Quando parliamo di Valle del Sacco dobbiamo partire da un dato certificato: si è dinanzi al terzo sito territoriale più inquinato d'Italia, frutto di un disinteresse del rispetto delle norme di tutela ambientale che nasce da lontano, sin dagli anni Settanta. E, come sempre accade, dopo una lunga fase di industrializzazione, che ha visto la produzione anche di materiale bellico ed esplosivi, periodo in cui il lavoro è stato messo al primo posto anche contro le minime regole di tutela ambientale, oggi, a seguito della chiusura di decine di grandi stabilimenti, arriva il conto.

Quello ambientale, appunto, che non è stato rispettato per una volontà precisa oltre che per la mancanza di norme specifiche in materia di tutela ambientale, almeno fino ad un certo periodo. E, a essere coinvolto, è un pezzo di territorio che coinvolge la provincia sud di Roma e la provincia di Frosinone, una lunga fascia che costeggia il fiume Sacco partendo dall'area di Colleferro fino al comune di Ceprano.

Un territorio dove vivono centinaia di migliaia di persone. Quindi, quello che fino a qualche decennio fa era uno spaccato incontaminato, oggi, al contrario, è l'emblema e il simbolo dell'inquinamento. Ma, se fino a qualche tempo fa, sembrava tutto passare inosservato, oggi, per fortuna, la situazione sta cambiando: tanto che il 2020 sembra essere l'anno della svolta con l'avvio, finalmente, delle prime bonifiche arrivate anche grazie all'impegno e alla mobilitazione di associazioni, cittadini e istituzioni, con queste ultime che, in ultimo, hanno mutato il loro atteggiamento grazie alle continue mobilitazioni pubbliche.

La storia

Da pianura fertile e geograficamente ben posizionata tra Roma e la provincia nord di Frosinone, anche grazie alla vicinanza con l'Autostrada del Sole, e quindi ottimamente collegata, la zona della Valle del Sacco divenne, durante gli anni del boom economico, un distretto industriale basato sull'industria bellica e sulla produzione di materiali ferroviari. Quindi, nel corso degli anni, si sono aggiunti il cemento, la produzione di pesticidi, la chimica pesante e altre tipologie di produzione. Con un ritorno occupazionale importante per l'intera zona comprendente decine di Comuni.

Tutto bene? Da questi punti di vista, certamente sì, ma il problema è stato, ed è emerso molti anni dopo, quello ambientale visto che molti dei responsabili di queste aziende pensavano bene di risparmiare sullo smaltimento dei rifiuti prodotti, di seppellire il tutto facendola franca ma lasciando in eredità dal punto di vista ambientale e sanitario gravi conseguenze negative.

Per anni nulla è emerso, si lavorava, si produceva e nessuno pensava a quella che poi sarebbe diventata una vera e propria emergenza. I primi segnali sono cominciati a manifestarsi con la chiusura di fabbriche, spesso dovuta a imprenditori che dopo aver usufruito di corposi finanziamenti, come quelli dell'ex Cassa del Mezzogiorno, scomparivano nell'arco di poco tempo lasciando dietro le loro scelte un vero cimitero di siti industriali e veleni abbandonati: metalli pesanti, pesticidi, materiali altamente inquinanti per colpa dei quali in molti si sono ammalati.

La scoperta dei veleni nel 2005

Ci sono voluti anni e le testimonianze di chi prima lavorava in alcuni dei siti che costeggiavano il Fiume Sacco per avere le prime notizie su quello che accadeva: cioè rifiuti industriali, stoccati in fusti, che, una volta chiusi, venivano interrati lungo gli argini del corso d'acqua. A ogni precipitazione in cui le acque del fiume si ingrossavano esondando l'acqua ha travolto e assorbito questi materiali e sostanze pericolosissime: da qui a penetrare nei terreni e quindi nella vegetazione, cibo per gli animali, e da questi nel loro latte e nelle carni non ci è voluto molto. E' il 2005 l'anno che fa scoppiare la vicenda dell'inquinamento

