La vexata quaestio della scuola al tempo del Covid-19 è: la didattica a distanza è un modello utile? E poi, sta portando benefici o è penalizzante? Che durata deve avere? Francesca Pezzoli, 43 anni, che svolge il servizio di assistenza specialistica con "Il Pungiglione" al l'Iti "Volta" di Guidonia, vive sul campo la doppia esperienza: quella di operatore della scuola e quella di genitore di due bambini che frequentano la primaria.

Quali sono i pro e i contro della didattica a distanza?
«A causa dell'emergenza sanitaria che stiamo vivendo, la scuola ha attivato diverse modalità di di dattica a distanza. Non è certo una novità. Ciò che rileva oggi, invece, è che ogni realtà formativa è stata travolta dalla necessità di avviare tempestivamente modalità di Dad.
Tanto l'Università quanto la scuola d'infanzia. La Dad si avvale di supporti tecnologici e si caratterizza per la totale assenza di interazioni fisiche e la mancanza di un luogo reale in cui condividere il dire, il fare e il collaborare. Nell'ambiente virtuale i rapporti in presenza sono rimpiazzati dall'uso di piattaforme digitali dove vengono distribuiti videolezioni dal vivo o registrazioni audio, invio di materiale e l'assegnazione di compiti da svolgere.

La scuola, però, non è solo il tempio dell'istruzione e della formazione, ma è il luogo dove la componente umana, relazionale ed esperenziale di un individuo si costruisce. È proprio in questo momento di isolamento forzato che la Dad mantiene vive le relazioni interpersonali tra gli studenti e tutti coloro che lavorano nella scuola. Permette ai docenti di guidare gli studenti nella comprensione della realtà contingente e a mantenere solidi i rapporti sociali. Laddove si devono elogiare le opportunità, si denunciano, nel contempo, dei limiti oggettivi. Gli scambi di idee e la ricchezza che il confronto arreca, infatti, vengono mortificati dalla distanza fisica e l'uso dei media non è funzionale alla didattica, quando non è ben utilizzato.

Non tutti hanno dimestichezza con la tecnologia e molti non hanno accesso ai mezzi tecnologici idonei a supportare la Dad. Per essere chiari: non basta avere un telefono cellulare. Questo ostacolo, è bene ricordare, non riguarda solo gli studenti, ma anche i docenti. L'incapacità di districarsi nei meandri della tecnologia, da ambo le parti, si tramuta in un senso di inadeguatezza e frustrazione che, unite all'incertezza del momento, possono portare a disagi allarmanti».

Lei opera con alunni che hanno anche difficoltà nel processo di apprendimento. La didattica a distanza è utile per questi ragazzi oppure no?
«L'e-learning, l'apprendimento digitale, prevede l'utilizzo delle tecnologie e piattaforme elettroniche a servizio della formazione e dell'insegnamento. È inconfutabile che tali strumenti attivino vari tipi di intelligenze, motivo in più per essere adottate per migliorare l'apprendimento degli studenti diversamente abili o con bisogni educativi speciali, permettendo loro di avere un ruolo attivo, consentendo di partecipare alla didattica anche a distanza quando ad esempio sono malati, compensando i disturbi al fine di favorire l'autonomia.

Per i ragazzi con difficoltà la strategia ai tempi del Covid-19 adottata dalle scuole continua ad essere quella dell'inclusione nella classe anche se virtuale.
Le famiglie non sono abbandonate e dimenticate e dove non fosse possibile la via della partecipazione nelle piattaforme virtuali, gli operatori attivano una inclusione individuale. Molto spesso lo studente appare sfuggente, oppositivo allora è opportuno agganciarlo, cercare il contatto attraverso lo scambio di emozioni, perché è sempre bene ricordare che il fulcro della didattica è l'empatia.

Ritengo, però, che, in questo momento straordinario, fare una distinzione tra gli studenti, "normali" e "speciali", lasci il tempo che trova: necessitano tutti di un'attenzione eccezionale e di interventi anche individuali, quando in passato non si sono resi necessari. Il virus infatti ha messo democraticamente, anche i cosiddetti sani, di fronte ad un dato di fatto: l'essere umano è vulnerabile. La sua fragilità genera ansia, incertezza ed impotenza che possono essere superate attraverso il prendersi cura del prossimo.

Nella Dad ad esempio risulta proficua, per tutti gli studenti, ogni attività che presuppone un fare collaborativo per mezzo dello studio in piccoli gruppi,i cui componenti si aiutano reciprocamente.
Ma la condivisione è ancor più condizione imprescindibile nell'analisi delle emozioni dei discenti attraverso il parlare dei pensieri che affollano la loro mente e attanagliano il loro cuore, anche se ciò avviene in un ambiente virtuale. Proprio perché l'incontro e il confronto avvengono in un habitat innaturale, l'occasione deve essere fornita per mezzo della creatività, che permette di catturare l'attenzione dello studente».

La scuola continua a rappresentare un luogo di vita, in cui si sviluppano non solo conoscenze, ma senso di appartenenza e di partecipazione. Questa situazione può, a suo giudizio, indebolire questa funzione storica della scuola?
«Il sentirci esposti, deboli e indifesi genera una necessità di protezione che possiamo trovare solo al riparo nella nostra comunità. La scuola non può ignorare il senso di turbamento che ci avvolge, ma deve accogliere le istanze dei suoi fruitori e farsi garante del bene comune. La scuola non è più il luogo dove si apprendono nuove competenze e gli studenti non possono essere più dei contenitori vuoti da riempire.

La scuola non può limitarsi ad insegnare agli studenti ad essere solo performanti, competitivi, individualisti.
Credo che innanzitutto, come dice Stefano Rossi, in questo momento la didattica debba essere essenziale e recuperare alcuni aspetti fondamentali: lettura, scrittura, tema della cittadinanza, ascolto, tempistica lenta.
Senza dimenticare che il cuore della didattica è l'empatia che porta allo scambio emozionale che arricchisce l'altro perché lo modifica. La didattica a distanza in questa fase storica è stata una necessità.

Può essere un modello replicabile una volta passata l'emergenza sanitaria?
«È innegabile la funzione di ancora di salvezza della Dad. In questo momento è l'unica via che si può percorrere. È una necessità, appunto. Ma è bene sottolineare il suo carattere di eccezionalità. Questo modello di insegnamento è privo del suo ingrediente principale: l'empatia. Ecco perché è necessariamente provvisorio. È imperfetto, viziato all'origine, quindi non replicabile. La scuola è uno spazio educativo che ha la funzione di tirare fuori le emozioni.

Educare alle emozioni attraverso la condivisione delle esperienze in un ambiente privo di pregiudizi. Fermo restando il compito imprescindibile della scuola, che poco si conforma alla modalità di insegnamento a distanza, un aspetto non deve essere sottovalutato: le abitudini sono state stravolte. L'uomo fa fatica ad adattarsi, stiamo sperimentando situazioni nuove e non solo in ambito scolastico, siamo disorientati ed incapaci di far fronte alla complessità della didattica a distanza, ma è anche vero che studenti e docenti stanno acquisendo un'inestimabile ricchezza: competenze digitali che prima non avevano. Questa esperienza incrementerà il bagaglio culturale di chi si cimenterà nella Dad e ciò che prima veniva percepito come disagio si tramuterà in competenza. Bisogna puntare sull'educazione alla rete, implementando l'alfabetizzazione informatica e dando a tutti le stesse opportunità per abitare il web».