«Non la condividiamo e la impugneremo». Poche battute per l'avvocato Enrico Pavia, difensore di parte civile nel processo per l'omicidio di Emanuele Morganti all'indomani della pubblicazione delle motivazioni della sentenza di condanna.

Tutte le parti in causa, a cominciare dalla procura, stanno lavorando per individuare i punti della sentenza che ritengono attaccabili per basare i cardini del ricorso in appello. Processo che potrebbe celebrarsi già questa estate. In appello molto si giocherà sull'entità della condanna che la Corte d'assise ha inflitto a Mario Castagnacci, Paolo Palmisani e Michel Fortuna, ovvero 16 anni, una pena molto vicina al massimo previsto per l'omicidio preterintenzionale.

«Sulla quantificazione della pena - ha scritto la Corte d'assise - incide l'esclusione del ricorrere sia della circostanza aggravante dei futili motivi, sia delle circostanze attenuanti generiche. Per i primi la Corte evidenzia che «lo stesso ufficio di procura... ha dichiarato che sono state vagliate tutte le possibili piste investigative, ma senza esito e senza che se ne potesse ricavare un movente per una aggressione scatenatasi in pochi minuti e conclusasi con l'evento letale. 

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Si aggiunga che la lite scatenatasi all'interno del locale, all'inizio nemmeno attingente gli imputati, non è ragionevolmente certo che abbia potuto rappresentare il motivo dell'aggressione alla vittima, oppure sia stata la mera occasione per tutto ciò che s'è verificato subito dopo».

Per la mancata concessione delle attenuanti rileva: «considerate le modalità e l'odiosità dei fatti accertati, l'atteggiamento processuale degli imputati (che non hanno manifestato il benché minimo segno di resipiscenza né di ravvedimento per il proprio gesto) s'è orientata» per non «riconoscere le circostanze attenuanti generiche richieste dalle difese. Per il Castagnacci ha, ulteriormente, pesato l'esistenza e l'entità dei precedenti da cui risulta gravato, seppur essi non siano stati considerati a titolo di recidiva».