Sentiero sempre più stretto e in salita. Trattativa complessa, complicata e appesa a un filo. Il confronto tra Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico va avanti tra guerre di nervi e muro contro muro. Il tempo però stringe: domani il presidente della Repubblica Sergio Mattarella inizierà il secondo giro di consultazioni. Il che vuol dire che la giornata decisiva è oggi, se davvero si vuole trovare un accordo per la nascita di un Governo giallorosso. Altrimenti si avvicinerebbe l'opzione del voto anticipato.

Oppure l'ipotesi del "ribaltone del ribaltone", con una clamorosa riapertura pentastellata alla Lega di Matteo Salvini, che infatti non molla. Eppure, la sensazione è che alla fine il Governo Cinque Stelle-Pd possa nascere. Soprattutto in funzione "contro". Salvini naturalmente. Infatti è proprio questa la motivazione più forte. Zingaretti difficilmente si prenderà la responsabilità di andare ad elezioni nelle quali il centrodestra a trazione Lega potrebbe stravincere. Stando ai sondaggi. Il pressing dei renziani sta avvenendo su questo tema. E allora potrebbe cadere la pregiudiziale sul nome di Conte.

Ad ogni modo Nicola Zingaretti, segretario Dem e presidente della Regione Lazio, ha fatto il punto della situazione alle 18 di ieri. Ribadendo la posizione del Pd. Spiegando: «L'Italia non capirebbe un rimpastone, il mandato della segreteria è per un governo di discontinuità e discontinuità è anche cambio di persone. Non crediamo nella formula del contratto, bisogna costruire un programma utile. Incontriamoci da domani e parliamo sui contenuti, senza veti e ultimatum». Nella sostanza è un altro no all'ipotesi di un Conte bis.

Immediata però la risposta del Movimento Cinque Stelle: «L'Italia non può aspettare il Partito Democratico. La soluzione è Conte, il taglio dei parlamentari e la convergenza sugli altri 9 punti posti dal vicepresidente Di Maio. Non si può aspettare altro tempo su delle cose semplicemente di buon senso. È assurdo».

La giornata di ieri si era aperta con il nome di Roberto Fico come possibile presidente del consiglio. Su questa possibilità c'era stata l'apertura del Nazareno. Il tempo di qualche ora, però, e l'ipotesi è tramontata. A dimostrazione delle difficoltà anche all'interno dei Cinque Stelle. Poi una telefonata tra il segretario dei Dem Nicola Zingaretti e il capo politico dei Cinque Stelle Luigi Di Maio. Nel corso della quale quest'ultimo ha ribadito che il nome dei pentastellati per Palazzo Chigi è uno solo: Giuseppe Conte, per un mandato bis. Zingaretti ha ribadito il suo no. Per l'esigenza di "discontinuità": il Pd non può limitarsi a sostituire la Lega.

A quel punto però è iniziato il solito gioco di veti, ultimatum, trabocchetti e trappole vere e proprie. Fonti parlamentari renziane, secondo quanto ha riferito l'AdnKronos, hanno fatto sapere: «Zingaretti accetti la sfida del Movimento Cinque Stelle, dia via libera a Conte per formare un esecutivo di svolta sui contenuti e sulla compagine ministeriale». Ancora: «Il segretario ricordi che è ancora possibile un governo con Salvini reinsediato al Viminale». A quel punto si è scatenata la solita raffica di prese di posizione. E l'idea di Dario Franceschini è stata accettata. In un tweet l'esponente del Pd più favorevole ad un'intesa con i Cinque Stelle ha consigliato il silenzio stampa sul modello comunicativo dell'Italia ai mondiali dell'82.
Così: «Il silenzio stampa portò fortuna: fino alla fine della crisi parla Nicola Zingaretti per tutti, come allora fecero gli "azzurri" con Zoff». Il messaggio è stato retwittato da Matteo Renzi e da Paolo Gentiloni. Ma quella di Bearzot era una squadra vera. Nel Pd giocano tutti per lo stesso risultato? Forse ad una sola condizione: evitare elezioni anticipate nel quale a vincere sarebbe la Lega di Matteo Salvini.