«Non sono un eroe. Questa è la professione che ho scelto di svolgere e ne voglio uscire, una volta in pensione, a testa alta, certo di aver fatto il mio dovere fino in fondo. Lo devo alla mia coscienza e alla deontologia professionale». A parlare un infermiere, di quelli che tra le corsie degli ospedali ci ha trascorso una "vita". Presta tuttora servizio all'ospedale "Spaziani" di Frosinone e ci racconta la situazione che si sta vivendo in questi giorni drammatici. In questo momento lavora nel suo reparto di sempre, in quelle corsie e tra quei letti che conosce palmo a palmo. Ci racconta delle sue giornate al fronte e di quelle dei suoi colleghi in trincea alla sub intensiva, intensiva e rianimazione.

Ci racconta di quello che un po' già sappiamo, perché impauriti e avidi di notizie non ci perdiamo un telegiornale e seguiamo i giornali locali e nazionali da mattina a sera: c'è in atto una guerra silenziosa che spesso appare impari, con gli operatori sanitari in prima linea a lavorare senza tregua, da settimane, in tutti gli ospedali italiani. Si respira un'atmosfera surreale nei reparti dell'ospedale del capoluogo. Un silenzio interrotto dal rumore dei macchinari, dai campanelli che i pazienti suonano per ricevere attenzione e dalle parole degli operatori sanitari che, consci di stare sul fronte dell'emergenza, devono mantenere il controllo e il sangue freddo. Perché lì, tra quelle mura, non ci si può permettere di perdere la testa.

La gente ha paura di entrare in ospedale, i parenti non vanno a visitare neppure i ricoverati con altre patologie. Hanno compreso che devono rimanere a casa per contenere il contagio, ma soprattutto hanno paura. Hanno paura che le strutture sanitarie possano essere un focolaio di contagio. «Il pronto soccorso si è praticamente svuotato», ci dice l'infermiere.
Sono ormai un lontano ricordo le file dei codici bianchi e verdi a intasare la struttura.
«Scesi drasticamente anche quelli rossi». I parenti di coloro che entrano in ospedale con sospetto Covid-19 o rimangono fuori dalla struttura con tanto di mascherina e guanti e il terrore negli occhi – pochissimi sembrerebbe –o a casa con l'angoscia di sapere che l'unico filo che li lega ai parenti potrebbe essere un telefonino in attesa dell'esito dei tamponi.

Gli operatori sanitari, come ci viene raccontato, lavorano con pochi e, il più delle volte, inidonei presidi e il timore di essere contagiati e di diventare loro stessi veicolo di contagio è forte.
«Sto lavorando con una mascherina di stoffa cucita da mia moglie – ci dice – Le poche che ci danno non sono idonee perché sono del tipo chirurgico, quelle verdi. Sono monouso e non adatte per l'emergenza Covid-19 e, vista la carenza, siamo costretti a usarle per giorni».

Le paure, i dubbi, le tensioni se li rappresentano soprattutto nei loro gruppi WhatsApp. Chiedono aiuto e conforto ai colleghi, soprattutto quando vengono dirottati dai reparti d'origine in quelli "Covid", «come è giusto che sia. Reparti dove ci sono positivi da Covid-19 e sospetti in attesa del responso del doppio tampone e che noi dobbiamo comunque trattare con tutte le precauzione, come se fossero positivi». Dal telefono la sua voce lenta, pesa tutte le parole.

E poi i tamponi. Già, i tamponi. Nella psicosi collettiva, il solo nome, mette angoscia. Per alcuni suona come una condanna a morte. Il nostro operatore ci racconta dei pazienti che arrivano in ospedale, come da protocolli sanitari Covid, con febbre alta e tosse. Poco prima sono stati prelevati a casa con l'ambulanza, con i vicini di casa che magari, senza alcun rispetto per la privacy li riprendono con i telefonini per poi girarli ovunque, senza controllo e contribuendo ad alimentare il panico. Il nostro infermiere ci racconta di chi arriva in ospedale con lo smarrimento di trovarsi improvvisamente in una stanza a lottare contro un nemico invisibile, da soli, senza il supporto psicologico dei propri cari. I tamponi ora si fanno allo Spaziani. Nel giro di poche ore si ha il risultato. Se positivo il paziente passa subito all'isolamento e alla cura specifica. Dalla sub intensiva dove vengono controllati i positivi passano all'intensiva. In tutti, la speranza che non si arrivi alla rianimazione. Se il tampone risulta invece negativo si ripete a distanza di 24 ore.

«Ho visto alcuni di noi piangere in questi giorni. La tensione è pesante da reggere», ci dice l'infermiere. Nei reparti dello Spaziani, anche in quelli "normali", nulla è più come prima. Nonostante la lucidità che la professione e il momento impongono, la tensione c'è e si respira tutta. «Noi, negli altri reparti, continuiamo a lavorare così come tutti gli operatori sanitari, stringendo i denti, ma senza i presidi sanitari sufficienti e adatti. E spesso veniamo chiamati a coprire i turni nel reparto sub intensivo di osservazione senza una preparazione specifica, soprattutto per i colleghi più giovani – spiega – Siamo soprattutto noi infermieri a entrare in contatto diretto con i pazienti. E, quando, nei reparti "no Covid"i pazienti ricoverati per altre patologie hanno sintomi riconducibili al Coronavirus, noi ci troviamo, in attesa del tampone,a tenerli isolati. E loro dietro a quel vetro si sentono persi, mentre noi cerchiamo di ottimizzare gli ingressi nella stanza proprio perché a corto di presidi protettivi. I pazienti, specialmente se anziani, sono lì disorientati e non comprendono. Ci vorrebbe un supporto psicologico per spiegare loro cosa sta accadendo. Giorni fa il tampone a uno di questi pazienti è risultato negativo. Non nascondo che noi che lo abbiamo assistito ci siamo emozionati e abbiamo tirato un sospiro di sollievo per lui e per noi. È una guerra. E la stiamo combattendo. Ma con armi spuntate».