Il rapporto tra il presente e il passato ha spesso indotto gli intellettuali di ogni tempo ad interessanti considerazioni ed argute conclusioni. Cicerone, infatti, una volta ebbe a dire che «la storia è testimonianza del passato, luce di verità, vita della memoria, maestra di vita, annunciatrice dei tempi antichi», mentre Marcel Proust scrisse che «troviamo di tutto nella nostra memoria: è una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso».
L'argomento è molto interessante, perché induce a riflettere sull'indiscutibile insegnamento che gli accadimenti storici possono offrire a ciascuno di noi.
Per tutti coloro i quali volessero approfondirlo, segnalo molto volentieri l'uscita di un libro a firma di Marcello Flores, intitolato "Cattiva memoria – Perché è difficile fare i conti con la storia"("Il Mulino", 138 pagine).

Il breve saggio parte da un condivisibile presupposto, e cioè che «la storia condivide totalmente con la memoria la sua forma narrativa, di racconto, di selezione di ricordi del passato, cui aggiunge l'interpretazione, che non è mai univoca, e fissata una volta per tutte. In questo risiede la sua tendenza alla scientificità, e insieme l'impossibilità di esserlo, in quanto narrazione selettiva e arbitraria di eventi, e spiegazione degli stessi attraverso il discorso interpretativo...ogni interpretazione, evidentemente, si basa su una selezione di documenti e di fatti». La "naturale" contraddittorietà di qualsiasi valutazione storica si riflette –ed inevitabilmente influisce –soprattutto sulla cosiddetta "memoria collettiva"; «è proprio il rapporto del presente con il passato che del resto...– osserva Flores –...costituisce il punto cruciale attorno al quale si crea la memoria collettiva».

Quest'ultima, a sua volta, è composta da una significativa porzione di "memoria politica", la quale è spesso costruita ed alimentata dal potere che in quel momento è in carica in un certo contesto geopolitico, e ciò con l'obiettivo di cercare di consolidare il più possibile la sua legittimità. Ed infatti, evidenzia l'autore, sono soprattutto i regimi totalitari che cercano con ogni mezzo di controllare la "memoria collettiva", costruendola ed imponendola alle masse, secondo i loro bisogni. Questo, ad esser sinceri, avviene (seppur per fortuna non in misura opprimente, e comunque senza intenti moralmente deteriori) anche negli stati democratici.

Tanto è vero che nella bandella di copertina del breve saggio si legge: «Negli ultimi decenni il ruolo della memoria nella vita pubblica è cresciuto costantemente, ma in parallelo è diminuito il peso della storia nel costruire la nostra conoscenza e sensibilità del passato.
Un processo accentuatosi con il sempre maggiore intervento della politica e delle istituzioni nel creare "leggi di memoria","luoghi di memoria","monumenti memoriali"...». A tal proposito, rileva l'autore del saggio, «in ogni paese si è assistito, nel corso degli ultimi cinquant'anni, all'individuazione di nuove date-simbolo, significative per l'identità nazionale e la coscienza collettiva, al cambiamento di altre, al mantenimento di alcuni punti fermi risalenti al passato o, al contrario, alla cancellazione brutale e totale di ogni riferimento a esso».

Tale "monumentalizzazione del passato", sebbene condivisibile in via di principio, va tuttavia sempre compiuta in maniera accorta, e ciò al fine di evitare che la memoria finisca per proporre, alla valutazione di una collettività spesso distratta e superficiale, una distorta visione della realtà storica, inducendo a sottovalutare colpevolmente il peso degli eventi, ed il ruolo di personaggi che hanno contribuito a scriverla.
Sostiene infatti Flores, a tal proposito, «quando la memoria prende il sopravvento, e dimentica il ruolo di comprensione della storia, è facile cadere nella logica del giudizio, del tribunale, della condanna, favorendo analogie che creano solo confusione nella conoscenza, e rimandano a più generali e astratte questioni morali».
Tale rischio, si badi, è "ecumenico", nel senso che riguarda – almeno in via di principio – sia la valutazione critica del nazifascismo (particolarmente viva, per ovvie ragioni, soprattutto in Italia), sia quella del comunismo.
Giusto per fare due esempi.

Lo storico padovano, nel suo saggio, affronta questo delicato e controverso problema analizzandolo a fondo, attraverso riferimenti e richiami che inducono a riflettere profondamente. Egli, infatti, evidenzia che «un terreno molto importante in cui si misura il ruolo della storia nella costruzione della memoria pubblica è quello che riguarda i libri di testo di storia per le scuole che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono proposti, controllati e approvati dallo stato o da commissioni o agenzie da esso costituite. Uno degli argomenti più controversi e difficili da trattare nei manuali scolastici è, ovviamente, quello delle guerre, specie di quelle più vicine nel tempo. Il loro racconto può servire a infiammare il patriottismo dei giovani studenti, il vittimismo della nazione, a rammentare i nemici del presente, a svolgere una funzione terapeutica o militante, ma anche, nei casi migliori, di conoscenza critica». Ed a tal proposito richiama l'opinione della storica Eugenia Vera Roldan, la quale, in un suo recente libro, ha scritto che «è anche attraverso i manuali di storia che le nazioni si definiscono incessantemente, costruendo e ricostruendo la loro identità». E questo non lo si può negare.