La paura del contagio ha attraversato l'Atlantico, anche se negli Stati Uniti le misure per contrastare il coronavirus viaggiano ancora in ordine sparso, da quelle più restrittive della California alle semplici raccomandazioni di molti altristati. Inevitabile che gli italiani che vivono e lavorano lì abbiano una doppia preoccupazione: per la situazione che va aggravandosi in Usa e per quella delle loro famiglie in Italia. Il sorano Enzo Celli, coreografo e maestro di danza contemporanea, è tra questi. Da due anni abita a New York, dove dirige il "Vivo Ballet" e insegna in alcune delle scuole di danza più importanti della Grande mela, come il"Peridance Capezio Center", la "Steps on Broadway", il "Gibney" e il "Broadway Dance Center". Lo abbiamo intervistato poco prima del blocco totale scattato ieri anche nella metropoli americana.

Com'è adesso la situazione?
«Qui la situazione sta precipitando velocemente negli ultimi giorni. Sicuramente il problema è stato sottovalutato in una prima fase e temo che anche da parte dei newyorkesi non ci sia un'adegua ta reazione: siamo ancora al rispetto della distanza e al lavarsi bene le mani.
I negozi sono aperti mentre le scuole pubbliche sono quasi tutte chiuse. Ma chiudere una scuola pubblica vuol dire lasciare tanti bambini homeless senza un posto doveandare.
Qui il costo della vita è alto, basta poco per mandare tante famiglie sul lastrico».

Pensa che Trump abbia sottovalutato l'allarme?
«Credo che un po' tutti abbiamo minimizzato, all'inizio pensavamo che fosse un problema solo cinese. Qui non solo Trump ha minimizzato ma anche tanti governatori, come continuano a minimizzare tanti americani. Ora i dati hanno subito una accelerata significativa: solo ieri a New York i casi di contagio sono raddoppiati superando i 900. Questo sta muovendo le coscienze».

Com'è oggi l'Italia vista da New York?
«A parte qualche infelice uscita giornalistica, veniamo visti come un Paese che sta affrontando una battaglia unica nel suo genere e che in un certo senso sta facendo scuola su come affrontare il problema. Gli italiani qui a New York sono molto considerati per il loro stile, talento ed estro; io credo che questa brutta storia non intaccherà la nostra reputazione, anzi ne uscirà rafforzata».

Come sta reagendo il sistema sanitario americano?
«Qui il sistema sanitario è complicato di suo, insieme alla questione degli affitti è questa la maggiore preoccupazione per le famiglie. Il sindaco Di Blasio ha disposto test e cure gratuiti per tutti i positivi al test, ma sulla qualità delle cure fuori dal sistema assicurativo ho qualche perplessità».

Di cosa ha paura?
«Le preoccupazioni sono varie. Sicuramente la prima è la paura del contagio. Con la mia famiglia abbiamo deciso di chiuderci in casa già da qualche giorno, ma ciò che mi preoccupa è la percezione de inewyorchesi che stanno sottovalutando il problema. Seconda preoccupazione riguarda l'economia. La vita a New York è altamente performante, una città che non dorme mai perché lavora sempre, non so cosa può accadere a tenerla ferma per tutto questo tempo. La mia compagnia ha già sospeso tutte le attività e gli spettacoli, anche le scuole in cui insegno hanno chiuso. Il sistema dei sussidi procede in maniera molto disordinata, tutti si aspettano che arrivi una comunicazione sulla sospensione degli affitti che ancora non arriva. C'è anche la preoccupazione per la mia famiglia e i miei amici in Italia, avreivoluto essereli, pervicinanza e per appartenenza».

Che farà adesso?
«Sto riflettendo se tornare in Italia, almeno fino a quando la situazione non sarà tornata alla normalità».