Come molti suoi colleghi, il dottor Gianni Pontarelli è stato contagiato da alcuni pazienti che, contrariamente alle indicazioni, si sono recati in ambulatorio. Originario di Vallemaio, risiede da molti anni a Bolzano dove svolge l'attività di medico di famiglia, oltre a essere segretario regionale del Sindacato dei medici italiani e, da pochi mesi, anche responsabile dell'ambulatorio di "cure primarie" al pronto soccorso dell'ospedale San Maurizio.

Le sue grandi passioni sono i cavalli e la musica country, che ama molto suonare sotto il nome d'arte di Johnny Ponta, con il quale ha anche registrato due album. Quello che segue è il racconto della sua battaglia contro il Covid-19, vinta da solo ma non senza sofferenza.

Come ha contratto il Coronavirus e quali sono stati i primi sintomi ad averla allertata?
«Ho preso il Coronavirus praticamente da un paziente che avevo visitato all'inizio di marzo e che purtroppo, nel frattempo, è deceduto. E con lui un altro. Avevo avvisato tutti di non venire in ambulatorio per non contagiare me e altre persone. Purtroppo, com'è successo anche in altre parti d'Italia, molti non hanno ascoltato il consiglio. Quel paziente aveva ottantaquattro anni, stava male con tosse e febbre, e allora l'ho visitato con le dovute protezioni, a cominciare dalla mascherina che si usa con i malati Covid, ma evidentemente non sono bastate. Qualche giorno dopo, il 18 marzo, ho iniziato ad avere febbre alta e grosse difficoltà a respirare, allora mi sono immediatamente rivolto al Pronto soccorso dove ho fatto tampone e raggi al torace. È subito risultato un piccolo infiltrato polmonare da Covid-19, la conferma di quello che avevo già capito».

Quali misure ha preso e come ha poi sconfitto il virus?
«Sono tornato a casa e mi sono messo in quarantena, isolato da moglie e figli, in attesa di vedere come andasse. Ero da solo in una stanza e i miei cari mi lasciavano il cibo fuori dalla porta. Ero ovviamente devastato ma ho iniziato la terapia con un protocollo "off label" che avevo concordato con alcuni colleghi e a base di azitromicina e idrossiclorochina. Dopo dieci giorni di febbre, ho iniziato a stare meglio e i tamponi sono per fortuna diventati negativi. Adesso posso anche tornare a lavorare».

Qual è il ricordo più brutto del suo periodo di isolamento e di cura dal Covid-19?
«Sicuramente gli incubi notturni, la paura di non riuscire più a respirare, di dovere essere ricoverato e ovviamente di non vedere più i miei cari. Questo virus è devastante, duro da combattere. Non dimenticherò mai i problemi polmonari che ho avuto e gli incubi che facevo di notte».

Pensa che i medici di famiglia siano stati, almeno inizialmente, dimenticati dalle istituzioni al momento di prendere decisioni per contrastare il virus?
«Assolutamente sì. Noi medici di base siamo stati utilizzati senza alcun aiuto, senza la minima protezione e ciò si vede dal numero delle vittime».

Pensa che questo virus segnerà pesantemente la sua categoria professionale?
«Sicuramente. La nostra categoria sta pagando un prezzo altissimo e non so come molti di noi usciranno da questa pandemia. Per alcuni medici è stato davvero uno shock e prima di ritornare alla normalità ci vorrà molto tempo».

In questi giorni si parla molto della "fase due".
Qual è il suo parere in merito e quali sono gli aspetti da mettere subito in chiaro con i cittadini? «La "fase due" potrebbe arrivare presto ma le precauzioni, fino a che non avremo una cura e un eventuale vaccino, restano comunque fondamentali».

Com'è la situazione nell'ospedale dove lavora?
«Al San Maurizio, per fortuna, la situazione sta lentamente tornando alla normalità. Aspettiamo tuttavia di arrivare ad avere dati ancora migliori».

Lei è originario di Vallemaio, come giudica la situazione in Ciociaria?
«Purtroppo sono lontano dal mio paese da un po' di tempo, ma per quello che so ci sono dei dati confortanti».

Da amante del folk e musicista, c'è una canzone che ascolta spesso in questo periodo?
«È stato un periodo dove non riuscivo né ad ascoltare musica né a suonare la chitarra.  Poi, lentamente, ho ritrovato un po' di forza insieme alla mia famiglia, ai miei cavalli e ai miei cani e ho ripreso anche a suonare e a scrivere. Nel testo di una mia nuova canzone canto queste parole: "Chiuso in questa stanza qui da solo, rivedo la mia vita come fosse un film e mi rendo conto che questa vita è un attimo, morire è un attimo, dimenticare no"».

Già, impossibile dimenticare una disavventura del genere. Anche se sei un "medico cowboy".