Originaria di Cassino, dove è nata nel 1982, Chiara Fragnoli è laureata in medicina con specializzazione in anestesia e rianimazione. Dal 2011 vive a Parigi, dove lavora al Centre Hospitalier di Saint-Denis, nel dipartimento francese della Seine-Saint-Denis, uno dei più colpiti dal Coronavirus.

Com'è cambiato il tuo lavoro nelle ultime settimane?
«La mia vita e i miei ritmi di lavoro sono stati stravolti. Abbiamo accolto i primi pazienti Covid tre settimane fa e la situazione è diventata rapidamente ingestibile. Tutti i reparti dell'ospedale sono stati convertiti in reparti Covid, tutti gli interventi chirurgici programmati sono stati annullati, abbiamo raddoppiato i letti di rianimazione e triplicato le nostre liste di guardia.
Purtroppo tutti i nostri sforzi non sono sufficienti. La mia ultima guardia è stata terribile: tutti i letti di rianimazione erano occupati e continuavamo a dover intubare undici pazienti al giorno in Pronto soccorso. Cercavamo disperatamente di trasferirli, ma ci è stato comunicato che anche tutte le altre rianimazioni erano sature e sarebbe stato impossibile trovare posto per pazienti di più di sessant'anni. È stato difficilissimo. Abbiamo pianto. È stato il giorno più lungo della mia vita».

Come affronti queste difficili giornate lavorativi?
«Mi piacerebbe potere inviare un messaggio di speranza e di ottimismo, ma purtroppo la realtà è atroce. Vado al lavoro con lo stomaco chiuso, torno a casa in lacrime per la stanchezza e la disperazione.Il tasso di mortalità in rianimazione è molto alto. Molti pazienti sono giovani, l'ultimo decesso è stato quello di un quarantenne».

Come spieghi questa situazione ospedaliera quasi al collasso?
«Abbiamo un numero di posti letto insufficiente anche nei periodi non epidemici e siamo stati investiti da un'ondata ingestibile, proprio come i colleghi lombardi: troppi pazienti contemporaneamente. Si tratta, purtroppo,di una tragedia annunciata. Da un anno, tutti i Pronto soccorso di Francia sono in sciopero per sensibilizzare l'opinione pubblica alla problematica dei tagli alla sanità, che durano da almeno un ventennio e sono stati effettuati senza remore da esponenti di tutti gli schieramenti politici».

Ritieni che l'epidemia in Francia si stia spargendo con le stesse modalità che in Italia?
«Credo si debba ragionare paragonando aree geografiche più ristrette piuttosto che interi Paesi. Qui, come in Italia, la diffusione non è omogenea nelle diverse regioni. La curva epidemica della Francia segue per il momento l'evoluzione di quella italiana, con otto giorni di ritardo. Nell'Ile-de-France l'ondata è stata violentissima, forse paragonabile a quella lombarda, con la differenza che i colleghi italiani hanno fatto il massimo senza potersi preparare, mentre noi eravamo stati allertati da loro. Sono stati incredibili, anche nel momento più difficile per loro e per l'Italia hanno trovato la forza di scrivere alla comunità scientifica internazionale e di creare gruppi di discussione per medici sui social network che ci hanno permesso di anticipare, per quanto possibile, la preparazione all'impatto con l'epidemia. Li ammiro e li ringrazio».

Com'è invece la situazione dal punto di vista del personale sanitario e come sta gestendo la situazione il Governo?
«Il personale sanitario scarseggia da tempo in Francia. Molti dei colleghi infetti sono in malattia e abbiamo dovuto prendere le loro guardie.  È stata creata una piattaforma nazionale per favorire l'aiuto di volontari delle zone non ancora colpite a quelle in difficoltà. In questo modo abbiamo potuto ricevere i rinforzi dalla Normandia. Siamo come soldati al fronte, troppo impegnati a combattere e a cercare di salvare vite. Gli annunci governativi mi sono sembrati esercizi retorici privi di senso di fronte al dramma che viviamo dalle trincee. Ad esempio, il raddoppio dei letti di rianimazione non spiega che l'attività chirurgica ridotta porterà certamente a dei decessi non contabilizzati tra le vittime del Covid-19. Non spiega neanche la difficoltà di rianimare quando il personale non è formato per questo. La rianimazione richiede competenze molto specifiche e impossibili da trasmettere in una settimana. Molte infermiere tremavano e piangevano all'inizio dell'ondata epidemica, temevano di arrecare danno ai pazienti perché non competenti nel ruolo che veniva loro affidato. Dopo la fase iniziale, vissuta molto male da gran parte del personale, ora c'è meno paura».

Cosa pensi invece della gestione a livello internazionale della pandemia?
«Non capisco la gestione frammentaria dell'organizzazione dei vari Paesi. Il materiale di rianimazione e lo staff medico e paramedico mondiale non è sufficiente per affrontare una crisi simile se si ragiona dal punto di vista di ogni Paese. Una piattaforma di gestione delle risorse a livello planetario sarebbe molto più utile, in modo da mobilizzarle dai punti poco colpiti a quelli che lo sono di più e ruotare. Una cooperazione internazionale potrebbe salvare vite, invece i vari Paesi cercano di accaparrarsi mascherine, si criticano e ripetono gli stessi errori».

E dal punto di vista del materiale sanitario? 
«Abbiamo mascherine scadute da dieci anni, ma per il momento le abbiamo. Ci hanno assicurato che possono essere utilizzate, ma molti sono preoccupati che l'elastico possa cedere durante l'intubazione o altri gesti a rischio. Non so per quanto tempo ancora avremo i dispositivi di protezione perché li consumiamo a un ritmo enorme, ma cerchiamo di vivere giorno per giorno».

Anche in Francia, come in Italia, si teme parecchio per le case di cura per anziani?
«Temo una carneficina silente. Si stanno abbandonando migliaia di persone anziane che non saranno neanche contate tra i decessi per Coronavirus perché i tamponi non vengono eseguiti. La conta dei morti di Covid è molto diversa da un Paese all'altro, credo che l'unico indice affidabile di questa tragedia sarà la mortalità globale del 2020 rispetto a quella degli altri anni».

Medici e infermieri sono ormai diventati i nuovi eroi…
«Siamo figure dell'ombra, non siamo abituati alla gloria. Quando salviamo la vita dei pazienti, loro di solito non si ricordano neanche di noi. All'improvviso siamo diventati eroi, i cittadini ci applaudono, dei poliziotti sono persino venuti davanti all'ospedale per cantarci l'inno nazionale.
Questi gesti mi hanno commosso, anche perché in questo momento siamo in uno stato emotivo molto difficile da gestire. I cittadini devono ricordarsi di questa carneficina e sostenerci quando manifestiamo contro i tagli alla sanità. La nostra battaglia è soprattutto la loro».

Sei originaria di Cassino. Cosa pensi della situazione ciociara e di quella italiana?
«Purtroppo non riesco a valutare bene la situazione ciociara. Ho comunicato di più con i colleghi lombardi perché sui social cerchiamo di scambiare dati e intuizioni cliniche che potrebbero aiutarci nell'approccio terapeutico al virus. La mia speranza è che la situazione sia monitorata e controllata, e che, grazie al rispetto del confinamento, i cittadini permettano ai colleghi ciociari di lavorare con meno pressione di noi»