«Vogliamo mascherine, tute e tamponi». La sanità privata si rivolge al prefetto di Roma. L'emergenza coronavirus l'ha investita in pieno e si trova tra l'incudine e il martello: non può fare tamponi e curare direttamente i malati, ma spesso è la prima interfaccia con l'utenza che preme per avere informazioni, per essere rassicurata, per essere curata.

 L'altra faccia della medaglia è che case di cura e cliniche non sono supportate dalla pubblica amministrazione, non hanno aiuti ma solo limitazioni. E quando vengono a mancare mascherine e sistemi di protezione anche per il personale come tute e occhiali anti contagio, scoppia il caso.

Il gruppo Ini, uno dei più importanti del Lazio, teme per il suo personale e si rivolge direttamente al prefetto di Roma Gerarda Pantalone e alla Regione Lazio. L'azienda, che gestisce dieci tra case di cura, cliniche e Rsa a Roma, Grottaferrata, Veroli e Fonte Nuova, chiede un'adeguata protezione per i suoi oltre cento medici e per il resto dei dipendenti.
«Sono state acquistate a prezzi esorbitanti diverse migliaia di mascherine protettive distribuite a tutto il personale. A oggi registriamo l'impossibilità di approvvigionarci di quanto occorre per garantire la sicurezza dei nostri operatori», si legge nella nota inviata a prefetto e governatore.
E il rischio di un effetto boomerang è reale se gli operatori si rifiutassero di continuare a lavorare in una situazione del genere.

«La situazione si sta inasprendo con proteste sempre più veementi  - si legge nella lettera-appello del gruppo Ini - Le ditte produttrici e i fornitori ci hanno comunicato l'impossibilità immediata delle forniture in quanto assorbite totalmente dalla protezione civile. Vi chiediamo la fornitura dei dispositivi nelle nostre strutture». Servono anche tamponi: «Autorizzateci a effettuarli».