Da oltre trent'anni è uno dei giornalisti italiani più apprezzati nel panorama internazionale. Nato e cresciuto a Frosinone, è tra i volti storici dell'informazione Rai. Dal 1995 è caporedattore responsabile degli esteri del Tg2. Gira l'Europa, poi il mondo, per raccontare agli italiani cosa accade oltre i confini. Ha sapientemente illustrato a milioni di telespettatori i conflitti in Medio-Oriente. È il 2003 e Claudio Pagliara, allora corrispondente-responsabile della sede Rai per il Medio-Oriente, segue gli effetti della seconda intifada, la vittoria di Hamas, gli interventi israeliani a Gaza.

Oltre dieci anni più tardi, a quel giornalista nato nel 1958 nel capoluogo ciociaro, dove ha vissuto per anni, viene affidato l'incarico di corrispondente-responsabile dell'ufficio di Pechino per i servizi giornalistici radiofonici e televisivi dalla Cina, dal Giappone e dai Paesi del Sud-est asiatico. In quel periodo realizza documentari, inchieste, servizi e dirette per raccontare lo sviluppo, le sfide e le incognite del continente asiatico.
Nell'agosto del 2019 Claudio Pagliara vola negli States dove gli viene affidato l'incarico di corrispondente-responsabile dell'ufficio di New York. Non sa ancora che di lì a pochi mesi l'America e il mondo intero saranno sconvolti da una "guerra" senza precedenti.
Non sa ancora che questa volta non deve descrivere conflitti, massacri, ribellioni. Deve spiegare agli italiani come un nemico invisibile abbia messo in ginocchio il sistema sanitario e l'economia degli Stati Uniti, esattamente come è accaduto in Italia e in ogni angolo della Terra. Deve narrare una guerra dove non esplodono bombe. Si muore sotto i colpi di un nemico comune, il Covid-19. Da "La Grande Mela" realizza servizi, reportage e dirette che passeranno alla storia.

Claudio Pagliara è in prima linea per raccontare al suo Paese come il Coronavirus stia cambiando per sempre il volto di una delle più grandi potenze del mondo. Lo abbiamo intervistato per capire cosa stia realmente accadendo Oltreoceano e come vive la lontananza dai suoi affetti, dai suoi amici e dalla sua terra di origine in un momento così difficile.

La situazione negli Stati Uniti appare drammatica.
Per chi ha un ruolo importante nell'informazione come il suo, cosa significa raccontare all'Italia quello che sta vivendo l'America in questo periodo storico?
«Vivo il mio ruolo come una grande responsabilità.
In questo momento tutto il mondo è unito in questa lotta, gli Stati Uniti sono i più colpiti, anche più dell'Italia.
Lo avverto come un compito importante. Questo al momento è un Paese che sta soffrendo molto e alle altre nazioni tante scelte sembrano incomprensibili.
Va spiegato in primis che questo è uno stato federale il che pesa molto sulle decisioni rispetto a esempio a diversi stati europei. I poteri di decidere la quarantena o di revocarla spettano ai singoli governatori che hanno ampia autonomia, ecco il perché di tante discordanze.
È una situazione più complessa di quello che possa sembrare. Spesso, erroneamente, si pensa che decida tutto il presidente. In realtà, ad esempio, molti governatori, nonostante le pressioni di Trump che vorrebbe far ripartire in fretta la macchina economica, non hanno nessuna intenzione di revocare il lockdown.
Altri, invece, hanno già annunciato riaperture nonostante il numero dei decessi sia sotto gli occhi del mondo intero. È tutto questo che bisogna spiegare per fare chiarezza. È questo il compito di chi fa informazione. Se parliamo di emergenza sanitaria, ad esempio, dobbiamo spiegare che il sistema sanitario americano è molto diverso da quello italiano o di tanti altri paesi. È privatizzato. E dunque i tamponi, le cure, le spese sanitarie vanno visti sotto un'altra ottica».

