Alla domanda diretta sul perché gli italiani dovrebbero votare per Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni risponde in modo semplice: «Perché siamo l'unica vera alternativa ai governi che abbiamo visto negli ultimi dieci anni, sostenuti da maggioranze costruite in laboratorio che non hanno migliorato la condizione generale degli italiani». Il lungo conto alla rovescia sta per terminare. Mancano quarantotto ore all'appuntamento con le urne. E nell'intervista a Ciociaria Oggi e Latina Oggi Giorgia Meloni dice: «Basteranno cinque minuti per voltare pagina».

Pochi giorni al 25 settembre, che potrebbe diventare una data storica. Scenario altamente probabile: vittoria del centrodestra, Giorgia Meloni presidente del consiglio. Prima volta per una donna nella storia repubblicana e prima volta per il principale partito della Destra, erede di An e del Movimento Sociale Italiano. Sensazioni?
«Da un lato mi sento serena, perché non mi sono risparmiata in questa campagna elettorale. Ho fatto tutto ciò che dovevo, mantenendo calma e lucidità anche nei momenti più aspri della contesa. Ma la partita non è ancora vinta e voglio approfittare della vostra ospitalità per fare un ultimo appello: domenica basteranno cinque minuti per voltare pagina e dare all'Italia un governo forte e coeso in grado di affrontare le emergenze e di creare sviluppo per almeno cinque anni».

Se l'aspettava nei dettagli. Intendiamo gli allarmi lanciati da importanti giornali stranieri, le riserve di diversi esponenti internazionali, anche a livello di Unione Europea. Sullo sfondo l'evocazione del rischio del fascismo e dell'autoritarismo. Senta Meloni, ma se lei va a Palazzo Chigi cosa succede realmente?
«Un po' me lo aspettavo, è sempre accaduto in passato quando il centrodestra si affacciava al governo. Fa male pensare che la sinistra italiana sia così terrorizzata all'idea di perdere il potere che da anni gestiscono senza aver mai vinto le elezioni, da denigrare costantemente la nostra nazione all'estero. È un danno che non fanno a me ma all'Italia. Con il centrodestra al governo si interromperà questa sorta di dominio feudale e lavoreremo per liberare le migliori energie della nazione, per sostenere l'Italia che produce, per aiutare chi è rimasto indietro, rimettere al centro famiglia e natalità e per far valere il nostro interesse nazionale nei consessi internazionali».

Perché non ha preso le distanze dall'Ungheria di Orban? Con un governo di centrodestra in Italia quanto e come possono cambiare gli assetti dell'Unione Europea?
«Perché tutti i governi di centrodestra subiscono lo stesso trattamento dalla maggioranza che attualmente governa il Parlamento europeo. Questi esecutivi, democraticamente eletti dai cittadini, vengono ingiustamente accusati di violare l'articolo 7 dei trattati, quello sullo Stato di diritto, per il semplice fatto di essere sgradita alle sinistre. Ma c'è anche una questione più immediata: siamo nel pieno di una guerra, l'Europa deve mostrarsi più unita possibile, mentre invece con questo accanimento stiamo spingendo l'Ungheria tra le braccia di Putin. E questo è un grave errore. Dobbiamo lavorare per unire l'Europa, non per dividerla».

Una donna a Palazzo Chigi non c'è mai stata. Al di là di tutto il resto, ha riscontrato maschilismo e misoginia?
«A un certo punto di questa campagna elettorale da sinistra hanno cominciato ad accusarmi di non essere "davvero donna". Una narrazione surreale, in virtù della quale avrei intenzione di cancellare i miei diritti. Un cortocircuito totale. La verità è che stanno impazzendo e non accettano che, dopo decenni di retorica sulle donne e le pari opportunità, a rompere quel "tetto di cristallo" possa essere una donna di destra, che si è affermata per i propri meriti e non per gentile concessione di qualche leader maschio».

Il centrodestra sarà compatto e unito in caso di vittoria, per poter governare cinque anni? Sono da escludere veti o tentativi di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi affinché lei indichi un nome diverso dal suo? Quanto può influire sugli assetti e sulle dinamiche del centrodestra una distanza enorme tra il risultato di Fratelli d'Italia e quello degli alleati?
«Il centrodestra è la coalizione politica italiana più longeva degli ultimi 30 anni. I partiti che ne fanno parte amministrano già da tempo la maggioranza delle Regioni e migliaia di Comuni. Certo, abbiamo storie e sensibilità simili, non siamo uguali ma siamo alleati. E stiamo insieme per convinzione e non per costrizione, come invece accade a sinistra. E poi credo che i problemi da affrontare siano talmente grandi e gravi che la nostra unità al governo sarebbe davvero solida, per dare risposte concrete agli italiani».

