«All'inizio è stato uno tsunami, ora va meglio.Ma si continua a combattere e sarà lunga». Così la dottoressa Katia Casinelli, responsabile dell'unità operativa complessa Malattie infettive dell'ospedale Fabrizio Spaziani di Frosinone. Ma pure dell'unità operativa di Epatologia.

Dottoressa Casinelli, eravate pronti a questo?
«Ci eravamo organizzati, ma una cosa del genere era inimmaginabile. Ci siamo trovati davanti un virus altamente contagioso e terribile. All'inizio abbiamo fatto turni anche di 12, 14 e perfino 16 ore. Tutti insieme, provando a studiare quello che accadeva. Da infettivologa ho visto la Sars, la Mers. Ma questo è diverso. Ci avevano detto che era poco più di una banale influenza. Sin dai primi ricoveri abbiamo capito subito che non era così».

Ora va meglio?
«Rispetto all'inizio, adesso allo Spaziani c'è un intero reparto, Medicina Covid 19, con 60 posti letto (compresa l'urgenza). All'inizio i malati arrivavano tutti da noi. Il manager Stefano Lorusso e il direttore sanitario Patrizia Magrini hanno "riconvertito"l'ospedale in pochi giorni. Ma era quello che si doveva fare».

Come curate i malati di Coronavirus?
«Seguendo i protocolli indicati dal Seresmi e dallo Spallanzani. Gli stessi applicati nel Nord Italia.
Intanto con i farmaci a base di idrossiclorochina, che produce dei risultati importanti. Così come i farmaci solitamente usati per curare forme di artrite reumatoide.
In generale gli antinfiammatori. Il punto è questo: noi ci troviamo a dover curare infiammazioni che conseguono alla risposta immunitaria contro il virus che si realizza a livello soprattutto degli alveoli polmonari. Ci sono, per esempio, degli antibiotici che,pur non avendo effetti sul virus, svolgono un'importante funzione antinfiammatoria. Li usiamo».

Cosa succede nell'organismo?
«In seguito all'infezione da Coronavirus alcuni pazienti producono una quantità moderata di citochine infiammatorie, sufficiente ad attivare il sistema immunitario contro il virus. In altri pazienti, invece, le citochine infiammatorie vengono prodotte in quantità esagerate. A cascata. Questo danneggia le cellule dell'epitelio polmonare e crea delle voragini nelle pareti dei vasi che irrorano i polmoni. Provocando un forte accumulo di liquido nei polmoni stessi. Abbiamo riscontrato risultati importanti dall'utilizzo di farmaci usati contro l'Aids. E dal Tocilizumab, un farmaco sperimentale distribuito dall'Istituto di Napoli. Ma parliamo di un farmaco da somministrare a pazienti che accusano difficoltà respiratorie importanti. Un farmaco che ha un'efficacia indiscussa anche se applicato nel reparto di Rianimazione. Ma è importante pure somministrarlo nel tempo giusto».

Vale a dire?
«Il punto è che va somministrato quando scatta l'allarme per i valori di ossigeno e di anidride carbonica nel sangue. La situazione peggiora rapidamente e in due ore può precipitare. Ecco perché il monitoraggio deve essere continuo».

Senta dottoressa, in questi giorni si è aperto un dibattito sul fatto che il problema potrebbe essere cardiovascolare, non respiratorio. Potrebbero essere le microtrombosi venose, non la polmonite, a determinare la fatalità del virus. Verità o bufala?
«Francamente non mi sento di bollare come bufala questa ipotesi. Il Covid-19 provoca anche una vasculite dei vasi sanguigni. Con effetti sul cuore e sul cervello.
Dalla nostra esperienza sul campo la causa di morte non è tanto l'insufficienza respiratoria, quanto gli eventi tromboembolici».

Nei protocolli, anche quelli usati a Frosinone, è già previsto l'uso dell'eparina...
«Infatti. Dati preclinici dicono che il Covid-19 si lega a un analogo dell'eparina, all'eparina endogena per capirci, quella prodotta dal nostro corpo, inattivandola.
Perciò c'è la necessità di supplementare l'eparina dall'esterno con una molecola come l'enoxaparina.
Noi dall'inizio utilizziamo le eparine a basso peso molecolare, proprio per prevenire eventi tromboembolici. Dai dati emersi dalle autopsie, effettuate soprattutto al Nord, è venuto fuori che molti pazienti sono morti non tanto per un'insufficienza polmonare grave, quanto per eventi tromboembolici.
Problemi che sono legati ai danni provocati dal virus sull'endotelio basale e alveolare del polmone. Se il sangue non arriva ai polmoni c'è poco da fare. Quindi perché parlare di bufala? L'eparina a basso peso molecolare è importantissima. Così come si utilizzano farmaci a base di cortisone. Importantissimi per combattere le infiammazioni».

