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L'intervista

Franco Vona e quel tris di successi al Giro d'Italia

«Ho corso in squadra con campioni come Francesco Moser e Bugno. Sono ancora miei amici e a volte ci vediamo ricordando i bei tempi»

Franco Vona e quel tris di successi al Giro d'Italia

Ha vinto tappe del Giro su cime leggendarie, ha fatto cose pregevoli al Tour ed è stato un luogotenente prezioso prima di Moser e poi, più a lungo, di Gianni Bugno e di Franco Chioccioli. Forse avrebbe potuto e dovuto fare anche il capitano, perché specie quando la strada si drizzava sulle ruote non ce n’erano molti bravi come lui. Parliamo del ciociaro Franco Vona, nato a Ripi nel 1964 e ciclista professionista dal 1987 al 1996. La sua storia sulla bici ce la facciamo raccontare partendo ovviamente dall’inizio.

Quando hai realizzato compiutamente di poter diventare ciclista professionista?

«Sono stato fin dall’infanzia appassionato di sport in generale e in verità la mia prima bicicletta è stata quella che mio padre aveva comprato per sé. Vista l’attitudine, il sogno di poter diventare ciclista si è fatto strada presto, ma non sono mancate le difficoltà».

Nel tuo percorso dal dilettantismo al professionismo ci sono stati dubbi o fasi più o meno critiche?

«Certamente. E non dipendevano dai risultati, che in linea di massima erano sempre stati buoni. Correvo con una squadra marchigiana e pensavo di smetterla. Non avevo grandi certezze, benché avessi vinto molte gare, poi però ho vinto una tappa del “Giro baby” a Montalto Pavese e nell’86 fui convocato per il mondiale dilettanti a Colorado Springs, nell’anno in cui Argentin vinse il mondiale dei professionisti. Fu la molla decisiva e l’anno successivo passai al professionismo».

Neo professionista con il compito di aiutare in salita un grandissimo del nostro ciclismo, Francesco Moser...

«Fui accolto molto bene da Moser, che era alla fine di una carriera straordinaria. Con lui c’è ancora un bel rapporto di amicizia, quando viene in Ciociaria mi chiama e ci ritroviamo con piacere».

Nell’88 vinci la tappa di Innsbruck, in un Giro ricordato ancor oggi per la giornata del Gavia. Che immagine ti viene in mente?

«Ho un ricordo nitido di quello, come di tutti i Giri d’Italia disputati. Il Giro è stato del resto la corsa che ho amato di più e che mi ha dato le maggiori soddisfazioni. Quell’anno sul Gavia si scatenò una vera e propria tempesta. Hampsten fu il più bravo dei big ad interpretare quella tappa tremenda e si aggiudicò la maglia rosa finale».

Dopo Moser, un altro capitano importante nella storia del ciclismo, Gianni Bugno. Un tuo giudizio su di lui?

«Come tanti, ritengo anche io che Gianni potesse vincere più di quel che ha vinto, perché davvero aveva una cilindrata incredibile e delle doti uniche. Non era certamente il più bravo nel condurre la bici e soffriva un po’ quando doveva farsi largo nel gruppo. Nelle gare dove si doveva sgomitare pagava un certo dazio, ma quando c’erano corse dove la selezione era naturale, era il più forte. Anche con lui c’è una bella amicizia. Quando mi proponeva di salire sul suo elicottero gli rispondevo scherzando “Gianni, ma non sapevi portare nemmeno la bici, come vuoi che possa fidarmi?”. É stato comunque un grande campione ed è una persona di grandi qualità».

E veniamo ai tuoi successi al Giro. Oltre a quello di Inssbruck, le tappe di Sulmona e Corvara. Cosa si prova?

«Vincere una tappa del Giro ha un sapore speciale. In particolare ricordo quella di Corvara, che arrivò al termine di una tappa che prevedeva la scalata di vette leggendarie. Quel 1992 fu il mio anno migliore e peraltro conclusi il Giro al sesto posto, il mio miglior piazzamento di sempre».

Un 92 davvero magico perché anche al Tour ti facesti valere, con due secondi posti in tappe prestigiose?

«Anche quelle sono tappe che porto scolpite nel cuore, perché davvero arrivare secondo al Sestriere e all’Alpe d’Huez, su una salita iconica della corsa a tappe più importante del mondo, ti regala una gioia particolare. Ricordo peraltro che nella tappa dell’Alpe d’Huez le prime salite furono per me problematiche. Non mi sentivo in giornata di grazia. Invece con il passare dei chilometri ritrovai sensazioni sempre migliori e a un certo punto mi dissi “Vai, Franco”. Secondo dietro Chiappucci e davanti a Indurain».

Indurain è stato il più grande tra i campioni della tua epoca?

«Senza dubbio, era un vero fenomeno. A cronometro era praticamente imbattibile e sulle salite staccarlo era problematico. Molti sottolineano come nelle corse in linea non sia mai stato protagonista, ma quello era ancora un ciclismo in cui gli specialisti delle corse a tappe spesso si concentravano solo sui grandi Giri. Indurain aveva uno stile impeccabile in bici. Poi è anche una bella persona, un campione a tutto tondo. In corsa era corretto, mai fuori dalle righe».

Anche in maglia azzurra ti sei preso qualche soddisfazione?

«Il mio rapporto con Alfredo Martini era davvero bello. Aveva grande stima di me, mi ha sempre tenuto in considerazione, semmai ero io che in quella fase della stagione non sempre riuscivo a performare. Devo dire che ho portato quantomeno fortuna, perché quando sono stato convocato hanno vinto Fondriest e Bugno».

Se devi scegliere un solo giorno da incorniciare, su quale tappa ricade la tua scelta?

