«Mi viene in mente la frase di Papa Francesco che dice che vorrebbe un mondo che sia un abbraccio fra giovani e anziani. Da solo nessuno si salva». Usa una frase forte Enrico Letta, da ieri segretario nazionale del Partito Democratico.

L'assemblea lo ha eletto con 860 voti a favore (2 i no e 4 gli astenuti). Sul palco del Nazareno è salito in diretta streaming. Ha ringraziato Nicola Zingaretti, «con il quale ha notato continuerò a lavorare, siamo legati da un rapporto di lunga amicizia e sintonia». Enrico Letta è il primo a sapere che il Pd non ha bisogno di un altro leader. In realtà occorre un nuovo partito, che definisca un'identità politica al passo coni tempi. Un partito non necessariamente appiattito sul governo o sulle alleanze. Non sarà facile. Perché in quattordici anni i Democrat hanno raggiunto quota 9 segretari: Walter Veltroni, Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani, Guglielmo Epifani (reggente), Matteo Renzi, Matteo Orfini (reggente), Maurizio Martina (reggente), Nicola Zingaretti. E adesso Enrico Letta.

Nello stesso periodo la Lega ha avuto tre leader: Umberto Bossi (che già veniva da lontano), Roberto Maroni e Matteo Salvini. Ha argomentato Enrico Letta: «Serve un nuovo Pd. Noi non dobbiamo essere quelli che sono la "protezione civile", nel senso di considerare che devono per forza andare al governo perché sennò l'Italia sbanda. Altrimenti diventiamo il partito del potere.
E se diventiamo il partito del potere, noi moriamo.
Questo è il passaggio più importante di tutti. Noi dobbiamo avere le nostre idee in testa, andare al governo se si vincono le elezioni, ma sapendo che si vincono le elezioni se non si ha paura di andare all'opposizione. Noi non dobbiamo essere il partito del potere. Apertura è il mio motto. Spalanchiamo le porte del partito».

Si apre una fase nuova, complessa e delicata. Le dimissioni di Nicola Zingaretti e le frasi usate («Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c'è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni») hanno rappresentato un trauma politico forte. Bisognerà vedere quello che succederà, anche nei territori. E perfino nei futuri equilibri e rapporti di forza. Con Zingaretti che mantiene un ruolo preciso.
Mauro Buschini, presidente del consiglio regionale del Lazio, è uno dei fedelissimi di Zingaretti.

Dice: «Buon lavoro a Enrico Letta, figura prestigiosa, uomo di grande esperienza politica. Moderazione e disponibilità al confronto sono qualità indispensabili, ancor di più in questa fase delicata, per guidare un progetto di rinnovamento in continuità con l'importante lavoro svolto da Nicola Zingaretti. Il Pd abbia sempre, quale obiettivo primario, il bene delle comunità».

Il segretario provinciale Luca Fantini nota: «Letta è una figura autorevole, sono convinto che saprà guidare il Partito Democratico nel modo giusto. Ha le carte in regola per proseguire la rigenerazione iniziata da Zingaretti, al quale va un grande grazie per l'immenso lavoro portato avanti in questi anni». Parole di apertura, ma su posizioni zingarettiane.

Francesco De Angelis, leader dell'area Pensare Democratica (maggioritaria in provincia di Frosinone), allarga la prospetti va. Sottolinea: «Scegliere Enrico Letta per guidare la segreteria è la testimonianza reale e autentica di come il Partito Democratico esca più forte e unito anche dalle crisi più drammatiche. Dal nuovo segretario abbiamo ascoltato un discorso serio e ricco di contenuti, oltre che ambizioso, ed è ottima la scelta di discutere delle idee venute fuori in tutti i circoli. Lo faremo con attenzione nelle prossime settimane.
Significherà confronto e arricchimento per ognuno di noi».

Poi prosegue: «Serve un nuovo Partito Democratico e bene ha fatto Letta a scegliere il partito, perché la sfida è quella di ripartire proprio dalla politica e dal partito per cambiare il Paese. Lo faremo tutti insieme, come ci chiede il nostro nuovo segretario, ovvero spalancando le porte del Pd e cercando sempre di essere progressisti nei valori, riformisti nel metodo e radicali nei comportamenti. Un Pd che fa parlare i giovani, stretti in un patto generazionale con gli anziani.
Che li attragga sempre di più. Un Pd con uno sguardo sempre più rivolto verso il mondo e che non dimentichi mai la sua carta d'identità. In questa devono essere scritte le parole lavoro, sostenibilità, solidarietà, diritti e innovazione».

Afferma De Angelis: «Sono d'accordo con Enrico Letta quando sottolinea che l'idea è quella di mettere insieme l'a n ima con il cacciavite. Non possiamo essere solo anima, perché altrimenti le nostre idee non troveranno mai la giusta collocazione. Noi dobbiamo invece utilizzare queste idee per cambiare davvero il nostro Paese. Per dare occupazione a chi l'ha persa, per costruire un mondo sempre più sostenibile, per non far rimanere indietro nessuno. Queste sono le nostre idee e lo devono essere in un'ottica europeista, perché è vero che l'Europa è la nostra casa. Per questi motivi accogliamo la proposta di tornare ad essere il partito della prossimità. È impensabile che la gente ci percepisca come il partito del potere. Noi siamo e dobbiamo essere il partito di chi è vicino alle persone e su questo campo è necessario sfidare la Lega.
Dobbiamo farlo qui, sul nostro territorio, per essere un'alternativa alla destra e ai sovranisti. E noi lo faremo.
Infine dico ancora una volta grazie a Nicola Zingaretti.
Per aver traghettato il partito in un momento complicato e per averlo fatto sempre con grande generosità.
Grazie». Nessun commento da parte di Antonio Pompeo, referente provinciale di Base Riformista, la componente degli ex renziani. Pure questo è un segnale.