Si scaldano gli animi in città per il referendum del prossimo 20-21 settembre. Taglio ai parlamentari sì o no. Per il no secco è il consigliere Fausto Salera: «Voterò no per due motivi: ritengo che dietro il disegno di taglio dei parlamentari non vi sia né un vero progetto di razionalizzazione della macchina parlamentare né di un suo più efficiente funzionamento. In più, non essendo ancora chiaro quale sia il sistema elettorale con il quale si andrà successivamente ad eleggere un Parlamento più snello, sento forti e mie le preoccupazioni di coloro che intravvedono nella vittoria del sì un pericolo per la democrazia, in quanto si andrebbe a tagliare duramente la rappresentanza democratica, con il rischio concreto che il Parlamento, cuore della nostra democrazia, perda la sua centralità.
Il popolo del centrosinistra e più in generale quello che ha a cuore la democrazia rappresentativa, a mio parere, deve riuscire a non ammiccare più a un populismo sempre più imperante.

Ma, nello stesso tempo, deve capire che dietro l'irruenta onda dell'an ti-politica ci sono delle ragioni che vanno non solo comprese, ma anche inserite in nostre battaglie. Va, infatti, pretesa ad ogni livello una classe politica lontana dal trasformismo o dall'autoreferenzialità. Una classe politica vicina al mondo del lavoro. Figlia della cittadinanza attiva.
Autorevole, preparata e devota al bene comune.
Sono convinto che democrazia, ambiente, cultura e lavoro non devono essere mai pensati come un costo, bensì come valori irrinunciabili per le nostre società, su cui puntare ed investire, sempre». 

Di parere diverso e favorevole al sì Giuseppe Martini, giá candidato sindaco del M5S:«Il sì che mi sento di sostenere, è un sì che vede in questa riforma l'indispensabile presupposto per far si che il nostro Parlamento ottenga un ruolo centrale, e questo grazie a tre principali motivi: il primo si riferisce al numero ridotto di parlamentari che è indice di più elevata qualità della rappresentanza, in quanto i partiti saranno portati a scegliere i migliori e chi ricopre tale carica percepirà maggiormente la responsabilità della funzione da svolgere.

Il difetto di rappresentanza che da alcuni viene sentenziato essere conseguente alla riduzione dei membri della Camera, non è a parere di molti illustri costituzionalisti, tra cui il professor Onida, attinente all'intervento che si propone di porre in essere la riforma, infatti il rapporto sarebbe di un deputato ogni 150.000 persone e di un senatore ogni 300.000, numeri tutt'altro che drammatici. Il secondo motivo riguarda la natura della riforma stessa, un intervento puntuale, circoscritto, volto non allo stravolgimento della Costituzione come invece era proposto dalla riforma Renzi nel 2016. Aggiungo che il panorama politico attuale e l'architettura istituzionale sono inevitabilmente distanti da quello alla quale si riferivano i padri costituenti nel 1947.

La riforma che ci viene oggi chiesto di rendere possibile non è certo una questione ideologica, bensì un primo passo per migliorare la rappresentanza, successivamente sarà necessaria una legge elettorale proporzionale, ma questa va fatta dopo e non prima essendo una legge ordinaria e non costituzionale».