«Direi la vittoria di Corvara, non solo per il grande fascino delle salite che quella tappa prevedeva. Ricordo un articolo di Candido Cannavò, un vero cantore dello sport e del ciclismo in particolare. Lo conservo ancora con cura e con un pizzico di emozione».

Hai fatto anche il direttore sportivo, ma è stata un’esperienza breve...

«L’ho fatto per un anno, ma non ho continuato perché sono molto legato alla Ciociaria e in quella fase storica il ciclismo era logisticamente strutturato al Nord. Sentivo la nostalgia della mia terra».

Come spieghi le grandi difficoltà in cui versa il nostro ciclismo, che fatica a riproporsi al vertice mondiale?

«Quando devi appoggiarti a squadre non italiane le difficoltà aumentano. In passato i team più forti erano proprio quelli del nostro Paese, ora gli sponsor più importanti del ciclismo sono tutti all’estero e questo complica la vita ai nostri».

C’è però qualche giovane che fa ben sperare, da Tiberi a Finn?

«Sì, sembra proprio che qualcosa si stia di nuovo muovendo. Tiberi è già un corridore che può dire la sua nelle corse a tappe, essendo molto forte a cronometro e bravo anche in salita. Peccato che non ci siano più le crono lunghe dei miei tempi. Oggi le prove contro il tempo sono state ridimensionate nel chilometraggio e nel numero. Finn quest’anno avrà il suo battesimo di fuoco, perché correrà anche qualche gara tra i professionisti. Vedremo cosa combinerà, il talento c’è».

Abbiamo bisogno di qualcuno che trascini il nostro movimento, che forse manca dai tempi di Pantani?

«È certamente così. Nibali è stato un campione vero, perché ha vinto tutti i Giri più importanti, ma una figura iconica come quella di Pantani aveva il potere di trascinare il movimento in maniera esponenziale. La sua vicenda è stata davvero triste, perché è stato abbandonato, lasciato solo con le sue fragilità. Sulla bici era un gigante, ha dato tanto al nostro sport e meritava di essere protetto».

Oggi se parli di ciclismo, l’immagine che nell’immediato ti appare è quella di Pogacar. Un superman?

«Pogacar è il fenomeno degli ultimi 30 anni. Entusiasma per il suo modo d’interpretare la gara, si fa volere bene. Vingegaard l’ha battuto per due volte, la prima sfruttando un po’ l’effetto sorpresa, ma oggi Tadej è davvero imbattibile sulle tre settimane. Somiglia a Merckx, perché anche nelle corse di un giorno può vincere su qualsiasi terreno, nonostante ci siano Van Aert e Vanderpoel, fenomeni di queste gare in linea. Forse la Sanremo resterà per lui un sogno proibito, ma non ne sarei così sicuro. Lo scorso anno scattò sulla Cipressa. Ci riproverà».

Il ciclismo sta tornando a squadre organizzate per un solo capitano?

«Sì, il ciclismo sta andando in questa direzione. La Jumbo, la UAE e le altre squadre importanti ora sono strutturate per un solo capitano. Negli anni 90-00 si cercava di fare risultato con più corridori, c’erano più punti di riferimento».

La domanda spinosa. Il doping appartiene soltanto al passato?

«Spero e credo di sì. Oggi i ciclisti sono supercontrollati, c’è il passaporto biologico, i parametri sono severi e perciò c’è poco spazio per chi pensa di barare. Armstrong e gli altri trovati con le mani nel sacco hanno fatto un grande danno d’immagine al ciclismo, ma ora è lo sport più controllato in assoluto e credo che tutto fili dritto»

Però ci sono prestazioni davvero sbalorditive, quasi robotiche. Come lo spieghi?

«Ora i ciclisti ai massimi livelli sono davvero dei robot, hanno metodologie di allenamento che consentono loro di sapere esattamente quanto stanno consumando, quante riserve di energia hanno in un determinato momento, eccetera eccetera. Tutto è programmato, c’è meno improvvisazione. Ai miei tempi potevo permettermi di lasciare quasi del tutto la bicicletta per tre mesi dell’inverno, oggi questo non è più possibile. Per certi versi è più semplice, perché i rapportoni che spingevamo noi, con le bici di allora, erano terribili. Anche l’abbigliamento era ancora un po’ approssimativo, con maglie di lana che a fine tappa, inzuppate, pesavano come il piombo. Però per tanti altri versi ora la vita di un ciclista professionista è diventata esasperata nell’impegno e non credo che avrei fatto il ciclista, in questi tempi qua».

Qual era il tuo rapporto con la popolarità. Ti gratificava esser riconosciuto per strada, richiesto di autografi eccetera?

«Un pizzico di orgoglio c’era nel vedermi riconosciuto e complimentato da sconosciuti, ma non mi sono mai montato la testa, non è proprio nel mio modo di essere».

Scendiamo dalla bici. Quali sono i tuoi hobby?

«Mi piace tanto il calcio, o forse dovrei dire che mi piaceva soprattutto qualche anno fa. Sono un tifoso della Roma. Seguo anche il Frosinone e spero tanto che torni in A, stavolta per restarci. Gioco a calcetto e qualche volta a tennis, perché ho un amico che è un maestro bravissimo, l’avvocato Pietro Volpari».

Sei un ammiratore di Mohammed Alì. Perché?

«Credo che i campionissimi debbano portare un messaggio che vada al di là dei loro risultati sportivi. Alì, Abebe Bikila, Zatopek e i velocisti Usa delle Olimpiadi del Messico lo fecero. Non è un discorso politico, ma sociale. Il grande campione ha anche il dovere di prendere posizione su aspetti del sociale».

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