Il Giappone al tempo del Coronavirus. Rispetto ad altri Paesi asiatici, quello del Sol Levante è stato il meno colpito. Pochi casi e pochi decessi rispetto a quanto accaduto nelle vicine Cina e Corea. E proprio nel giorno in cui è arrivata l'ufficialità dello slittamento al prossimo anno delle Olimpiadi di Tokyo, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Matteo Miele, che da due anni vive in Giappone, a Kyoto. Originario di Cassino, trentacinque anni, Matteo è professore assistente affiliato al Centro per gli studi del Sud-est asiatico dell'Università di Kyoto. Dopo il liceo classico "Carducci" a Cassino, ha studiato all'Università di Pisa dove ha conseguito il dottorato di ricerca in Geopolitica. Ha precedentemente insegnato allo Sherubtse College, Royal University of Bhutan.

Quale percezione hanno i giapponesi del Coronavirus, della situazione nel nostro Paese e delle misure del nostro Governo?
«Al momento i giapponesi sembrano relativamente tranquilli, anche se le mascherine sono esaurite da diverse settimane, così come è più difficiletrovare alcuni disinfettanti. Questo testimonia una certa preoccupazione. Inoltre, in Giappone vi è una costante attenzione verso ciò che accade all'estero ed in particolare in Europa. Non è raro incontrare giapponesi informati sui partiti politici italiani. Certamente stanno seguendo la situazione».

Come viene spiegato il fatto che i casi in Giappone siano tuttora molto bassi, considerando anche la prossimità con Cina e Corea?
«Non è chiaro. La Corea è riuscita a bloccare la veloce diffusione del virus relativamente presto, contenendo subito una situazione che era simile a quella italiana. In Giappone, invece, il contagio è stato molto lento. Anche in Hokkaido, l'isola settentrionale dell'arcipelago, dove il virus si era diffuso all'inizio, la situazione pare ormai sotto controllo».

Alcuni media hanno scritto che in Giappone sono stati effettuati pochi test e che le autorità sanitarie locali, al fine di ottenere dati molto certi sulla diffusione del virus, diffidano dei laboratori privati. Sei d'accordo con queste due interpretazioni?
«So che i test effettuati sono pochi rispetto a quelli fatti in altri Paesi. Non essendo un esperto in questo ambito non so giudicare la bontà o le motivazioni di tale scelta. Certamente in questo modo le cliniche e gli ospedali non sono stati affollati ed il virus non si è diffuso tra altri pazienti. Le persone contagiate che hanno bisogno di cure vengono ricoverate in strutture mediche specializzate in malattie infettive e non negli ospedali». 

Qualcuno ha anche affermato che il Governo giapponese voglia presentare una situazione migliore di quella reale...
«Non penso. Non sarebbe possibile, in un Paese democratico, nascondere per molto tempo una crisi simile a quella che sta accadendo all'estero. Ci sono la stampa libera, i partiti di opposizione, e, soprattutto, i medici. L'alternativa rappresenterebbe un serio rischio politico per il Governo».

Il Governo giapponese ha preso comunque qualche misura particolare per prevenire un'eventuale esplosione di casi nel Paese?
«Ci sono state limitazioni per chiveniva dallaCina, inparticolar modo da Wuhan, primo focolaio del Coronavirus. L'Hokkaido aveva dichiarato lo stato di emergenza, andato avanti per circa un mese. C'è comunque molta attenzione a livello individuale e non soltanto in questo periodo. Le mascherine sono indossate quotidianamente durante tutto l'anno per evitare di contagiare familiari, amici e colleghi pure con un normale raffreddore. Anche nei negozi il personale le indossa. Ora però, come accennato, sono introvabili. C'è in generale, giustamente, una grande cura a seguire alcune norme igieniche, retaggio della tradizione. Nelle aule e nei laboratori universitari, negli uffici pubblici e nei negozi è comune trovare lavandini dove lavarsi le mani. Nessuno si sognerebbe di entrare in una casa con le scarpe.
Questo vale anche per le scuole, nonché molti ristoranti, uffici, laboratori o biblioteche.
Normalmente i tavoli dei ristoranti, le superfici nelle stazioni o i treni sono disinfettati più volte al giorno, non solo per via di questa crisi. Ho notato una maggiore diffusione di gel igienizzanti all'ingresso dei ristoranti».

Come vivi tu questo periodo, consapevole di quanto accaduto in Italia e vedendo i giapponesi tranquilli per strada?
«Inizialmente, anche parlando con amici stranieri e giapponesi, c'era un certo nervosismo.
Si evita di andare in luoghi particolarmente affollati. Come dicevo, però, al di là della relativa apparente tranquillità, anche i giapponesi sono seri sulla questione».

Pensi che i tipi di rapporti relazionali dei giapponesi possa in qualche modo avere una sua influenza?
«È difficile da dire. Normalmente in Giappone non ci si stringe la mano, meno che mai ci si saluta baciandosi sulle guance. Inoltre molti anziani vivono da soli. Anche gli studenti o i giovani lavoratori vivono normalmente in piccoli appartamenti il cui costo non è più alto di una stanza in una grande città italiana. Le abitazioni condivise sono abbastanza rare. Però esistono le metropolitane, le stazioni, i treni o i tanti piccoli ristoranti dove, nonostante le continue disinfezioni, non sarebbe possibile garantire distanze di sicurezza».

Si parla molto di questo farmaco, l'Avigan, come possibile cura. La notizia è rimbalzata in molti siti italiani e anche sulla carta stampata. Cosa ci puoi raccontare in merito? È un farmaco che può essere comprato da qualsiasi cittadino oppure è solo in dotazione alle strutture mediche? 
«Il farmaco non è in vendita in Giappone. Lo era anni fa ma è stato ritirato per diversi effetti collaterali. Ora è in fase di sperimentazione in alcuni ospedali. Comunque era un farmaco dicui si era già parlato in importanti giornali internazionali, non c'era bisogno di aspettare altri video.
Mi meraviglia di più la sorpresa di alcuni».