Le espressioni artistiche – soprattutto quelle letterarie e figurative – contengono spesso richiami più o meno espliciti alla figura di Dio ed al complesso rapporto che esiste tra il Creatore e le vicende umane. In tale specifico contesto, negli ultimi decenni, particolare rilevanza ha assunto l'arte cinematografica; la quale molto probabilmente costituisce, proprio per le sue peculiari caratteristiche, il mezzo più adatto a rappresentare e a descrivere il profondo mistero che lega l'umana esistenza con la divinità. È stato pubblicato per la casa editrice "Dei Merangoli" un interessante saggio scritto dal giornalista, scrittore e critico cinematografico Mario Dal Bello, ed intitolato "Il Dio nascosto nel cinema" (201 pagine).

Il libro si pone l'ambizioso obiettivo di evidenziare in quale maniera il delicato argomento della correlazione tra l'uomo e Dio è stato trattato nella cinematografia mondiale (soprattutto quella occidentale), dal secondo dopoguerra ad oggi. L'autore parte dal presupposto che l'attuale società, particolarmente globalizzata e tecnicistica, ha inevitabilmente mescolato gli stili di vita di popoli e nazioni, ha finito per dimenticare millenarie tradizioni, ed ha umiliato, frantumandole, molte certezze morali: «L'Occidente in particolare sembra precipitato in un autentico vuoto esistenziale, al quale la scienza vorrebbe dare risposte definitive, mentre la filosofia attende, e la fede di qualsiasi credo cerca nuove vie di comunicazione. Il nichilismo, ossia il vuoto esistenziale, sembra essersi impossessato del senso della vita, della traccia per orientarsi nel labirinto del mondo.

C'è ancora posto per Dio o per qualcosa/qualcuno che rimandi in qualche maniera a lui? Egli sembra il grande assente o il misterioso nascosto del nostro tempo irrequieto. Potrà riemergere? Il cinema indaga e racconta Dio attraverso alcuni autori senza dare risposte univoche, anzi talvolta lo ricerca, smarrito, come un Diogene con la lanterna. Ma se è vero che il cinema è movimento ed immagine, oltre che pensiero e parola, è altrettanto vero che la vita si svolge attraverso tutti questi mezzi, dando così il compito alla settima arte di raccontare se stessa, esprimendo le sue dimensioni più varie. Il cinema, dunque, si fa ancor più portavoce di ciò che l'uomo vive in un determinato periodo storico».

Questa considerazione non è affatto lontana dal vero, perché le espressioni artistiche sono le forme comunicative più adatte a descrivere le continue "trasformazioni" umane. Dal Bello evidenzia che la divinità è stata rappresentata dal cinema in moltissimi modi. Non esiste infatti soltanto il classico "Dio biblico",e cioè quello mostrato al pubblico mediante una narrazione di tipo "giudaico-cristiana" (si pensi, ad esempio, a "The Passion" di Mel Gibson del 2004, a "Jesus Christ Superstar" di Norman Jewison del 1973, al discusso "L'ultima tentazione di Cristo" di Martin Scorsese del 1998, o al celebre kolossal "La Bibbia" di John Houston del 1966), ma vi sono numerose ulteriori sfaccettature con le quali la divinità, e la religiosità che ne è di contorno, è stata trattata sullo schermo.
Basterebbe pensare al recente "Joker" di Todd Phillips, che «racconta di un clown ipersensibile rifiutato dalla società. Il non-amore lo getta nella disperazione che si fa gioia del male, vendetta sociale».

Dal Bello si domanda: «È la mancanza di accoglienza che può generare nel dolore estremo la voglia del male?». Molte delle pellicole che noi vediamo sono cariche di forti simbolismi, e si basano su trame, comportamenti, pensieri e parole dei loro personaggi, che inequivocabilmente richiamano il travagliato rapporto dell'uomo con la divinità. La stragrande maggioranza dei film, inoltre, altro non sono se non la trasposizione (a seconda dei casi drammatica, surreale o ironica) della visione morale, filosofica o religiosa dei registi che poi li hanno diretti. Nel suo libro, il critico cinematografico veneto si sofferma ad analizzare, ad esempio, la produzione di Clint Eastwood, argutamente evidenziando che egli, «a differenza di un certo cinema europeo, non teme né esorcizza la morte».

Ed infatti il famoso attore e regista californiano la fa spesso affrontare, dai suoi coraggiosi personaggi, "a viso aperto", prevedendo scene di chiara impronta "cristologica". Si pensi al finale di uno dei suoi film più celebri ("Gran Torino" del 2008), nel quale il vecchio protagonista si sacrifica coraggiosamente per salvare un ragazzo. Evidenzia Dal Bello: «Fa impressione vedere il suo corpo steso nell'erba, è quello del peccatore che si è immolato per liberare se stesso e il suo prossimo dal male». L'autore del saggio ritiene poi che «la passione di Cristo, nei suoi aspetti drammatici, sia quasi un leitmotiv, spesso sotterraneo, della filmografia di Martin Scorsese», cineasta che spesso affronta temi impegnativi e delicati come «il dolore, la violenza, il rimorso e soprattutto la morte».

Il libro non manca poi di soffermarsi sul cinema italiano, richiamando, in primo luogo, quello che è considerato il più "religioso"dei nostri registi: Ermanno Olmi («Della presenza di Dio è pregno ogni suo film, se non altro per il senso di stupore e mistero»). Completamente diverso appare invece l'approccio verso le tematiche religiose di un altro grande esponente della cinematografia italiana: Paolo Sorrentino. Dal Bello rileva infatti che il regista partenopeo, attraverso la sua "anima metaforica"ed onirica, «attratta dalla deformità e dal grottesco, che si rende di per sé ridicolo e ancor più lancinante…descrive ogni cosa con uno stile iper barocco che vuol contenere tutto…sembra voler andare oltre la "bellezza" decadente che vede intorno a sé, e che fa parte del suo linguaggio…sa essere impietoso sia verso la religione…sia verso tutti».

In conclusione non possiamo fare altro che aderire con quanto scritto dal giornalista Alberto Molè nella prefazione del libro: pur non potendo ovviamente suggerire al lettore tutti i possibili itinerari ermeneutici di un argomento così vasto e complesso, avvia un processo che aiuta a «cercare brandelli di luce anche nel dolore, nella presenza / assenza di Dio, nella libertà umana. E lo fa ripercorrendo il Dio biblico, il Dio ignoto, la notte di Dio, il Dio nuovo, il Dio debole e sconfitto, un Dio che si fa nulla perché l'altro sia, e la storia diventi veramente umana».