Un incontro sul filo rosso della carità. È stato questo il messaggio che Don Giorgio ha voluto lanciare durante l'appuntamento che l'ha visto, sull'altare della chiesa Santissima Annunziata, narratore di una realtà delicata come quella che interessa il Mozambico, un Paese dell'Africa australe che, come ha spiegato il sacerdote, è stato una colonia portoghese fino al 1975, anno in cui ha avuto inizio la guerra d'indipendenza, detta "Frelimo", liberazione nazionale da un regime marxista-comunista guidato da un leader molto repressivo.
Una libertà conquistata con estremo ritardo, considerando che le grandi indipendenze africane sono avvenute negli anni '60. Un decennio duro sotto il dominio del Portogallo, che il sacerdote paragona a casi di dittature più note come il nazismo, il fascismo o il comunismo di Che Guevara, con la Chiesa cattolica divisa in due: i preti portoghesi, in linea con il regime, e i missionari, tra cui gli italiani, soprattutto al nord del Paese, dove avevano maggiore libertà di azione. Contrariamente al colonialismo francese e inglese, volto principalmente a diffondere la cultura, ciò non può dirsi per i dominatori portoghesi.

Quando questi lasciano il Mozambico, per un loro abbandono e non per una vittoria militare della popolazione, il Paese collassa per l'assenza di professionisti: diventa presidente della repubblica Samora Machel e si assiste ad un generale fenomeno di nazionalizzazione, anche per i beni della Chiesa. Il Paese torna all'età della pietra, con una guerra civile contro il comunismo, la Renamo, Resistenza nazionale nel Mozambico, in particolare nel centro e nel nord, finanziata dai sudafricani e dagli Stati Uniti, mentre il governo ha il supporto dell'Unione sovietica e, successivamente, della Cina. Una guerra fratricida, quella tra il 1975 e il 1992, al termine della quale il Paese si presenta isolato e senza sviluppo.

«La comunità di Sant'Egidio  - spiega don Giorgio - Ha conosciuto il Mozambico attraverso l'attuale vescovo Spreafico, dando vita, nel 1984, alla missione con cui la comunità si è impegnata sul territorio, in condizioni difficili e di sacrificio. Un paradiso terrestre vanificato dalla guerra». Un impegno non facile, considerati i forti rischi come quelli che hanno portato alla morte di due ragazzi volontari. Nel 1975 la comunità convince il presidente Michel a visitare Giovanni Paolo II a Roma, anche grazie all'aiuto di Andreotti, nonostante le divergenze di ideologia con il governo mozambicano. Nel 1976, dopo la morte di Michel per un incidente aereo su territorio sudafricano con circostanze ancora misteriose, è eletto presidente il più diplomatico ministro degli esteri Joaquim Chissano, che nel 1986, aiutato dalla comunità di Sant'Egidio, va in visita Giovanni Paolo II e lo invita in Mozambico. Viaggio che ha rappresentato una tappa decisiva per le trattative di pace, i cui lavori sono stati avviati l'a nno successivo nella sede della comunità a Trastevere. Colloqui andati avanti per molto tempo e che hanno portato ad una pace duratura, raggiunta il 4 ottobre 1992 con il cosiddetto "Accordo generale di pace", grazie all'ideale di fratellanza diffuso dalla comunità.

Una data determinante per lo sviluppo del Paese, anche se resta ancora in una condizione di povertà, segnata da calamità naturali e con ancora molta ignoranza in campo medico.
Un problema che interessa soprattutto il delicato tema dell'Aids, che ha visto un'intensa attività della comunità di Sant'Egidio per trovare una cura, al di là della mera prevenzione.
L'impegno, con il programma "Dream", ha portato all'individuazione di una terapia, anche se con diversi ostacoli e ostilità da parte delle autorità e delle organizzazioni che la ritenevano, invece, incurabile. Si è trovato il trattamento per le donne sieropositive per far nascere sano il bambino, nonché farmaci per permettere una longevità pari a quella delle persone sane. È stato possibile curare quasi la totalità dei casi ed è stato permesso l'allattamento dei bambini, grazie all'abbassamento della possibilità di infezione.

«L'amicizia di Sant'Egidio con questo Paese dopo la guerra non è diminuita ma è cresciuta  - ha affermato il sacerdote - Abbiamo centri dove diamo nutrizione a tanti bambini, importantissima per il loro sviluppo, dato anche l'esempio delle generazioni precedenti. Nel 2014 avevo chiesto di andare in missione: desiderio realizzato grazie al vescovo Ambrogio.
Un percorso che, dal gennaio 2017, mi ha portato a diventare il parroco della cattedrale di Maputo, una costruzione molto grande, che ospita 1100 persone, ma che si trovava in una condizione di degrado. Con molto lavoro siamo riusciti a radunare al catechismo circa 1700 bambini con cento catechisti, oltre ad aver effettuato diversi battesimi di adulti, tra cui musulmani, e aver introdotto la pratica dei funerali e della visita ai malati. Al contrario della situazione che vigeva negli anni '70 siamo riusciti ad arrivare ad un numero di fedeli pari a 900 persone durante la messa di Natale, sintomo del cambiamento di clima nel Paese».

«La gente ha compreso il nostro impegno attivo, in una situazione di estrema povertà che si manifesta soprattutto con il fenomeno dei bambini di strada, spesso non registrati all'anagrafe. Una condizione  - ricorda don Giorgio, raccontando episodi segnanti di vita quotidiana  - Che nel concreto significa non esistere».