Ecco, il sistema sanitario. L'opinione pubblica ha più volte, in questi giorni, puntato il dito contro quello americano. Come sta reagendo? Davvero i pazienti non assicurati non sono ammessi alle cure?
«Di fondo resta quello che dicevo, il sistema sanitario degli Stati Uniti è privato e questo comporta tante limitazioni. Che in una situazione di emergenza globale come questa sono venute fuori. Negli Usa l'assicurazione sanitaria è un lusso per pochi e questo è sempre stato al centro di molte campagne elettorali.
Gli stessi americani non si sentono al sicuro dal punto di vista sanitario. C'è da fare, però una precisazione, se un malato Covid arrivano in ospedale e non ha assicurazione, non viene lasciato morire in mezzo alla strada, ovviamente. Ha accesso alle cure. Il problema è il conto salato che poi arriva a casa. Qui le cure sono costosissime. C'è però anche l'altra faccia della medaglia. Se, ad esempio, in Italia, per una Tac fatta negli ospedali pubblici, il costo è quello di un ticket accessibile a tutti, negli Usa i costi sono triplicati.
Però mentre in Italia se si prenota una Tac si rischia di farla un anno dopo, qui i tempi di attesa sono notevolmente ridotti. Dunque, il sistema sanitario americano funziona… per chi può permetterselo. È vero anche che in questa situazione di emergenza sono stati messi in campo aiuti straordinari per chi non ha assicurazioni. Repubblicani e Democratici hanno trovato un accordo al Congresso varando dei pacchetti di aiuti che coprono le spese o i permessi malattia».

New York è lo Stato con più contagi al mondo.
Il Governatore Cuomo ha fatto sapere, però, che il numero di pazienti ricoverati in ospedale è in discesa. Il peggio deve ancora arrivare?
«Dati alla mano, il picco sembrerebbe essere stato raggiunto. Ma chi può dirlo con certezza? Siamo di fronte a un nemico invisibile, sconosciuto. Credo che la curva in discesa sia il frutto del sacrificio degli americani, del rispetto delle misure di distanziamento sociale. Se questo sforzo dovesse indebolirsi, si potrebbe assistere a una nuova fiammata del virus.
E, come ripetono gli esperti, una seconda ondata potrebbe essere devastante. Vale a New York ma anche negli altri Stati americani. Si parla di riaperture, è un dibattito aperto da giorni. Le raccomandazioni della Casa Bianca prevedono che ci debbano essere due settimane di calo consecutivo dei contagi. Ma qui la natura federale del governo della quale parlavamo, porta con sé tutta una serie di complessità. Da una parte Trump, che sprona gli Stati a riaprire. Dall'altra i governatori. Alcuni, come quello della Georgia, Brian Kemp, hanno allentato le misure restrittive nonostante i numeri dei contagi e dei decessi siano ancora molto preoccupanti. Altri sembrano concordare sul fatto che la riapertura dovrà essere graduale e prudente.
Quel che è certo è che la posizione dei governatori è una posizione poco invidiabile: da una parte la pressione del mondo economico, dall'altra quella del sistema sanitario. Non è semplice trovare un equilibrio».

La "pressione" del mondo economico. Quella che stiamo vivendo è un'emergenza sanitaria senza precedenti. Ma i danni del Coronavirus sulle economie non sono un aspetto secondario. Come pensa che reagirà una città come New York? E cosa pensa invece delle conseguenze sull'economia italiana?
«La mia sensazione è che New York si riprenderà ma sarà lunga. Ci vorrà del tempo. Gli Stati Uniti sono una potenza economica mondiale, il colpo è stato duro ma sicuramente è stato subìto in modo diverso rispetto a Paesi come l'Italia. C'è da dire, però, che anche qui si sta assistendo ad una "scomparsa" della cosiddetta classe media. Ci sono code nei centri di distribuzione gratuita di cibo. E non è raro vedere in fila i "nuovi" poveri, tutti coloro che con il lockdown hanno perso il lavoro. Senza sapere come si comporterà il "nemico" non è semplice fare previsioni. È ovvio che se tutto, pur lentamente, potrà tornare alla normalità il sistema economico americano riuscirà a risollevarsi.
Se dovesse paventarsi l'ipotesi di un secondo lockdown, magari in autunno, nessuno potrà dire come andrà. Per Stati che hanno un'economia più fragile, come l'Italia, la situazione è decisamente più complessa».

Lei è stato in Medio Oriente. Lo scenario che stiamo vivendo è stato più volte associato a una guerra senza armi. Un'associazione azzardata?
«Il parallelismo funziona fino a un certo punto.
È una guerra contro un nemico invisibile, con tanti punti interrogativi perché è un nemico nuovo.
Nelle guerre che ho raccontato, il nemico e le sue azioni potevano essere prevedibili. La comunità scientifica conosce molto poco di questo virus.
Non sappiamo se ci lascerà, se tornerà, non sappiamo nulla sull'immunità. Le incognite di questa crisi sono maggiori rispetto a quelle di alcuni conflitti. Si tratta di una battaglia mondiale che coinvolge tutti ma non si sa quando e come il nemico verrà sconfitto. Un'incertezza che crea ansia e il disastro economico globale che è sotto gli occhi di tutti. È una guerra dannosa per il sistema economico e per i Paesi deboli economicamente».

