Quando, tra due anni, termineranno i suoi mandati all'Amministrazione provinciale e in Comune, è probabile che sarà ricordato come il "presidente della transizione". Antonio Pompeo, democratico dall'anima democristiana, ha portato l'ente nella nuova era: quella dell'innovazione tecnologica e della digitalizzazione

Presidente, la "sua" Provincia sembra agire su più fronti: dai milioni di euro ottenuti per scuole e strade al fitto lavoro per la digitalizzazione e semplificazione amministrativa. Ma anche all'impegno per la revisione del Tuel. Il tutto senza una Giunta con cui poter dividere oneri e scelte. È più stanco o più soddisfatto?
«Più soddisfatto, senza dubbio. Anche se quest'ultimo è stato un anno e mezzo pesante per tutti, con un'emergenza che ha evidenziato le criticità, messo a dura prova la tenuta dei territori e costretto tutti a cambiare abitudini e stili di vita. Nonostante ciò abbiamo lavorato, con ancora maggior impegno, per garantire servizi e assistenza ai Comuni e abbiamo dimostrato che le Province sono tutt'altro che dormienti.
Nel corso della pandemia sono stati i fatti a parlare per noi: questi Enti non sono solo vivi, sono anche centrali nel ruolo di aggregazione e riferimento per altre realtà locali. Sono quelle "Case dei Comuni" in grado di fornire servizi di area vasta essenziali e funzionali per lo sviluppo e la crescita di un territorio. Proprio per questo continuiamo la nostra battaglia per ridare maggiori funzioni e risorse alle Province».

Prima di affrontare altri argomenti, parliamo di politica. Che il Pd navighi in acque quasi sempre agitate ormai sembra essere una costante. Eppure lei, da una parte alza il "Volume" dei territori e dall'altra lavora convintamente all'in terno di Base Riformista, come ha dimostrato anche nel corso del recente appuntamento con il ministro Guerini. Due strade che si incontreranno prima o poi?
«Il mio impegno politico nel Pd non è mai venuto meno.
Da sempre sono un convinto assertore del pluralismo e della necessità di contemperare spunti e progetti che, all'interno di uno stesso partito, possono provenire da anime diverse. Ma l'idea di lanciare una piattaforma civica, in grado di ospitare chi, invece, non si vuole o non si è mai etichettato politicamente, nasce prima di tutto dalla necessità di dare voce a chiunque voglia contribuire a migliorare il territorio. Non possiamo restare sordi alle proposte e alle idee che provengano da semplici cittadini, così come da amministratori che vivono quotidianamente i problemi delle loro comunità ma che da sempre indossano la maglia del civismo».

Ma perché, a due anni dalla fine dei suoi mandati amministrativi, ha avvertito l'esigenza di creare un'associazione apolitica e apartitica quando lei è "l'altra anima" del dibattito politico all'interno del Pd? Qualche messaggio che in politichese non passa e che ha bisogno di una "traduzione" civica? «Partecipare, condividere, mettere a frutto esperienze e capacità diverse: questo è l'obiettivo della nuova associazione. Sarà una "casa" che si costruisce dal basso, dal territorio appunto. Nulla di già costituito, preconfezionato: è un contenitore che dobbiamo e vogliamo riempire insieme, con tutti coloro che da qualche tempo mi sollecitano un nuovo modo di contribuire alla crescita di questo territorio. L'unica strategia vincente resta sempre la stessa: la sintesi.
Da parte mia metterò a disposizione tutte le competenze amministrative acquisite all'interno delle istituzioni: ciascuno di noi porterà in questa associazione tutto quello che di buono può diventare un mezzo per la crescita, lo sviluppo, e il contrasto alle tante emergenze che abbiamo dovuto affrontare come cittadini e amministratori».

