e senza retorica i vizi, le virtù e l'essenziale umanità delle persone tra le quali egli era vissuto...la forza e la vivacità dei suoi scritti è stata talmente potente da riuscire ad infrangere le barriere del linguaggio e la nebbia delle mistificazioni». Eppure il suo originalissimo mondo narrativo scontenterà (forse per malcelata invidia...) più d'uno dei suoi colleghi. Ricorda infatti la Pivano: «Nell'ottobre del 1927 esce "Men without women"... (una raccolta di racconti, ndr)...recensito da Virginia Woolf, con un articolo che irrita Hemingway.
Il tono generale delle recensioni, che tutto sommato non è mai cambiato, denuncia il mondo di Hemingway come "piccolo" e popolato di "gente volgare" e di "piccole catastrofi sordide", vissute da toreri, prostitute, soldati, ubriaconi e drogati, narrate con uno stile giornalistico». Questo diffuso (ed in buona parte ingiustificato ostracismo critico) amareggiò non poco il grande scrittore americano nel corso di tutta la sua tormentata esistenza, la quale venne vissuta con un coraggio guascone che quasi sempre affascinava, ma talvolta infastidiva; essa fu costellata da incidenti, malattie fisiche e mentali e dolori intimi, che lo fecero soffrire parecchio, ma che probabilmente ispirarono anche molte delle sue immortali pagine. Forse fu proprio per sfuggire al severo giudizio di alcuni critici – che lui amava definire causticamente "i parassiti degli scrittori"– che Hemingway si impegnò senza risparmio alla ricerca della "perfezione compositiva". Egli però si rese conto che non avrebbe mai potuto raggiungere quell'ambizioso obiettivo, perché un giorno ammise, malinconicamente, «siamo tutti apprendisti, in un mestiere nel quale non si diventa mai maestri». E se lo diceva lui...