Non molto tempo fa ebbi l'occasione di discutere di comicità con un mio vecchio amico. Nonostante egli sia persona molto arguta ed intelligente, e per di più con uno spiccato senso dell'umorismo, mi confessò che quella tagliente e dissacrante di Paolo Villaggio non gli era mai piaciuta. La trovava infatti troppo basata sulla ridicolizzazione di alcune categorie di persone e sull'evidenziazione dei difetti – fisici e non – di alcuni dei personaggi dei suoi film più famosi. Dissentii con tale sua valutazione perché a mio avviso la comicità dell'artista genovese, oltre ad essere un surreale (ma riuscitissimo) sguardo sulla società italiana, soprattutto quella degli anni settanta, in realtà aveva proprio l'obiettivo di attirare l'attenzione sulle storture delle disuguaglianze sociali, ed enfatizzava attraverso l'ironia, per combatterla, l'ingiustizia di un mondo che tendeva a premiare il più bello, il più ricco e il più potente.

La mia personalissima opinione sembrerebbe essere confermata dal contenuto di un libro intitolato "L'uguaglianza", da poco pubblicato da "Edizioni La Comunità", che è la trascrizione di un'intervista realizzata nel 1975 al grande attore ligure dal giornalista della Radiotelevisione svizzera Arturo Chiodi. Quell'intervista (poi mandata in onda con il titolo "Tragico Fantozzi: Paolo Villaggio"), fu l'occasione per conoscere meglio le opinioni che aveva l'artista (scomparso il 3 luglio del 2017) sulla comicità, sulla cultura, sul cinema, sulla società dell'epoca e sull'uomo.
Quella conversazione svelò l'intimo di una persona che, nonostante le frivolezze legate all'apparenza dei suoi personaggi, si era in verità sempre interessato ai temi politici e sociali.

Non tutti sanno infatti che Villaggio, quando era all'apice del suo successo, non solo si iscrisse dapprima al Partito Comunista Italiano e poi a Democrazia Proletaria, ma arrivò addirittura a candidarsi con i Socialisti Radicali alle elezioni politiche del 1987 e poi, nel 1994, con la Lista Marco Pannella.
L'intervistatore svizzero gli chiese anche che cosa, avendone la possibilità, avrebbe dato agli italiani per provare a risolvere i loro problemi. L'attore rispose: «È una domanda un po' utopistica e quindi non può che esserlo anche la risposta. Una cosa che difficilmente, a mio avviso, l'umanità raggiungerà, forse solo alla fine della sua evoluzione: l'uguaglianza. E penso che sia moltissimo».

Paolo Villaggio era anche un finissimo intellettuale, che amava leggere – e rileggere – le opere di Hemingway, Garcia Marquez, Borges, Bulgakov, Kafka. Nell'intervista si lamentò dell'avvilente deriva culturale morale e sociale che, in quegli anni, sembrava aver colpito il mondo: «Io penso che il momento di disagio che viviamo adesso venga in gran parte proprio dall'aver perso fiducia nei valori della cultura. Ma la cosa che più mi spaventa è vedere come questa globalizzazione, che è una pressione violentissima, provochi un'omologazione pazzesca. Si diventa tutti uguali: tutti con le basette, o l'orecchino, o lo stesso tipo di jeans. Ma non c'è inventiva, sono fenomeni che si subiscono e basta. È una specie di dittatura, nel senso pieno del termine. E quindi mi spaventa molto come si vive oggi. Si vive in una maniera strana». Parole profetiche, che non abbisognano di altri commenti.

L'attore ritenne opportuno dire anche che «l'uomo credeva di essere felice con le autostrade, le macchine e gli intasamenti, mentre in realtà il mondo in cui è costretto a vivere è come quello di Fantozzi, è un inferno...Fantozzi vive in una dimensione piramidale, la dimensione dei "burosauri", e forse al vertice della piramide, si dice nel film e nei libri, non c'è nessuno».
Il suo più famoso personaggio nacque per caso, nel 1968, quando Villaggio cominciò a pubblicare sul periodico "L'Europeo", alcuni brevi racconti che avevano come protagonista uno sfigato travet il quale doveva rappresentare, per stessa volontà dell'autore, «il prototipo del tapino, la quintessenza della nullità».
Il successo fu clamoroso.

Cosa che indusse la casa editrice Rizzoli a proporre a Villaggio di far diventare un libro quella sua geniale intuizione narrativa. Nel 1971 venne infatti pubblicato "Fantozzi", che divenne un vero e proprio "caso letterario", vendendo oltre un milione di copie. Lo stesso Villaggio disse: «Con Fantozzi ho cercato di raccontare l'avventura di chi vive in quella sezione della vita attraverso la quale tutti (tranne i figli dei potentissimi) passano o sono passati: il momento in cui si è sotto padrone. Molti ne vengono fuori con onore, molti ci sono passati a vent'anni, altri a trenta, molti ci rimangono per sempre e sono la maggior parte.
Fantozzi è uno di questi. Nel suo mondo il padrone non è più una persona fisica, ma un'astrazione kafkiana, è la società, il mondo. E di questa struttura lui ha paura sempre e comunque, perché sa che è una struttura-società che non ha bisogno di lui, e che non lo difenderà mai abbastanza. Per lo meno qui da noi.Ma questo rischia di diventare un discorso politico troppo serio per uno "scherzo" quale deve essere tutta questa faccenda del libro».

Oreste Del Buono, nella sua prefazione al volume, confessò la sua riconoscenza verso l'autore: «La riconoscenza per chi si sobbarca il peso di tutti i diseredati dell'aspetto e del gesto, di tutti gli umiliati e offesi della propria bruttezza e goffaggine, di tutti i mutilati del pensiero e della prassi, dell'affabilità e della sintassi». La poetessa Alda Merini ricordò addirittura il valore terapeutico di quelle letture: «Lo iniziai a leggere e immediatamente deflagrai in uno scoppio di risa che mi ha fatto desiderare la vita come non mi era mai capitato. Fantozzi mi ha salvato la vita, sono viva grazie a lui». Da lì alla trasposizione cinematografica il passo fu breve. Nel marzo del 1975 "Fantozzi" uscì infatti nelle sale. E incassò oltre cinque miliardi di lire. Quella comicità strampalata e caustica divenne subito popolarissima. E venne anche acclamata dalla critica. Tanto è vero che, quella pellicola, è stata recentemente ritenuta degna di far parte dei 100 film italiani "da salvare"; ed è, assieme a "Totò a colori" e a "Un americano a Roma", l'unica opera presente nella lista, ascrivibile al genere comico. Evidentemente, a differenza della leggendaria "La corazzata Kotiomkin", "Fantozzi" non era affatto «una cagata pazzesca». E, da quando è uscita nelle sale, ha ottenuto ben più degli (altrettanto leggendari) «92 minuti di applausi».