Quegli applausi e quelle canzoni intonate dai balconi, dalle finestre. Quei colorati arcobaleni di speranza disegnati dai bambini, quelle immagini pubblicate sui social, mandate in onda dalle tv. Quelle bandiere tricolore che sventolano da nord a sud dell'Italia.
Tutto ciò che è stato realizzato, pensato e messo in campo per dire loro grazie, non sarà forse mai abbastanza perché il loro lavoro, il loro impegno, il loro servizio sono alcune delle cose dell'emergenza Covid-19 che non dimenticheremo mai. Sono la forza, la speranza, il sostegno a chi lotta ogni giorno dal letto di un ospedale.

Parliamo degli infermieri che come i medici e tutti gli operatori sanitari, insieme alle forze dell'ordine, sono in prima linea nella lotta al Coronavirus. E come soldati al fronte sono quelli che rischiano di più. In reparto ogni giorno combattono un nemico invisibile, ogni giorno persone, lontano dai familiari, dai loro affetti, chiedono aiuto, conforto.

E tra questi angeli c'è anche Simonetta Pintor, infermiera di Frosinone, che dal 17 marzo è operativa nel reparto ad "Alta intensità" all'ospedale Oglio Po che è una eccellenza della Asst di Cremona. In Lombardia la maggior parte degli ospedali è divenuto ospedale Covid e l'Oglio Po è uno di questi. È stato accreditato dalla Joint Commision international per i metodi assistenziali.

Simonetta Pintor, appena è esplosa l'emergenza, non ci ha pensato su due volte e ha sentito quel senso del dovere che accompagna ogni infermiere, ogni medico, e ha voluto mettere la sua esperienza, la sua professionalità e il suo sostegno nelle mani di chi mai come in questo momento difficile ha bisogno di persone come lei. Proprio da Simonetta ci siamo fatti raccontare cosa si vive in quei reparti smantellati per dare spazio a letti per accogliere pazienti che hanno contratto il Coronavirus. Qual è lo stato d'animo quando ci si trova ad indossare "quell'armatura" e si incrociano gli occhi spaventati, quello sguardo perso, di chi ha contratto quello che lei definisce "nemico invisibile".

Come è la situazione a Cremona e in particolare nell'ospedale in cui lavori?
«La situazione è ancora instabile ma si riscontrano segnali di rallentamento nel contagio.
Quando si dimette un paziente Covid negativizzato per noi è una vittoria. Ci abbracciamo con gli sguardi».

Come quello dei medici è essenziale l'impegno degli infermieri, sono cambiate le tue giornate in questa emergenza?
 «Le giornate sono divenute frenetiche ma nello stesso tempo meticolose. Si lavora e si combatte contro un nemico invisibile ma terribile. Giornate scandite anche dai respiratori artificiali».

Cosa ti ha spinto a partire per Cremona?
«Prima che esplodesse l'emergenza, essendo anche laureata in scienze naturali, avevo deciso di intraprendere una nuova esperienza nel mondo dell'insegnamento. Ma poi mi sono sentita coinvolta come infermiera e quindi ho inviato il mio curriculum all'Asst di Cremona, dopo aver condiviso questa volontà con la mia famiglia. Sono stata contattata dalla Direzione sanitaria di Cremona e così sono partita da Frosinone».

Le mascherine, i guanti , i camici, le visiere sono di fatto i vostri abiti...
«Sì, è vero, i dispositivi di protezione che noi utilizziamo sono divenuti i nostri abiti. Un sacrificio pesante che comunque sopportiamo, una volta indossati non possiamo né bere e né andare in bagno».

Questa esperienza durissima e difficile cosa ti lascerà?
«Quello che vediamo in corsia è indescrivibile e straziante. Questo è il nostro lavoro, dobbiamo essere comunque forti per i nostri pazienti, che vivono la malattia consapevoli anche di poter morire. Pur indossando due mascherine, occhiali, visiera e cuffia, riconoscono le nostre voci. Incrociare i nostri occhi, con i loro, mentre somministriamo la terapia con la nostra presenza, dà conforto, considerando che non possono neanche avere la vicinanza della famiglia. Una signora di ottant'anni mi ha detto "sono contenta che lei è in servizio". Questo rimarrà sempre nel mio cuore.».

Quando termina il turno qual è il tuo primo pensiero?
«A fine turno e quando mi ritrovo sola a casa il pensiero va sempre a coloro che sono ricoverati nella speranza di poterli rivedere e alla mia famiglia a Frosinone, a tutti i miei amici e ai miei colleghi che purtroppo sono stati infettati dal Covid».

Per far capire bene a chi invece di restare a casa si inventa scuse per uscire, quale è l'atmosfera che si respira in questo periodo in ospedale?
«Il Covid non perdona. È importante rimanere nella propria abitazione, è necessario. Più si gira e maggiore è la possibilità di contrarre il Covid-19 e di trasmetterlo.
È un dovere verso gli altri e nei confronti di chi lavora ogni giorno per combattere il Coronavirus. Tutto questo sicuramente cambierà moltissimo la nostra vita».