Dai controlli sul latte viene trovato il beta-esaclorocicloesano, il lindano, una molecola derivata dai pesticidi che aveva fatto un lungo viaggio: da quei depositi sotto terra a ridosso del fiume fino ai campi e da questi al foraggio e per ultimo al latte e alla carne. Scoppia così l'emergenza: si ferma la produzione del latte, molte mucche vengono abbattute, alcune vengono trovate morte lungo il fiume, e i terreni vengono resi off-limit. Addirittura, dalle analisi effettuate sugli abitanti della zona emergono contaminazioni di beta-esaclorocicloesano anche sull'uomo. Sono mesi e anni difficili con intere aree vietate alla coltivazione al pascolo e conseguenti danni economici alle aziende, ma sono anche i primi anni di una crescente consapevolezza di quello che era accaduto.

Dalle proteste ai fondi per le bonifiche

Una criticità ambientale che lentamente ha iniziato a fare breccia nell'opinione pubblica e nelle istituzioni. Tanto che l'intera area viene inserita nei Sin (Siti di interesse nazionale) da mettere in sicurezza e bonificare. Si inizia a pensare alle prime soluzioni, quelle a breve termine, per ridare produttività attraverso la green economy, un modello che in Europa comincia a muovere i primi passi. Spunta l'idea, ad esempio, di installare piante di pioppi, un tipo di pianta che, secondo alcuni studi, riesce a dimezzare la presenza di lindano nel terreno nel giro di un solo anno. Insomma, prime idee che comunque alimentano un dibattito che vede, mese dopo mese, crescere la mobilitazione di comitati degli agricoltori, dei cittadini, degli ambientalisti a cui con fatica si uniscono anche le istituzioni. Troppo vasto il territorio e numerosi i cittadini interessati per non ascoltare questo grido di dolore. 

La speranza arriva nel 2019 con l'Accordo di Programma

L'Italia non è il Paese noto per definire le sue criticità in tempi brevi. Ci sono voluti oltre dieci anni di battaglie, mobilitazioni e richieste di intervento per ottenere le prime risposte concrete. E queste finalmente sono arrivate lo scorso anno. Infatti, a dimostrazione di come il problema non sia solo territoriale, il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, e il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, hanno sottoscritto il 7 marzo 2019 un protocollo d'intesa che anticipa un finanziamento di 53,6 milioni di euro per la messa in sicurezza del Sin (Sito di Interesse Nazionale) della Valle del Sacco

«La cosa positiva – specificò durante un incontro in Prefettura a Frosinone il Ministro dell'Ambiente Sergio Costa - è che non solo l'accordo è innovativo, ma anche condiviso ed è qualcosa di estremamente solido». E dalle parole si è passati ai fatti, perché il 16 ottobre 2019 furono proprio il Ministro Sergio Costa e il Presidente della Regione Nicola Zingaretti a dare il via ufficiale alle prime bonifiche di quei terreni che si trovano nel territorio di Colleferro.

Un periodo buio come lo ha voluto ricordare anche il sindaco di Colleferro Pierluigi Sanna. «Oggi è una giornata storica perché parte la bonifica. Si tratta di una vittoria, di una speranza che si concretizza, di un traguardo raggiunto grazie a tutte le comunità della Valle del Sacco. A Colleferro iniziò il disastro, a Colleferro parte la rinascita».

Oltre cinquantatré milioni di euro, così come si evince dall'accordo di programma sottoscritto a marzo, sono le risorse per la realizzazione degli interventi di messa in sicurezza e bonifica del Sito di interesse nazionale "Bacino del fiume Sacco". Di questi oltre quattro destinati al sito di Colleferro.
L'accordo di programma di marzo 2019 prevede sedici interventi di immediata attivazione. In questo 2020 la strada è quindi tracciata e avviata. Resta da monitorare l'andamento delle bonifiche, la tempistica e le procedure e il fiume di soldi e finanziamenti a questo destinato.