Domani Antonio Pompeo termina il secondo mandato da presidente della Provincia. Un percorso iniziato nel 2014. Sarà lui a fissare la data delle elezioni per la scelta del successore. Entro novanta giorni. Ma sarà pure candidato alle regionali. Si apre dunque un periodo ad altissima intensità.

Allora Pompeo, un bilancio di questi otto anni da presidente della Provincia: da ente in liquidazione a "Casa dei Comuni".
«Un lavoro impegnativo, ricco di soddisfazioni ma non senza momenti difficili e dure battaglie. Però, anche e soprattutto, quello che mi piace definire un viaggio straordinario, di quotidiano confronto, dialogo e contatto con i cittadini e gli amministratori locali. La Provincia di oggi, posso dirlo senza timore di smentita, non solo ha riacquistato la dignità istituzionale che le spetta, ma può essere un modello amministrativo per le altre realtà del Paese. E questo lo dicono autorevoli studi, come quello condotto dall'Upi con l'Università di Perugia. Dal 2014, anno in cui ho assunto la presidenza della Provincia e anno in cui è entrata in vigore la legge Delrio, abbiamo affrontato un periodo storico e politico in cui le Province sono state oggetto di un continuo e pericoloso depauperamento di risorse, competenze e personale. Eppure, come ho già detto in altre occasioni, non ho mai voluto svolgere il ruolo di commissario liquidatore ma, al contrario, insieme alla parte politica e a quella tecnica, ho lavorato alacremente, svolgendo un'attività capillare sul territorio, che ci ha permesso di realizzare progetti che vanno oltre l'ordinaria programmazione. Abbiamo messo in campo iniziative lungimiranti e innovative e tracciato un percorso che mi auguro possa fungere da rotta per il futuro della Provincia di Frosinone: oggi questo ente è diventato un esempio per le altre Province italiane».

Su una sua candidatura alle regionali sembra non ci siano più dubbi: su cosa punterà?
«Come ho già avuto modo di dire, sono a disposizione del partito se vorrà indicarmi e quella delle regionali è una partita importante per il Pd e per la sua espressione nella nostra provincia. Di una cosa sono certo: questo territorio ha bisogno di rappresentanti e referenti in tutte le istituzioni e, quindi, anche in Regione. È necessario non solo interpretare i bisogni delle comunità ma portare le istanze di amministratori e cittadini sui tavoli operativi, quelli in cui vengono prese decisioni, stabiliti sostegni ed erogate risorse. L'appuntamento con le elezioni regionali è importante: c'è bisogno di ribadire quanto è stato fatto di buono su questo territorio ed esportarlo come modello regionale, dalla sanità alla mobilità sostenibile, dall'ambiente agli aiuti per le fasce deboli. Il periodo che stiamo vivendo è forse uno dei più critici per la tenuta sociale ed economica del nostro Paese: le famiglie sono in difficoltà tra il caro-bollette e la mancanza di prospettive occupazionali. E poi c'è bisogno di rafforzare il concetto di territorialità e riconsegnare alle province un ruolo centrale nella definizione delle esigenze».

In direzione provinciale del Pd lei ha proposto di istituire un comitato permanente degli amministratori locali: perché insiste su questo?
«Perché le ultime politiche ci hanno dimostrato, se non ce ne fossimo accorti, che non abbiamo saputo parlare ai territori, presentare loro una proposta definita e concreta. Vanno bene i valori e le ideologie, ma in questo momento storico il Paese ha bisogno di risposte concrete sui problemi quotidiani. Gli amministratori sono, come ha detto il presidente Mattarella, le "sentinelle" dei nostri Comuni, coloro che ci permettono di avere il polso dei territori, di essere efficienti negli interventi e veloci nella risoluzione dei problemi quotidiani. Credo sia giusto e opportuno coinvolgerli e responsabilizzarli nella vita di partito e rendere, così, l'azione politica più concreta, incisiva ed efficace».

A prescindere dai ruoli, quali sono le priorità di questo territorio? Per esempio la Valle del Sacco.
«Sanità, ambiente, occupazione, lavoro, giovani. Sono tutti fronti aperti, che possono essere affrontati soltanto attraverso un'azione di rete sul territorio, con interventi comuni e condivisi tra istituzioni, imprese, stakeholders, mondo associazionistico e chiunque possa e voglia contribuire. La Valle del Sacco, la debolezza ambientale del territorio, il peso che grava su questa Provincia sono tutti elementi che devono essere rimossi per consentire crescita e sviluppo sostenibili. Una grande opportunità, che stiamo cogliendo sin dalle prime battute, è quella del Pnrr: c'è realmente la possibilità di incidere positivamente e cambiare le sorti di questa terra».

Di che tipo di congresso ha bisogno il Pd? Non certo di uno basato su correnti e vecchie logiche.
«Prima ancora di un congresso o di pensare a un altro nome per il partito, credo che per il Pd sia doveroso tornare all'ascolto, al confronto, alla condivisione. Dobbiamo tornare in mezzo alle persone per capire cosa davvero non funziona: questo sarebbe già il primo passo per riformare il partito, prima ancora di scegliere il nuovo segretario. Quanto alle correnti, continuo a ritenere che il partito abbia bisogno delle idee, della partecipazione e del contributo di tutti, purché ne valorizzi le sensibilità e ne faccia una sintesi che si traduca in un'azione collegiale e condivisa. Un partito che non torni a pensare e ad agire in questo modo è un partito che non ha futuro».

Quale può essere secondo lei il metodo per scegliere il prossimo candidato alla presidenza della Regione Lazio?
«La mia esperienza più che ventennale di amministratore mi suggerisce due requisiti su tutti: conservare e ripetere quanto di buono è stato fatto e avere il coraggio di fare scelte anche difficili per gli interessi della collettività. Quanto al metodo, non credo ne esista uno più efficace che quello basato su confronto, dialogo e bene comune all'interno di un partito che voglia esprimere la propria migliore risorsa. Non dobbiamo inventarci nulla: ascoltare il territorio, trovare soluzioni, dare risposte. Questa è la formula per qualsiasi amministratore e a qualunque livello sia chiamato a governare».