A proposito di amministratori: il caso della sindaca di Crema, raggiunta da un avviso di garanzia per l'infortunio di un bambino in un asilo, riapre la questione delle mancate tutele per chi amministra.
Lei da sempre rivendica il ruolo centrale dei primi cittadini che devono rispondere di responsabilità anche eccessive.
«Fare il sindaco è uno dei mestieri più belli e gratificanti ma, al tempo stesso, è diventata una missione quasi insostenibile proprio perché mancano adeguate tutele.
E allora ecco che si rende ancora più urgente la revisione del Tuel: maggiore chiarezza sulle funzioni e sulle responsabilità degli amministratori ma anche maggiori garanzie per la loro azione quotidiana.
Qualcuno dimentica che sono proprio i primi cittadini il motore trainante del Paese, e non l'ultima ruota del carro del sistema istituzionale, come è stato dimostrato anche durante l'emergenza Covid».

A centro del dibattito politico è tornato il ruolo delle Province. Quale futuro immagina?
«Più che immaginarlo è il futuro per cui sto lavorando, insieme agli altri colleghi, sia come presidente di Provincia, sia come presidente di Upi Lazio: una radicale rivisitazione della legge Delrio in tema di ruoli, funzioni e risorse da riconoscere a questi enti. Subito dopo, la necessità di un canale di collegamento tra Regione, da un lato, e Province e Città metropolitana dall'altro, per consentire una corretta gestione del processo di razionalizzazione delle funzioni di coordinamento del territorio. Serve un rapporto diretto che consenta di applicare una gestione organica delle problematiche, perché la regola dell'unione delle forze e del gioco di squadra vale a tutti i livelli».

Non solo il senatore Astorre, ma anche la Lega accarezza l'idea di tornare a un'elezione diretta del presidente. Ci siamo quasi secondo lei?
«Credo che il Governo non possa più attardarsi nel processo di revisione del Tuel. Le Province sono ancora centrali nelle politiche locali ed è assolutamente auspicabile che possano tornare a svolgere con maggiore serenità le loro funzioni attraverso certezze sia sulle competenze che sulle risorse. Il presidente andrebbe affiancato da un organo esecutivo che lo aiuti nella gestione e nelle decisioni da assumere. La modalità della sua elezione, così come quella dei consiglieri, non può prescindere da una riforma complessiva dell'intera architettura di tali enti».

Lei è presidente di Provincia, presidente delle Province del Lazio e sindaco di Ferentino. In quale di questi ruoli ha avvertito maggiormente la necessità di essere incisivo e concreto in un momento di grande difficoltà per il Paese? E in quale, invece, ritiene di essere stato più "impattante"?
«In realtà credo siano tutti ruoli che si compenetrano.
Nell'azione quotidiana alla guida della Provincia e dell'Upi Lazio porto anche il bagaglio acquisito nel ruolo di sindaco della mia città. In tutti, però, cerco sempre di cogliere spunti e contributi che arrivano dalla società civile, dai colleghi amministratori, dal mondo dell'associazionismo e del volontariato a cui ho sempre prestato molta attenzione. E questo perché sono fermamente convinto che la stella polare per un amministratore responsabile, corretto e trasparente sia soprattutto una: l'ascolto».

La Provincia di Frosinone è stata indicata come modello sia per quanto concerne la progettazione – grazie anche all'accordo con CdP, che ha sottoscritto per prima in Italia – sia per gli evidenti risultati raggiunti dalla Stazione Unica Appaltante che nel 2020 ha gestito gare per oltre 32 milioni di euro. Cosa ha contribuito maggiormente a rendere questo Ente così operativo?
«Principalmente la convinzione che le azioni primarie da mettere in campo nella PA sono la sburocratizzazione e la semplificazione. Il protocollo con Cdp è scaturito dall'obiettivo di accelerare il processo di sviluppo delle infrastrutture del territorio e in un ambito fondamentale, come quello dell'edilizia scolastica. Con il nuovo modello di Stazione Unica Appaltante abbiamo dimostrato con la digitalizzazione e l'informatizzazione come anche un ente pubblico può acquisire velocità. Una rivoluzione di cui si sentiva assolutamente il bisogno».