«A me è bastato leggere i lavori dei padri costituenti che vengono citati spesso a sproposito. La maggior parte voleva un rapporto di un parlamentare ogni 100.000 abitanti, cioè proprio come sarà in caso di vittoria del Sì. O addirittura 150.000 abitanti».
Così Luca Frusone, deputato del Movimento Cinque Stelle. I pentastellati chiedono il taglio di 345 seggi parlamentari da sempre e infatti sono gli unici che davvero potranno intestarsi una eventuale vittoria del Sì.

Frusone continua il ragionamento: «Alla fine optarono per un rapporto di 1 ogni 80.000 perché altrimenti con una popolazione di 40 milioni scarsi di italiani ci sarebbe stato un numero inferiore rispetto a quello che c'era durante la Monarchia e in un Paese dove ancora non c'erano Regioni e tanti altri enti elettivi, in un periodo dove non esistevano cellulari ed email e c'erano mezzi di trasporto ben più lenti di quelli di oggi, avere meno di 400 deputati poteva mettere in difficoltà il lavoro della Camera. Ma oggi siamo in uno Stato che ha decentrato molte funzioni e pertanto, con gli strumenti tecnologici di oggi, un Parlamento di 600 persone può lavorare senza problemi.

Senza nessun problema di tenuta democratica».
Poi rileva: «Oggi in Italia sono circa 1,3 milioni le persone che vivono direttamente o indirettamente di politica e ridurre il numero dei parlamentari, lasciando intatte le funzioni, non va a toccare l'efficienza o l'influenza del Parlamento. Inoltre un numero minore responsabilizzerà i parlamentari. Un modo per fare lo scaricabarile è proprio avere un numero elevato di persone in modo che da fuori non si capisca chi fa cosa. Con la riduzione, i parlamentari avranno più responsabilità e meno possibilità di dare la colpa agli altri. Nelle commissioni siamo circa 45 persone, alcuni non partecipano proprio ai lavori. E non parlo dei leader di partito o di chi ha altri incarichi istituzionali e quindi svolge altre funzioni, ma proprio di assenteisti.

Con il taglio i partiti dovranno decidere se tenere quelli che lavorano o gli assenteisti e se non vogliono fare brutta figura, premieranno quelli che lavorano.
Quindi, anche se non è un'equazione perfetta perché la scelta finale la fa l'elettore, la riduzione dei parlamentari può incidere anche sulla qualità. Infine se vincesse il Sì, si metterebbero a tacere i benaltristi, cioè coloro che ogni volta che si prova a fare qualcosa dicono che i problemi sono ben altri.

Ora si prova a ridurre il numero di parlamentari per efficientare il Parlamento ed avere qualche risparmio, ma per loro i problemi sono altri, quando si toccheranno quei problemi ce ne saranno altri ancora e alla fine di tutto non si sarà messo mano a nulla perché i custodi dello status quo sono proprio coloro che dicono che ogni cosa non basta e serve ben altro. Per me invece ogni cambiamento inizia nella stessa maniera cioè con il primo passo e ora è il momento di farlo».

Schierata per il No è invece Alessandra Sardellitti, consigliere provinciale e comunale del Pd.
E lo ha messo nero su bianco, anche sui social.
Rilevando: «Consapevolmente No. Perché voglio tutelare la democrazia rappresentativa. Perché un taglio sic et simpliciter dei parlamentari è solamente una concessione al sentimento livoroso dell'antipolitica.
Perché non mi interessa un risparmio di 1 euro l'anno.
Sulla democrazia non si risparmia. Perché in Parlamento voglio i migliori e non i pochi raccomandati dai partiti. Perché abbiamo bisogno di una riforma che porti ad un bicameralismo differenziato».

Quindi Alessandra Sardellitti aggiunge: «Perché non vado dietro alle battaglie di pancia dei Cinque Stelle solo per rispettare un contratto di governo che loro mancano di rispettare nel momento in cui schierano due candidati in Toscana e Puglia. Convintamente No».
Nella seduta della direzione nazionale di lunedì il Pd ha votato a larghissima maggioranza la proposta del segretario Nicola Zingaretti di votare Sì al referendum.
Ma nel partito non mancano posizioni del No. Fra gli altri Luigi Zanda, Gianni Cuperlo e l'intera area che fa riferimento a Matteo Orfini.