Nel decorso della malattia c'è un momento decisivo?
«Sì. Mediamente è il periodo compreso tra il settimo e il quattordicesimo giorno di cura. Quando comincia la risposta immunitaria del paziente. Per dirla in termini semplici: quando inizia la lotta tra il virus e il sistema immunitario. Se quest'ultimo riesce a reagire si arriva alla soppressione della carica virale».

Quali sono i sintomi classici del Coronavirus?
«I sintomi sono diversi. Ma quello più importante è la dispnea, l'affanno respiratorio. Poi la tac può evidenziare una polmonite interstiziale. Naturalmente c'è il tampone, test fondamentale per individuare gli asintomatici e paucisintomatici».

Senta dottoressa, quanto è importante restare a casa?
«È fondamentale. Noi dobbiamo essere ossessionati da un imperativo: evitare il contagio. Io mi sto battendo per questo dall'inizio. E debbo dire che sono molto arrabbiata per dei comportamenti che continuo a riscontrare. Tanta gente non vuole capire che abbiamo a che fare con una brutta "bestia". Il virus non scomparirà, l'unica speranza che abbiamo è aumentare il numero dei guariti. Forse si attenuerà con il caldo, ma non per le alte temperature, quanto per la distanza maggiore tra le persone che c'è in estate. Ma dobbiamo prepararci pure all'ipotesi che possa esserci un'ondata di ritorno con l'autunno e con l'inverno. Quando peraltro ci sarà pure l'influenza stagionale. Dobbiamo stare dentro, evitando che il tasso di contagiosità torni a "R 2,7". Altrimenti la situazione sarà ingestibile. Noi, medici e infermieri, siamo in prima linea, fedeli al giuramento di Ippocrate. Stanchi ma determinati a non mollare. Consapevoli di rischiare il contagio. I cittadini ci aiutino restando a casa».

Quanto dovremo convivere con il virus?
«A lungo. In attesa del vaccino dobbiamo puntare sui test sierologici. Anche per capire se gli anticorpi che una persona guarita acquisisce sono protettivi o di memoria.  Voglio dire una cosa: grazie alla dottoressa Carla Gargiulo (direttore dell'unità operativa complessa Centro trasfusionale e Immunoematologia) la Asl di Frosinone sta partecipando al protocollo per il recupero del plasma degli iperimmuni. Quello dei pazienti guariti, che noi infettivologi dichiariamo tali dopo due tamponi negativi. Siamo convinti che gli anticorpi sviluppati e contenuti nel plasma possano essere fondamentali nella cura dei pazienti Covid-19».

L'allentamento della pressione sulle Terapie intensive cosa vuol dire? Che il virus è meno aggressivo? Oppure che magari l'approccio farmacologico produce i suoi risultati?
«La premessa è che la Terapia intensiva resta un reparto decisivo nella guerra al Coronavirus. Detto questo, è evidente che riusciamo a gestire meglio i pazienti. All'inizio, quando non c'erano i reparti di Medicina Covid, arrivavano tutti da noi. Nei primi quindici giorni il 40% andava in Rianimazione.
Ora ce ne sono pochi, molti dei quali per prudenza.  Il concetto è semplice: se li aiutiamo prima, in Terapia intensiva non arrivano. Si tratta di un virus nuovo, che stiamo ancora conoscendo. Certamente ora le cure hanno maggiori effetti. E sopravvivono più persone. Allo stesso tempo, però, va sottolineato il lavoro straordinario che stanno facendo a Terapia intensiva, sotto la guida della dottoressa Sandra Spaziani. Tra noi c'è una collaborazione fantastica. A Rianimazione sono passati da 7 a 14 posti e arriveranno a 19. Più 6 postazioni di terapia subintensiva. Un patrimonio enorme per la sanità provinciale».

Torniamo a Malattie infettive. Vi sentite in trincea? «Adottiamo una serie di misure organizzative fondamentali per garantire la protezione dei sanitari.
Ma lasciatemi ringraziare i nostri infermieri. Stanno dimostrando doti umane e professionali incredibili: con i pazienti sono meravigliosi, li coccolano. Assisto quotidianamente a scene che aprono il cuore. I pazienti percepiscono che non sono mai soli».