Un ammanco da 70.000 euro dalle casse del negozio. E tre dipendenti, abilitate alla chiusura del punto vendita, finite sotto accusa. Per loro, tre procedimenti distinti. Ieri davanti al giudice monocratico Chiara Doglietto del tribunale di Frosinone si è celebrata l'udienza a carico di C.E., all'epoca dei fatti (2016) responsabile del punto vendita di un negozio di intimo del centro commerciale.

Sentiti i due titolari della società e due delle denunciate, imputate di reato connesso, di cui una sola ha scelto di rispondere alle domande delle parti. Il primo socio ha ricostruito la scoperta degli ammanchi. In giorni particolari - ha spiegato - vennero notate delle anomalie. In pratica, erano modificati in aumento gli importi dei pagamenti con il Pos, mentre erano diminuiti, rispetto all'incasso reale, quelli effettuati in contanti.

Formalmente, a fine giornata, l'incasso quadrava, mentre in realtà mancava parte del contante. Il teste ha spiegato che nei rendiconti giornalieri, effettuati a mano, «mancava la strisciata del Pos». I sospetti, sulla base dei giorni nei quali erano risultati gli ammanchi, erano caduti sulle tre addette alla chiusura, poi licenziate. Sospetti concretizzati dal 1° gennaio 2016 - ha proseguito il teste - motivo per cui fu incaricata una consulente di prelevare l'incasso e depositarlo in banca.

Alle contestazioni dei titolari le ragazze - secondo quanto riferito dal teste alle domande della parte civile rappresentata dall'avvocato Marco Pizzutelli - «hanno riconosciuto che modificavano le chiusure e che gli ordini venivano dall'imputata». Poi ha aggiunto: «nessuna ha saputo spiegare dove finivano i soldi». Il difensore di C.E., l'avvocato Calogero Nobile, ha chiesto di quantificare il tempo intercorso per scoprire gli ammanchi e di spiegare il funzionamento di un terzo ricevitore di cassa. Quest'ultimo secondo la risposta non era usato. Il giudice ha chiesto al teste di specificare gli ammanchi riferibili all'imputata, quantificati in poco meno di 32.000 euro.

L'altro socio ha ammesso che «la nostra contabilità senza un opportuno controllo era inviata all'amministrazione» e che solo «nel lungo periodo era stato scoperto l'ammanco». Ha riferito di due conversazioni registrate e trascritte nella denuncia con la responsabile del punto vendita: «Ha detto di averlo fatto perché mancavano soldi in cassa. Ha detto che avrebbe potuto rimediare lavorando gratis e di non incolpare le altre ragazze, ma ha negato di essersi presi i soldi».

Il teste ha aggiunto che prima di questo episodio c'erano stati altri furti. Che, appena messo il controllo, non si erano più verificati. E «avevano deciso di inventarsi questo artificio contabile del Pos». Dopo che la commessa M.T., difesa dall'avvocato Giuseppe Lo Vecchio, si è avvalsa della facoltà di non rispondere, si è fatta esaminare R.M., difesa dall'avvocato Mario Cellitti.

La ragazza ha detto che era stata l'imputata a «suggerire di aumentare la cifra del Pos e a dire che la procedura era stata suggerita dai titolari». Questo perché spesso non quadravano i conti tra il denaro in cassa e quello degli scontrini. Ha riferito di un'agenda, non più ritrovata, nella quale erano appuntati gli ammanchi di cassa. Ha detto che quando ciò accadeva via WattsApp avvertiva l'imputata.

Alle domande della parte civile e del giudice di aver avallato una procedura non regolare ha replicato: «Ho pensato che la segreteria che veniva ogni giorno a prendere l'incasso si sarebbe dovuta accorgere». Quindi, ha riferito della presenza di un terzo registratore di cassa, usato solo dall'imputata e che «in cassa le mani le mettevano tutti».