La detenzione, in ambito extralavorativo, di un significativo quantitativo di droga è idonea a integrare la giusta causa di licenziamento. È un principio affermato dalla Cassazione e ribadito in una recente sentenza a carico di un operaio di Frosinone. Licenziato dall’azienda, la Klopman, dopo l’arresto, l’uomo aveva impugnato il provvedimento fino all’ultimo grado di giudizio. Ora, i giudici della Suprema Corte hanno chiuso il caso, hanno confermato la sentenza d’appello e considerato legittimo il licenziamento.

Il 9 dicembre del 2013 la Corte d’appello di Roma aveva confermato la sentenza di primo grado, con la quale il tribunale di Frosinone aveva respinto il ricorso dell’operaio, all’epoca 34enne, volto al riconoscimento dell’illegittimità del licenziamento disposto dalla Klopman il 4 luglio del 2005 «per illecita detenzione di so- stanze stupefacenti, discredito dell’immagine aziendale e allarma di possibile spaccio anche nell’ambiente di lavoro».

La Corte d’appello dopo aver sottolineato il «disvalore sociale» del reato di spaccio ribadiva «che tale condotta si poneva in contrasto con le norme penali e con fondamentali principi etici ed inoltre implicava relazione con ambienti malavitosi; osservava inoltre che la notizia dell’arresto sulla stampa locale era stata tale da provocare negativi riflessi sull’immagine della società e concludeva nel senso che la condotta contestata era da ritenersi idonea ad incidere irrimediabilmente sull’elemento fiduciario che deve presiedere al rapporto di lavoro, giustificando la sanzione inflitta».

L’operaio aveva proposto ricorso per Cassazione lamentando carenze nella motivazione dei giudici di secondo grado con specifico riferimento al danno d’immagine e al giudizio di gravità della condotta e alla proporzionalità della sanzione. Il ricorso, tuttavia, è stato ritenuto per un verso inammissibile e per un altro infondato. Infondato soprattutto laddove nel ricorso si denuncia la violazione o la falsa applicazione dell’articolo del codice civile sul licenziamento per giusta causa. In tal senso la Corte si è uniformata a una precedente pronuncia, del 6 agosto 2015, per ribadire che «la detenzione, in ambito extralavorativo, di un significativo quantitativo di sostanze stupefacenti a fine di spaccio è idonea a integrare la giusta causa di licenziamento, poiché il lavoratore è tenuto non solo a fornire la prestazione richiesta, ma anche a non porre in essere, fuori dell’ambito lavorativo, comportamenti tali da ledere gli interessi morali e materiali del datore di lavoro o da comprometterne il rapporto fiduciario, il cui apprezzamento spetta al giudice di merito». Ricorso rigettato, dunque, con condanna del ricorrente alle spese di giudizio per 4.1000 euro.