L'Italia chiamò, un verso dell'inno nazionale è diventato attuale e reale molto più di quanto non lo sia mai stato dall'unità. In questo momento di profonda crisi ed emergenza sanitaria gli italiani hanno bisogno di altri italiani, medici e infermieri che lavorano al Nord sono esausti, sono gli angeli che si trovano in prima linea. Stanchi, stanno curando centinaia di persone, molte altre ne hanno viste morire e così è stato chiesto ad altri professionisti di andare a dare una mano.

Nessuno si aspettava una risposta così forte, al grido di aiuto ha risposto un abbraccio grandissimo e quasi diecimila, tra medici e infermieri, si sono fatti avanti e hanno chiuso la valigia diretti dove ce n'era bisogno. Tra questi c'è anche Annapaola Bianchi, di Cervaro, giovane infermiera di venticinque anni.

Com'è iniziata?
«Questo è il mio primo lavoro come infermiera: mi sono laureata un anno fa, subito dopo sono partita per Manchester dove facevo la barista ed ero in procinto di iniziare un corso chiamato Oet che mi avrebbe permesso di svolgere la mia professione in Inghilterra, prima che scoppiasse la pandemia. Lì non mi sentivo prima di tutto tutelata a livello sanitario, avevo paura che potesse succedere qualcosa a me o ai miei cari e non avere la possibilità di raggiungerli vista la chiusura della maggior parte dei voli e degli aeroporti».

E sei tornata a casa...
«Quando l'ordinanza di chiudere tutte le attività non essenziali è arrivata anche in Inghilterra mi sono decisa a partire. Dopo la cancellazione di un volo, sono riuscita a prenderne un altro, con scalo a Parigi e sono tornata in Italia. Il giorno dopo ho fatto domanda a diverse aziende tramite il sito officiale della Fnopi e l'Uneba mi ha risposto dopo 10 minuti dall'invio del mio curriculum al loro sito. Ora lavoro per loro alla Fondazione Casa Serena sita a Brembate di sopra».

Che situazione c'è dove sei tu adesso?
«La situazione non è delle migliori, hanno allestito in poche settimane un reparto Covid per accogliere pazienti già svezzati dalla respirazione artificiale, ma non avendo disponibilità di tamponi, è impossibile definire effettivamente chi è positivo e chi no. Certo è che si assiste in generale a una forte carenza di personale sanitario poiché molti sono in isolamento a casa dopo aver manifestato sintomi simil-influenzali. Va da sé che garantire la qualità dell'assistenza è un'impresa. E il personale che rimane è sempre piú stremato».

Hai mai avuto dei dubbi?
 «Non ho mai pensato"chi me lo ha fatto fare" perché ho studiato proprio per questo e, purtroppo, ora tocca a noi. Non penso che questo sia il posto giusto per me, penso che sia giusto adesso avere un posto e un ruolo in questa emergenza».

Sei preoccupata per i tuoi familiari?
«Sono preoccupata soprattutto per i miei nonni, essendo anziani. Ma stanno rispettando tutte le indicazioni ed è più di un mese che non hanno contatti con altre persone eccetto i miei genitori e mio fratello. Io stessa, quando sono tornata dall'Inghilterra, ho evitato di abbracciarli nonostante avessi voluto farlo con tutto il cuore, per cercare di tutelarli il più possibile. Sono preoccupata per mio padre che, essendo un libero professionista, non credo sia tutelato dal Governo. Per i miei amici sono preoccupata ma non quanto lo siano loro per me».

Cosa pensi di quello che sta accadendo, come professionista, avendo anche un quadro più chiaro da dove ti trovi adesso?
«L'aspetto più brutto di tutto questo non è la consapevolezza che durerà a lungo ma l'impossibilità di calcolare esattamente quando, con sicurezza, potremo riabbracciarci o, semplicemente, stropicciarci gli occhi senza andare in paranoia».

Come si vive nella zona rossa? Chi c'è al lavoro con voi?
«La situazione all'interno vede le realtà sociali piú disparate. C'è chi muore e muore in solitudine, chi non sa nemmeno dove si trova. Qualcuno è fortunato perché può vedere i familiari attraverso lo schermo di un telefono, qualcuno no, perché ha perso entrambi i genitori di Covid 19».

Come reagiscono le persone, i pazienti ma anche i familiari con cui, magari, avere contatti?
«C'è chi è disperato perché a casa ha familiari non autosufficienti e vorrebbe occuparsi di loro, chi a casa non ha nessuno, nessuno che possa portagli dei vestiti puliti. Ecco, stare vicino a tali persone in questi momenti, regalare un sorriso o semplicemente dare una parola di conforto è importante quanto tentare di "salvare i loro corpi". Essere infermiera mi permette di poterlo fare».

Rifaresti la tua scelta? Come prima esperienza in campo sei andata direttamente "in guerra", è sicuramente un atto di coraggio, che provi?
«Preferisco avere timore piuttosto che sentirmi inutile. Ripeto, io ho studiato per fare questo, lo sto facendo nel mio Paese, per il mio Paese, posso farlo e voglio farlo, non è facile, ho paura per chi amo, e loro hanno paura per me. Ma siamo tutti insieme in questa battaglia, giorno dopo giorno, notte dopo notte. Ognuno deve fare quello che può, la propria parte».