l 28 febbraio di cinque anni fa l'Academy of Motion Picture Arts and Sciences consegnò ad Ennio Morricone l'Oscar per la colonna sonora che il grande compositore italiano aveva scritto per il film di Quentin Tarantino "The hateful eight". Per celebrare adeguatamente la ricorrenza, ed in vista del primo anniversario della morte del musicista romano (avvenuta lo scorso 6 luglio), lo storico del cinema Italo Moscati ha appena pubblicato per la casa editrice Castelvecchi una breve biografia intitolata "Ennio Morricone" (83 pagine), la quale svela più di qualche segreto del carattere, della vita e della carriera di colui il quale viene giustamente considerato uno dei compositori più geniali ed influenti del Novecento.
Il lunghissimo percorso artistico di Morricone iniziò negli anni cinquanta del secolo scorso, e gli consentì non solo di arrangiare (e talvolta anche di comporre) alcune delle canzoni più celebri della musica leggera italiana degli anni sessanta(ad esempio "Sapore di sale","Il mondo","Se telefonando","Abbronzatissima", "Guarda come dondolo"), ma soprattutto di collaborare con molti dei più famosi registi della storia del cinema italiano ed internazionale.

Basterebbe pensare a Sergio Leone, Giuseppe Tornatore, Bernardo Bertolucci, Marco Bellocchio, Pier Paolo Pasolini, Liliana Cavani, Elio Petri, Alberto Lattuada, Mauro Bolognini, Giuliano Montaldo, Dario Argento, Valerio Zurlini, Lina Wertmüller, Gillo Pontecorvo, Luigi Comencini, Mario Monicelli, Carlo Verdone, Francesco Rosi, Franco Zeffirelli, Ermanno Olmi, Brian De Palma, Warren Beatty, John Carpenter, Oliver Stone, Roman Polanski, Pedro Almodovar.
Dalla lettura della biografia emerge in primo luogo la straordinaria passione di Morricone verso il suo lavoro. Aveva della musica un'idea molto precisa; espressione artistica che coltivava con encomiabile serietà, con rigoroso metodo e geniale professionalità.

Una volta ebbe a dire: «L'ispirazione non esiste.
Se c'è un segreto, cercatelo nel silenzio. Perché il silenzio è musica, almeno quanto i suoni, forse di più.
Se vuoi entrare nel cuore della mia musica cerca tra i vuoti, tra le pause. Ogni suono è soltanto la pausa di un silenzio. La mia musica parte da qui. E da due giganti: Johann Sebastian Bach e Igor Stravinskij...il bello assoluto nella musica non esiste, come non esiste nelle altre arti. Ci sono però delle regole precise in base alle quali una composizione si può definire oggettivamente bella. L'equilibrio della forma, la varietà dei timbri sonori, gli equilibri interni». Morricone si avvicinò al cinema agli inizi degli anni cinquanta quando Cinecittà era una prestigiosa "succursale" di Hollywood.

L'amore con la "settima arte" sbocciò subito, tanto è vero che nel 1958 decise di rifiutare il pur ambito incarico di assistente musicale della Rai, perché quell'impiego gli avrebbe impedito di fare carriera, e di veder trasmesse (in quanto dipendente dell'ente pubblico) le sue composizioni. Il suo debutto come autore di colonne sonore avvenne con il celebre film "Il federale", diretto da Luciano Salce e interpretato da Ugo Tognazzi. Da quel momento in poi la sua carriera cinematografica non conoscerà più ostacoli sino all'Oscar del 2007, e a quello, ricordato all'inizio, del 2016. Liliana Cavani di lui una volta disse: «La musica per il cinema è la voce dei sentimenti. Non tutti i compositori sono capaci di creare efficace musica per lo schermo. Morricone ci è sempre riuscito, con grande vantaggio per le immagini. Esistono film nei quali il commento musicale disturba, distrae o irrita persino.
Morricone è invece uno dei non molti musicisti capaci di donare al racconto più ricchezza emotiva, amplificando il coinvolgimento del pubblico».

Morricone fu un geniale innovatore. Secondo Filippo Simonelli, infatti, «importò un gusto timbrico decisamente insolito nella musica da film, basti pensare allo scacciapensieri, che prima di lui non si sarebbe mai visto in una colonna sonora. Applicava i rigorosi principi del contrappunto anche ai momenti più lirici ed intensi, sfruttando al tempo stesso le potenzialità che l'elettronica e le tecniche per la registrazione gli offrivano in più rispetto alla musica eseguita dal vivo, arrivando in anticipo sui tempi di numerosi decenni».
Moscati, sul punto, così commenta: «I suoi suoni sono diventati parte integrante dell'immaginario della cultura di massa...aggiunse fischi, fruste, scacciapensieri e grida inarticolate...le sonorità, gli effetti, raccontano le scene in modo dinamico, spingono reazioni, sono gli interventi esterni che animano i suoni, s'impadroniscono del racconto, non lo lasciano più, si stampano nella mente... la sua fascinazione musicale si è isolata dalle immagini, e ha fatto viaggiare la fantasia, i sensi, il piacere di vedere dentro, e al di là dello schermo». Quentin Tarantino, quando ricevette la musica scritta da Morricone per "The hateful eight", lo paragonò a Mozart e Beethoven.

Il musicista italiano, tuttavia, così commentò quel lusinghiero giudizio: «Le sue parole un po' mi hanno fatto piacere, un po' mi hanno dato l'impressione che stesse prendendomi per i fondelli, forse con l'obiettivo di creare pubblicità attorno al film. Non credo a giudizi simili, sono adulazioni». Tale risposta trova le sue radici nel carattere di Morricone. Che era uomo notoriamente schivo, riservato, umile. Segni distintivi che in qualche modo richiamano la sua origine. La sua famiglia, infatti, era di Arpino. Questo profondo legame con la Ciociaria non venne mai meno. Tanto è vero che il grande compositore non solo fu uno degli artefici della realizzazione del Conservatorio Licinio Refice di Frosinone (che, negli anni settanta, gli assegnò la cattedra di composizione), ma prestò anche la sua geniale creatività scrivendo numerose colonne sonore per il regista frusinate Stefano Reali; ed addirittura dedicò, ad uno dei suoi musicisti più fidati, anch'egli di Frosinone, una composizione per contrabbasso e archi.
Così motivando la sua scelta: «Ho scritto "Braevissimo" per Maurizio Turriziani perché è un contrabbassista di grande tecnica, di grande bravura, di grande fantasia interpretativa, di grande virtuosismo». Un elogio del genere, proveniente da uno dei più importanti compositori del Novecento, è un regalo straordinario, da custodire gelosamente.