Lei ha detto che Enrico Letta e il Pd sono ossessionati da Giorgia Meloni. Siccome le situazioni della politica sono infinite, si sente di escludere categoricamente un Governo di salvezza nazionale tra FdI e Pd?
«Certamente. Ma non lo dico per calcolo politico o per una ritrosia snobistica. Sono convinta che non possa uscire nulla di buono per gli italiani da maggioranze arcobaleno, divise sui princìpi di riferimento e le proposte da attuare, tenute insieme solo dalla brama di potere. Del resto è quello che abbiamo visto in questi ultimi anni».

L'aumento del costo del gas e della luce rischia di provocare uno tsunami sull'economia, creando centinaia di migliaia di disoccupati. Perché l'unica soluzione è quella del razionamento e del taglio dei consumi? Perché lo Stato non può metterci dei soldi? Perché il concetto di fondo perduto in questi anni di emergenze (pandemia, guerra, costo dell'energia) è sconosciuto in Italia?
«Per carità, lo dico anche a mia figlia, che bisogna spegnere la luce o chiudere il rubinetto dell'acqua. L'uso responsabile dell'energia è fondamentale, ma pensare di risolvere il problema dell'energia facendo la lavatrice di sera o la doccia ogni due giorni, come ha proposto la Commissione Europea, mi sembra una soluzione francamente inadeguata. Ora bisogna abbassare la bolletta a imprese e famiglie, stoppando la speculazione. Serve un tetto Ue al prezzo del gas e il disaccoppiamento del prezzo di quest'ultimo da quello delle altre fonti energetiche. In caso l'Ue tardasse ancora, questa seconda misura può essere introdotta da subito a livello nazionale. Costerebbe 3-4 miliardi e per farlo non servirebbe un nuovo scostamento di bilancio».

La sua linea è pienamente atlantista, quella di Salvini (al netto delle prese di distanza poco convincenti degli ultimi giorni) non proprio, considerando anche i rapporti con Putin. Sarà un problema? Nel senso che magari al leader leghista non verrà affidato il ministero dell'Interno?
«Per almeno trent'anni tutti i leader di ogni colore politico hanno avuto rapporti più o meno stretti con Putin. Ma, giustamente, li hanno interrotti dopo l'invasione russa dell'Ucraina. Oggi siamo precipitati in uno scenario geopolitico inimmaginabile fino a poco tempo fa. Dobbiamo affrontarlo con calma e lucidità. Compiendo le scelte giuste e mantenendo saldo il sistema di alleanze internazionali di cui siamo parte. E il centrodestra, come è scritto nero su bianco nel programma e ha evidenziato in Parlamento, ha dimostrato la sua coerenza e unità in politica estera e la sua collocazione nel fronte occidentale. Non accade così a sinistra, dove Letta si è alleato con la sinistra radicale che ha votato contro l'ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato e nel suo programma chiede di interrompere l'invio di armi a Kiev. Ora siamo concentrati a battere la sinistra e a vincere le elezioni. Ora è prematuro parlare di tutto il resto».

Cosa pensa di Mario Draghi?
«Una persona lucida e autorevole, il cui governo però ha prodotto risultati largamente insoddisfacenti. D'altra parte, era impossibile fare di meglio, senza un programma e con una maggioranza parlamentare così eterogenea e litigiosa».

Gianfranco Fini e Guido Crosetto: cosa hanno significato e significano questi due esponenti politici per il suo percorso?
«Il primo è stato leader del partito in cui sono cresciuta politicamente e umanamente. Al netto delle valutazioni politiche differenti, che mi hanno portato a compiere scelte molto divergenti da lui, sarà sempre una persona cui devo tanto in termini di fiducia e responsabilità. Mentre Guido è una persona che ascolto sempre con grande attenzione perché, indipendentemente dalla grande amicizia che ci lega, è un uomo libero che pensa sempre con la propria testa, i cui consigli o ragionamenti sono sempre stimolanti».

