Il Coronavirus visto dagli alatrensi che sono all'estero. Le voci di chi risiede e lavora lontano ì dall'Acropoli, ragazzi che raccontano le loro esperienze, le loro ansie, le loro speranze. Un tour, possibile grazie alle nuove tecnologie, che ci ha portato a sentire persone che si trovano in Francia, in Spagna, in Inghilterra, in Olanda, negli Stati Uniti e in Brasile. Dopo Ferruccio Cittadini, siamo tornati a Parigi, dove c'è Francesco Remolo, quarant'anni, architetto e progettista per la "Besix", grande gruppo edile: «In Francia la situazione è come in Italia: ho seguito bene gli sviluppi italiani e sapevo già cosa aspettarmi qui. I rimedi adottati sono in continuo aggiornamento, mano a mano che il contagio evolve». Anche lì c'è chi non rispetta le indicazioni, in particolare sui movimenti? «Io ho iniziato subito a lavorare da casa, ma in generale le reazioni sono le stesse che si vedono in Italia: c'è chi non vuol capire e molti altri che rispettano quanto emanato da Macron. Tutto si sta mettendo in moto piano piano».

A Madrid l'esercito in strada
Dalla Spagna, ecco Giampaolo Filardi, quarantasette anni, ingegnere elettronico: «Vivo a Madrid e siamo tutti "reclusi" da sei giorni. Per le strade della capitale c'è l'esercito a far rispettare le norme, sembra di essere tornati ai tempi di Franco». Madrid appare come il focolaio iberico: «Quasi la metà dei contagiati spagnoli (circa 20.000, ndr) sono qui.
È esploso tutto all'improvviso e, fino a pochi giorni fa, la gente circolava tranquillamente, andava in spiaggia. Poi hanno deciso di chiudere tutto, se si esce si rischiano multe e ci sono la denuncia e la prigione in caso di recidiva. Ci vogliono pazienza e sangue freddo».
Restando in territorio iberico, ma spostandoci alle Canarie, abbiamo intervistato Sillvia Vinci, 46 anni, insegnante: «Qui a Tenerife i contagi fino ad oggi (ieri, ndr) sono 287 e i morti tre, ma su un'isola è tutto più circoscritto. Abito in campagna e non so se ci sia qualcuno in giro, ad ogni modo in tv ho visto i medici dell'ospedale locale che si complimentavano con la cittadinanza per il rispetto dei protocolli. Io ho dovuto cucire le mascherine, perché non si trovano; i guanti usa e getta, invece, sono a disposizione». Assalti ai supermercati? «Sono tornata dall'Italia il 2 marzo, sapevo che sarebbe successo tutto questo, quindi ho fatto scorta di tutti i beni necessari».

In Inghilterra e in Olanda
Saltiamo a Manchester, in Inghilterra, dove troviamo Anna Di Castro, 39 anni, insegnante e manager: «Seguo con trepidazione quanto accade. Dopo le prime parole, Boris Johnson ha deciso di introdurre qualche blanda misura di controllo, come evitare di frequentare i locali, quarantena trimestrale per gli ultrasettantenni, divieto di uscire per chi ha sintomi. È già qualcosa, credo si sia reso conto che tra la popolazione britannica circolava un forte malcontento». Ma la gente come si sta comportando? «È stata imposta una "social distance", ma non vuol dire che nei supermercati le persone stiano a un metro di distanza le une dalle altre. A proposito dei supermercati, qui adesso si reperiscono poche cose e, due sere fa, ero l'unica che tra le scaffalature si allontanava dagli altri e mi ero protetta almeno con una sciarpa». Nei Paesi Bassi vive Emanuele Perrone, 43 anni, impiegato nel mondo della ristorazione: «Vivo a Zaandam, a nord di Amsterdam. La situazione qui? Sembra quasi che tengano nascosta l'esistenza del Covid-19: sì, hanno chiuso le scuole, gli uffici, i ristoranti, raccomandano di mantenere la distanza tra le persone, ma per il resto la gente circola come se niente fosse, sembra una grande vacanza. Il premier Mark Rutte crede nell'immunità di gregge e non vuole comprimere l'economia con un blocco totale».

Dall'altra parte dell'oceano
 Superando l'oceano Atlantico, arriviamo negli Stati Uniti, precisamente ad Elmont, periferia di New York, dove lavora Alessia Conti, ventotto anni, ingegnere biomeccanico per un'azienda che produce protesi. «Anche qui la situazione sta diventando difficile, Manhattan è diventata spettrale. Non ci sono tantissimi contagiati, ma è tutto chiuso, le persone lavorano con lo smart working e hanno dimezzato le ore. C'è una paura diffusa, vedendo quel che succede in Italia: traffico zero, esce solo chi non ne può fare a meno. La scorsa settimana è stata folle: al supermercato c'erano file immense e scaffali vuoti. Un giorno sono andata a un supermercato verso l'ora di pranzo, non c'era quasi nessuno e tutti gli scaffali vuoti, spariti soprattutto carne e carta. Scomparsi anche i disinfettanti di tutti i tipi per pulire pavimenti, mani... Per non parlare delle mascherine. Al tg dell'Abc ho sentito dire che anche i negozi di armi sono vuoti. L'economia? Non possiamo stare così a lungo, la finanza andrebbe in crisi».
Infine, scendendo in Brasile, a Rio de Janeiro c'è Antonella Iannarilli, ventisei anni, che lavora per l'Enel: «La situazione per ora è tranquilla, ma ci sono i presupposti per arrivare ad una crisi come quella che c'è in Italia, visto che le strutture sanitarie sono di base già inefficienti. Il governo dello stato di Rio è stato comunque prudente: con "soli" venti casi, ha provveduto a chiudere tutto e a cancellare eventi. I pompieri passano sulle spiagge e invitano la gente a rientrare a casa. Molte persone hanno capito la gravità del problema e si sono già messe in isolamento, ma nonostante questo la città va avanti e ci sono tanti che girano normalmente, un po' per ignoranza e un po' per povertà, perché molti devono trovare un pezzo di pane da portare a casa». Ci sono state critiche al presidente Bolsonaro per le sue frasi sull'Italia e una certa leggerezza sul tema? «Sì, è criticato dai più. Ci vogliono misure più drastiche, altrimenti tra tre settimane sarà emergenza in tutto il Paese».