Tra qualche giorno Alberto Sordi avrebbe compiuto cento anni. Nacque infatti a Roma, in via Cosimato (quartiere Trastevere), il 15 giugno del 1920. Era il quarto figlio di Pietro (onesto suonatore di basso tuba del Teatro dell'Opera, originario di Valmontone), e di Maria Righetti (maestra elementare nativa della provincia di Frosinone, e precisamente di Sgurgola). Sordi è stato uno dei più grandi ed importanti attori della storia del cinema italiano; colui il quale, attraverso i personaggi dei suoi numerosissimi film (oltre duecento), ha saputo mostrare al pubblico, forse meglio di chiunque altro, il vero volto dell'italiano medio, ed ha evidenziato –spesso in maniera cruda ed impietosa –i pregi ed i difetti del nostro amato paese. Sin dall'adolescenza Alberto fece capire ai genitori che lo studio non faceva per lui, e che la sua ferma intenzione era quella di diventare attore. Ed infatti già a tredici anni colse l'invito formulatogli dalla casa discografica Fonit Cetra, la quale gli aveva proposto di registrare il sonoro di alcune delle fiabe che lui stesso aveva scritto.

Quella fortunata circostanza diede di fatto inizio ad una lunga ed incredibile carriera che lo vide protagonista sui set di tutto il mondo, ma che era iniziata sui polverosi palchi dei teatri del dopoguerra. Carriera che sarà impreziosita da prestigiosi riconoscimenti (basti pensare ai ben 9 David di Donatello, ai 6 Nastri d'Argento, al Leone d'oro alla carriera assegnatogli al Festival di Venezia, all'Orso d'Oro al Festival cinematografico di Berlino, al Golden Globe). Per celebrare la sua indimenticabile figura di artista Mondadori ha appena pubblicato un interessante libro intitolato "Alberto racconta Sordi – Confidenze inedite su amore, arte ed altri rimpianti" (204 pagine). Si tratta del resoconto di una serie di interviste che il grande attore, regista e sceneggiatore romano concesse – tra il 1998 ed il 2002 – a Maria Antonietta Schiavina, con l'accordo che sarebbe stato però pubblicato solo dopo la sua morte.Dalla lettura del volume esce fuori un ritratto molto personale dell'artista, che aiuta a comprenderne meglio il carattere, la personalità ed i gusti, ma svela anche alcuni piccoli "segreti"della sua vita privata. Assai poco mondana, in verità, e che Sordi trascorse per la gran parte nella sua splendida villa di via Druso a Roma(a due passi dalle terme di Caracalla).

È lo stesso attore che rivelò alla giornalista milanese quando, ed in che modo, arrivò ad acquistare quella dimora: «Ho avuto il classico colpo di fortuna. Stavo guardandomi intorno da tempo e mi erano già capitate tante opportunità, scartate regolarmente perché cercavo qualcosa di speciale. L'occasione arrivò nel 1953 quando un mio amico, presentandomene il proprietario, mi disse: "Ti interessa una casa in un posto molto bello, in zona archeologica ma centrale?". Non me lo feci ripetere due volte. Quel casale, fra l'altro, io l'avevo notato da un po', ma poiché di fronte ci stavano le suore, pensavo fosse dei frati, e quindi l'idea di comprarlo non mi aveva mai neppure sfiorato. Invece venni a sapere che era di un tizio che, abitando da tutt'altra parte, voleva sbarazzarsene... Pensai subito che quella meraviglia doveva essere mia. Alle 9.30 del mattino mi fecero la proposta e alle 11 avevo già concluso l'affare.

Felice come se avessi vinto un Oscar e già con tutti i progetti nella testa per sistemare la villa a modo mio...
quando nella mia villa mi ci posso rifugiare lontano da tutti, ne godo la pace con grande gioia... la mattina appena mi sveglio mi affaccio alla finestra e, vedendo Caracalla e il campanile romanico con le mura, sento che lì sono proprio a Roma: nel cuore della città ma lontano dal caos». L'acquisto di quella lussuosa casa fu possibile perché Sordi – che all'epoca girava almeno mezza dozzina di film all'anno – era già diventato molto ricco. Ma della sua agiatezza non faceva mai sfoggio. Lui stesso raccontò infatti divertito che un giorno, mentre era a Londra con il suo amico Sergio Amidei, gli disse: «"Me vojo compra'la Rolls". Andammo insieme dal rivenditore e poi passammo giornate intere a guardarle, dentro e fuori...poi, quando fu il momento di decidere, mi feci un esame di coscienza: "Ma che, me serve proprio a Roma la Rolls?...".

Ricordo che stetti sveglio quasi tutta la notte a riflettere e poi, la mattina, davanti a un caffè cattivo come pochi, dissi ad Amidei: "Sai che faccio? Vado dal venditore de Rolls e je spiego che fra i colori che c'ha a disposizione un c'è quello che me piace; che ce devo pensa', che devo chiedere a mi moje". Amidei mi guardò con i suoi occhi diabolici. "Tu un c'hai moje, che t'inventi?". Poi mi abbracciò dicendomi: "Albé, non semo tipi da Rolls, c'hai proprio raggione"». Sordi rifiutava l'etichetta di avaro che gli era stata appiccicata addosso: «Se davvero lo fossi non avrei mai rifiutato di prestare la mia faccia alla pubblicità, che ha sempre pagato molto bene». Non tutti sanno che non soltanto fu un grande attore, un apprezzato sceneggiatore, ed un buon regista, ma anche uno straordinario doppiatore. All'inizio della carriera "prestò la sua voce" ad attori americani molto famosi, come Robert Mitchum ed Antony Quinn, ma soprattutto al grandissimo Oliver Hardy. Lui stesso raccontò alla Schiavina quello che avvenne il giorno in cui si ritrovò ad avere quel suo inconfondibile tono vocale, greve ed ammaliante: «Avevo un timbro da soprano, che avrei barattato a ogni costo. L'ho desiderato talmente tanto che una mattina il miracolo si compì. Ricordo che dopo essermi svegliato andai in cucina e dissi a mia madre: "Buongiorno", tirando fuori una voce da basso che la fece trasalire... quella voce sarebbe stata in seguito la mia fortuna e mi avrebbe accompagnato per tutta la mia carriera, caratterizzandomi sia nella recitazione che nella vita».

Durante le interviste, che ora sono diventate un libro, Sordi spiegò alla giornalista milanese quale fu, secondo lui, l'origine del suo incredibile successo. La svolta avvenne con l'avvento del cinema neorealistico. «Il mio scopo, infatti, era quello di riprendere il neorealismo di De Sica e Rossellini, dandogli uno sfondo satirico, perché se loro avevano raccontato l'Italia che lottava per la sopravvivenza, io volevo raccontare l'altra Italia, quella borghese, che cambiava; le esperienze vissute, ripartendo dalla guerra, dal dopoguerra e andando al passo con l'evoluzione del costume...incominciai così un genere nuovo che faceva ridere con cose realistiche.
Un genere demolitore...il mio neorealismo era ironico, e talvolta anche drammatico, veniva recepito, e io ero convinto di dover continuare su quella strada, l'unica che sarei stato in grado di percorrere, la sola in cui credevo».

Alberto Sordi morì a Roma, nella sua casa, il 24 febbraio del 2003. I suoi funerali vennero celebrati nella basilica di San Giovanni in Laterano alla presenza di oltre 250.000 persone. Sulla sua lapide, al Verano, è incisa una battuta che ricorda uno dei suoi film più celebri e divertenti, "Il marchese del Grillo", e che recita: «Sor Marchese, è l'ora».