La direzione del Partito Democratico ha approvato la proposta del segretario Nicola Zingaretti per il Sì al referendum costituzionale con 188 favorevoli, 13 contrari, 8 astenuti. Mentre in 11 non hanno partecipato al voto. La votazione è avvenuta on line. Mentre la relazione politica di Zingaretti ha avuto il via libera con 213 voti favorevoli e 1 astenuto. In 6 non hanno partecipato. Numeri che sul piano politico non "segnalano" l'opposizione interna al Pd.

Ma va detto, che attraverso la doppia votazione (una sulla relazione, una sul referendum), Zingaretti ha disinnescato sul nascere ogni possibile "rischio" che comunque non c'è stato. Inoltre il segretario dei Democrat ha cercato di sganciare l'esito del referendum dai possibili riflessi sul Governo.
Argomentando: «C'è un sovraccarico di politicizzazione che abbiamo prodotto un po'tutti. Certo ci sarebbero difficoltà, ma non sono convinto che se dovessero prevalere i No cadrebbe il Governo. Quello che è difficile da affrontare sono le furbizie, i bizantinismi o le ipocrisie di chi sostiene che perdendo le regionali e vincendo il No, si può continuare tutto come prima, senza riflessi sulla vita del Governo e della legislatura».

Mauro Buschini, presidente del consiglio regionale del Lazio e membro della direzione nazionale del Pd, ha partecipato alla riunione di ieri. Dice: «Un partito unito con una visione chiara del presente e del futuro del Paese. È questa la piattaforma che il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha illustrato in direzione.
Senza slogan, senza spot».

E aggiunge: «Il Pd è il pilastro del Paese, oggi più che mai centrale per l'Europa e per il cammino delle riforme che prosegue dopo il referendum, in cui sono e saremo schierati per il Sì, con la modifica al bicameralismo perfetto. Le regionali, così come le elezioni nei Comuni, vedono un Pd forte che candida donne e uomini che si mettono in gioco consapevoli del momento storico delicato e di essere parte di una grande comunità democratica. Una relazione senza dubbio positiva, con cui Zingaretti ribadisce anche la responsabilità che tutti i Democratici devono assumere nel far ripartire il Paese e nel mettere in un angolo i facili populismi».

Nella relazione il segretario Nicola Zingaretti ha toccato tutti i temi della strettissima attualità politica. Chiarendo immediatamente il profilo della responsabilità dell'intero partito: «Non sono stato io a porre il tema del taglio dei parlamentari. Siamo stati noi, il Pd unito. E poi l'intera maggioranza che di fronte alla possibilità di dare vita al Governo ha inserito questo compromesso nel patto.
Il Pd è una forza leale che sta rispettando l'accordo».
E quindi: «Propongo alla direzione l'indicazione di votare Sì al referendum. Se dovesse prevalere il No non cadrebbe il governo. Ritengo banali e pericolose le argomentazioni sul risparmio, e non c'è pericolo per la democrazia. Faccio mia la proposta lanciata da Luciano Violante di accompagnare la campagna per il Sì al referendum con una raccolta di firme per il bicameralismo differenziato. Sarà un modo, pur con scelte diverse che ci saranno, di unire il Pd».

Il ragionamento di Zingaretti è stato sostanzialmente questo: tutto il Partito Democratico ha voluto il taglio dei parlamentari, così come l'intero partito pochi mesi prima aveva dato il via libera all'accordo con i Cinque Stelle.
Per un'esperienza di Governo che Nicola Zingaretti non voleva. Perché in quel momento avrebbe preferito elezioni anticipate, anche con una prospettiva di opposizione. Perché se non altro avrebbe preso il controllo di gruppi parlamentari che un anno fa erano fortemente renziani.

Ma il segretario dei Dem fece prevalere il senso di responsabilità. E ha voluto ricordarlo, aggiungendo: «Abbiamo dovuto pagare un prezzo nel nome della salvezza della Repubblica, senza questo Governo non avremmo potuto affrontare la pandemia».
Messaggio forte anche e soprattutto all'opposizione interna al partito. Come dire: il Pd ha scelto insieme di dare vita al Governo e di cambiare impostazione sul taglio dei parlamentari. Le differenziazioni non vanno in quella direzione. Non è stato neppure un caso che proprio durante i lavori della direzione, i vertici Dem abbiano comunicato che l'8 settembre (oggi) il premier Giuseppe Conte sarà ospite, a sorpresa, della Festa nazionale de L'Unità in corso a Modena.
Pure questo è un preciso segnale politico.

Ma nel Pd non manca il fronte del No al referendum.
Il senatore Luigi Zanda ha detto «che è giusto votare no». Per il no è anche Gianni Cuperlo. Francesco Verducci, dell'area Orfini, ha notato: «Per rispetto della comunità del Pd intervengo a questa direzione, ma non parteciperò al voto finale perché questo organismo è svuotato di senso dopo che il sì ufficiale del Pd è stato annunciato ripetutamente a mezzo stampa e tv, nonostante il patto di un anno fa sia carta straccia visto che la legge elettorale è in alto mare».

Anche in provincia di Frosinone ci sono posizioni differenti nel Pd sul referendum.
Per il Sì sono schierati il presidente del consiglio regionale del Lazio Mauro Buschini, la consigliere regionale Sara Battisti e Francesco De Angelis, leader di Pensare Democratico. E naturalmente il neo segretario provinciale Luca Fantini. Per il Sì c'è anche l'ex senatore Francesco Scalia. Vero che dal circuito della politica attiva è uscito dal 4 marzo 2018, ma nel partito continua comunque ad avere un peso.
Mentre per il No è orientato il presidente della Provincia Antonio Pompeo, referente di Base Riformista.
Un'area che in passato aveva avuto proprio Scalia come punto di riferimento. A dimostrazione che il referendum può dividere. Per il No pure l'ex segretario provinciale Domenico Alfieri, il consigliere provinciale e comunale di Frosinone Alessandra Sardellitti.
E l'ex sindaco del capoluogo Michele Marini. A questo punto però sarà l'esito delle regionali a pesare sul destino del Governo. E del Pd. Il referendum è stato posto in secondo piano. Almeno per ora.