Durante il suo incarico a Pechino, ha avuto modo di conoscere da vicino il Sud-est asiatico. Che idea si è fatto del ruolo della Cina in questa vicenda, anche in merito alle accuse sui ritardi nel comunicare l'avanzata del virus?
«Ci sono leader con estrazione diversa, tipo Trump, Johnson e la Merkel, che puntano l'indice su Pechino.
A Wuhan ci sono stato tre anni prima di questa epidemia ma non ero a conoscenza del laboratorio finito sotto l'occhio del ciclone. Secondo l'Intelligence americana pare che questo laboratorio, qualche anno fa, conducesse ricerche eticamente non conformi al codice vigente. Se il virus sia sfuggito per errore, se sia stato creato per scopi di ricerca positivi e poi si sia erroneamente propagato, non possiamo dirlo al momento. Qualche conclusione però c'è.
Sappiamo con certezza che molte informazioni sono state date in ritardo. Il medico cinese, morto poi di Covid, già a dicembre aveva denunciato polmoniti sospette ed era stato messo a tacere. Taiwan aveva lanciato l'allarme che il virus si diffondesse da uomo a uomo, mentre il Governo sosteneva che si diffondesse solo da animale a uomo. Queste informazioni trattenute e date in ritardo non hanno consentito al mondo di prendere misure adeguate. Prima che venissero chiuse le frontiere di Hubei e Wuhan, inoltre, migliaia di persone sono state in vacanza in Europa e negli Stati Uniti e hanno diffuso l'infezione. Su questo ci sarà da fare una valutazione. Se la Cina non ha diffuso le informazioni che avrebbero dato ad altri Stati gli strumenti giusti per contenere l'epidemia, è una responsabilità che dovrà avere delle conseguenze.
Gli errori sono stati commessi magari senza volontà ma non è escluso che possano esserci delle richieste di risarcimento da parte di altri Stati in futuro».

Parlando di ritardi, il lockdown negli States è arrivato quando il numero di contagi aveva già raggiunto cifre importanti. Pensa che gli Stati Uniti abbiano agito in ritardo?
«Tutti i Paesi hanno agito in ritardo. Anche l'Italia.
Anche tanti altri Stati europei. Ma non per negligenza.
È difficile fermare un Paese, un'economia, sulla base di proiezioni. Tutti si sono mossi in ritardo perché non sapevano con cosa avessero a che fare. Bisogna essere realistici, come si fa a bloccare tutto quando i casi sono ancora pochi e i decessi contenuti?»

Una speranza potrebbe arrivare solo dalla scienza.
Dalle cure e dal vaccino. Molti studi si stanno portando avanti negli Stati Uniti. Pensa che ci sia la concreta possibilità di avere un vaccino in tempi relativamente brevi?
«Un vaccino ha i suoi tempi. Non ci sarà un vaccino da somministrare al mondo prima di un anno/un anno e mezzo. Bisogna essere concreti in questo. Senza conoscere gli effetti collaterali, senza studiare i reali benefici, non si può creare un vaccino da mettere in commercio. Io sono più ottimista sul fatto che ci sarà una terapia in grado di abbassare la mortalità, a quel punto sarà più facile conviverci. E tornare ad una graduale normalità».

Lei è nato a Frosinone ma ha girato il mondo per la sua professione. In questo momento di grande incertezza, come vive la lontananza dall'Italia, dalla Ciociaria, dai suoi familiari e da tutto quello che la lega a questa terra?
«Frosinone è la città dove sono nato, dove ho vissuto e dove torno spesso e volentieri. Ora che non posso farlo con la stessa libertà di sempre, il pensiero c'è più del normale. Ma stando ai dati, mi sembra che la mia città natale sia stata "relativamente" toccata da questa pandemia. Anche se l'economia ha subìto un impatto molto forte. La mia preoccupazione per amici, familiari e conoscenti è più legata a questo aspetto. Voglio pensare, però, che proprio perché il contagio sia stato contenuto, Frosinone e la Ciociaria possano essere tra le prime a ripartire».