Lontana da suo figlio e dai suoi cari per dieci giorni.
Dentro quelle quattro mura che per lei erano diventate come una "gabbia". Con la paura di non farcela. Ma ha trovato i suoi "angeli" che l'hanno salvata, sostenuta.
E dopo dieci giorni di incubo è tornata a casa.

Ha sconfitto il "mostro", come lo chiama suo figlio.
Federica Vallecorsa, 35 anni, di Frosinone, è una dei positivi ciociari al Coronavirus. L'abbiamo contattata per farci raccontare come ha vissuto quei giorni di isolamento.

Come pensi di aver contratto il Coronavirus?
«Non lo so. Sono stata in casa come tutti, uscendo soltanto per necessità. Mi sono limitata a fare la spesa e sempre con la massima prudenza e adottando tutte le precauzioni, tra cui l'utilizzo di guanti e mascherina.
Molto probabilmente mi sono trovata nel posto sbagliato nel momento sbagliato».

Quali sono stati i primi sintomi?
«Innanzitutto mal di testa, tosse e perdita di gusto e olfatto. In un secondo momento febbre e bruciore al petto».

Cosa hai provato quando ti hanno detto di essere positiva?
«L'8 aprile è iniziato il mio incubo. Ho pensato a quello che sarebbe accaduto da lì a poco, a mio figlio, se lo avrei rivisto. Non sapevo come comportarmi, ma in realtà non potevo fare assolutamente nulla. Non potevo decidere. Ho avuto un crollo emotivo. Ho pianto tutto il giorno».

Cosa ricordi del giorno del ricovero?
«Di quel giorno ricordo, come li chiama mio figlio, i "Ghostbusters" arrivati con l'ambulanza. Ho avuto molta paura. È stato come fare un tuffo nel buio, nel vuoto.
Arrivata in ospedale la paura è aumentata. Ho trovato una scena apocalittica. Conosciamo il nostro pronto soccorso, pieno di gente, di rumori, di urla di persone che non stanno bene. Invece quel giorno, e credo ancora adesso, c'era un silenzio assordante, non c'era nessuno oltre ai medici e agli infermieri con tute, mascherine e tutta la loro "armatura". Lì, ho davvero realizzato quanto stava accadendo».

Giorni davvero difficili…
«Direi difficilissimi. Lontano dalla mia famiglia, da mio figlio. C'era il papà con lui ma era la prima volta che ci separavamo. Non ho potuto avere, ovviamente, contatti con nessuno. Soltanto con infermieri e dottori quando entravano per la terapia o con le donne delle pulizie in maniera molto veloce. Forse non mi ha aiutato neppure il periodo, perché ho trascorso la Pasqua senza mio figlio».

Qual è il ricordo più brutto dell'isolamento?
«Il più brutto sicuramente il giorno di Pasqua. Ho avuto un crollo emotivo assurdo. Ho pianto, non riuscivo a stare tranquilla, ad affrontare le terapie. Ero diventata isterica. Non sopportavo più quella stanza. È stato il giorno più brutto della mia vita, ma per fortuna ho avuto il sostegno degli infermieri, dei medici, che mi hanno aiutata molto».

Come hai affrontato le terapie?
«Le cure sono molto pesanti. Appena arrivata hanno iniziato la terapia di antivirali, antibiotici e antinfiammatori. Come si sa queste cure antivirali sono quelle che provocano più problemi. Dopo la seconda somministrazione ho avuto effetti collaterali e hanno dovuto sospendere la terapia. Fortunatamente subito dopo hanno cambiato il protocollo ed è entrato come medicinale l'eparina e ho fatto la terapia fino al 18 aprile, giorno dell'uscita dall'ospedale».  

Descrivici il giorno che ti hanno detto che saresti stata dimessa…
«Il giorno della "libertà" lo ricordo con molta emozione.
L'infermiera mi viene a fare terapia la mattina e mi dice che entro le 15 avrei avuto la risposta del secondo tampone. Io le dico subito che avrei voluto chiamare la mia famiglia per farmi portare le chiavi dell'auto per poter tornare a casa. Ero felice anche se ancora non sapevo con certezza l'esito del tampone e, quindi, se sarei stata dimessa lo stesso giorno. Ma mi sentivo rilassata, avevo pensieri belli. Alle 13.30 suona il citofono in camera. Era l'infermiera che mi diceva: "Signora Vallecorsa, è il parcheggiatore dell'ospedale, l'auto è pronta". Io inizio a urlare come un'isterica.
Sento la dottoressa che si domanda da dove provenissero le urla. E l'infermiera che le dice che ero io, la "numero 4" alla quale aveva comunicato l'uscita.
E sento la dottoressa che dice "allora può strillare ancora di più". Quando ho aperto la porta, che era stata chiusa per dieci giorni, ho trovato schierati i miei angeli pronti per salutarmi (la voce di Federica si interrompe, si commuove, ndr). È stata un'emozione indescrivibile.
Sono salita poi sulla mia auto e sono tornata a casa.
Aprire il portone con le mie mani, sulle mie gambe, è stato bellissimo».

Hai fatto un video per ringraziare anche i medici, gli infermieri…
«Il giorno che sono stata dimessa dall'ospedale, il 18 aprile, ho voluto omaggiare i miei "angeli" riprendendo la mia uscita e arrivata a casa ho proseguito il video per far arrivare a loro il messaggio di tutta la mia stima.
Sono i miei "angeli", anche se loro non vogliono farsi chiamare così. Ma per me sono stati angeli (Federica si commuove di nuovo, ndr). Se ho avuto la possibilità di continua a vivere lo devo a loro. Mi hanno sostenuto anche moralmente. Grazie a tutto il reparto di Malattie infettive dell'ospedale "Fabrizio Spaziani" di Frosinone, nessuno escluso. Grazie ai dottori, agli infermieri, alle donne delle pulizie, a tutti coloro che sapendo quello che i pazienti stanno passando tra quelle quattro mura, cercano di alleviare il più possibile il dolore.
Persone che fanno questo lavoro per devozione.
A tutti loro va il mio grazie infinito».