Letta, Conte, Calenda: chi getta dalla torre? Ne può salvare soltanto uno. Magari con una motivazione…
«Sono tre tipi diversi di sinistra: quella di potere, quella radical chic e quella populista che non crede in niente, che promette di tutto ed è disposta a tutto pur di restarci. Noi le contrastiamo tutte e tre. Perché è la sinistra nel suo complesso che vogliamo buttare giù dalla torre».

Il problema principale che limita lo sviluppo della Ciociaria è la mancata bonifica della Valle del Sacco e la perimetrazione del Sin. Tante imprese sono andate via. Ma perché un tema del genere non può essere inserito nell'agenda di un Governo nazionale?
«Il caso Catalent, purtroppo, è uno dei tanti simboli dell'empasse italiano. La sovrapposizione della ragnatela burocratica che paralizza la nazione con un ambientalismo radicale che compromette il buon senso ha realizzato il delitto perfetto. Il tutto condito dall'incapacità del Pd e della sinistra, dal Governo alla Regione Lazio. Con buona pace degli investimenti sul territorio ciociaro e delle inevitabili ricadute occupazionali. Nel frattempo, nulla hanno fatto la Regione o il governo nazionale per contrastare efficacemente l'inquinamento del fiume Sacco. I cittadini aspettano da anni risposte che non sono mai arrivate. È giusto rivedere i perimetri del Sin, ma ciò che deve cambiare è il paradigma di base. Lo sviluppo economico e la sostenibilità ambientale non sono in antitesi. Soprattutto adesso che le nuove tecnologie favoriscono il connubio possibile. Dobbiamo promuoverlo ovunque, non solo in provincia di Frosinone».

La Ciociaria ha tassi di disoccupazione da profondo sud. Come si inverte la tendenza?
«Il potenziale industriale della Ciociaria è ben conosciuto in tutta Italia. Noi abbiamo le idee chiare in questo senso. Bisogna tagliare in modo netto e strutturale il cuneo fiscale e contributivo, in favore di lavoratori e imprese, con il duplice obiettivo di garantire retribuzioni più elevate, proteggendo in tal modo il potere d'acquisto delle famiglie eroso dalla crescente inflazione, e di alleggerire il carico fiscale che grava sul sistema produttivo italiano, dando respiro alle imprese e rendendole più competitive sui mercati internazionali, limitando in tal modo anche il fenomeno delle delocalizzazioni produttive. Vanno poi aiutate le aziende che investono sul proprio personale. A regime vogliamo introdurre un modello di tassazione basato sul principio "più assumi, meno paghi" per premiare chi crea ricchezza e posti di lavoro in Italia. Nell'immediato intendiamo introdurre una super deduzione al 120% del maggior costo del lavoro per nuovi assunti per le imprese che incrementano l'occupazione in azienda rispetto agli anni precedenti, e in misura anche più elevata, sino al 150%, in caso di assunzione di soggetti non occupati da almeno dodici mesi, neo mamme, over 55 e invalidi. E poi investire nella formazione per ricollocare nel mondo del lavoro chi ne è stato espulso e non ha gli strumenti per essere reinserito».

Con un patrimonio archeologico storico e naturalistico invidiabile la provincia pontina non riesce a competere sul versante del turismo, segno che gli enti locali e la Regione non bastano. Come potrebbe intervenire lo Stato?
«Ha ragione. Di sicuro lo Stato può realizzare le infrastrutture capaci di connettere i nostri territori tra di loro e con il resto del mondo. Il Recovery Fund dovrebbe servire proprio a questo, non per elargire "mancette" su una moltitudine infinita di interventi. Nel nostro programma parliamo della necessità di creare un nuovo immaginario italiano, sostenendolo con risorse strutturali. E della necessità di valorizzare i piccoli Comuni, scrigni diffusi di bellezza e italianità».

Il polo farmaceutico pontino avrebbe bisogno di un segno di riconoscimento forte, auspicabilmente associato alla ricerca, ma le multinazionali guardano altrove.
«Purtroppo manca da tempo un piano industriale. Una strategia in grado di definire le priorità produttive e le misure adeguate per sostenerla. Il polo farmaceutico pontino è un'eccellenza tecnologica che in molti neanche conoscono. Si valorizza e se ne amplifica l'attrattività in termini di investimenti non solo con le belle parole. Ma sburocratizzando i procedimenti autorizzativi e migliorando tutte le infrastrutture di collegamento».