Serena, un giallo lungo quasi vent'anni. Quasi. Perché con l'udienza preliminare di mercoledì prossimo per i cinque indagati - i Mottola, Quatrale e Suprano - la verità sembra più vicina. Più concreta. La battaglia di papà Guglielmo che, affiancato dall'avvocato Dario De Santis e dai consulenti - la dottoressa Laura Volpini e il generale Luciano Garofano - non ha mai smesso di cercare la verità sulla morte della figlia, ha permesso di arrivare a risultati impensabili: prima la riapertura del caso, ormai destinato a restare nei cassetti della procura; poi l'ipotesi avanzata dagli stessi inquirenti: Serena potrebbe essere stata uccisa in caserma.
Le nuove tecniche scientifiche hanno consentito di isolare tracce prima neppure immaginabili, al resto ci ha pensato l'intuito e la professionalità di consulenti come il generale Garofano, già comandante del Ris di Parma (e, tra le altre cose, anche presidente dell'Accademia Italiana di Scienze Forensi), che ha tracciato un'analisi chiara sul delitto di Arce. Domani i Mottola hanno annunciato di voler parlare dopo 19 anni, a pochi giorni dal processo. La squadra dei consulenti di papà Guglielmo è pronta.

Quanto è stato importante nella riapertura del caso di Serena, prossimo all'archiviazione, il contributo dell'approccio tecnico-scientifico da voi apportato come consulenti della difesa di papà Guglielmo?
«Credo fondamentale. Ricordo le mie preoccupazioni, quelle della dottoressa Volpini e dell'avvocato De Santis perché la procura era assolutamente intenzionata ad archiviare sulla base degli elementi che erano stati raccolti, anche attraverso le consulenze. Battagliammo moltissimo, anche alla luce delle tecniche che nel frattempo sapevamo più sofisticate per cercare di convincere la procura ad andare avanti. Eravamo convinti che ci potessero essere risultati nuovi: questa caparbietà ha pagato, perché non solo il caso ha continuato ad avere la sua vita investigativa. Ma anche perché sono stati fatti ulteriori accertamenti, sia in funzione alla riesumazione, sia in relazione agli accertamenti merceologici. E devo dire che il lavoro svolto dal Ris di Roma, come quello della dottoressa Cattaneo, è stato straordinario. Seguito ovviamente anche da noi».

Non c'era il rischio, dopo tutto il tempo trascorso, che i reperti fossero "compromessi"?
«Ero più che convinto che c'erano alcuni aspetti "bruciati", poiché alcuni reperti erano passati di mano in mano. Ma sapevo anche un'altra cosa: bisognava avere una visione d'insieme, con un approccio che fosse legato da una parte ad approfondimenti medico-legali, con professionisti tanto capaci come la professoressa Cattaneo; dall'altra al contributo di un laboratorio come quello del Ris che ben conosco e che esprime la più alta possibilità scientifica - con un'interconnessione di professionalità collegate fra loro - Il limite di ogni consulenza è che la stessa si muove solo nel suo ambito scientifico. Quando vi è, invece, la possibilità di confrontare in un unico laboratorio i medesimi reperti che possono essere analizzati con più tecniche, allora si è intrapresa la strada giusta. Per questo abbiamo insistito affinché fosse possibile utilizzare nuove tecniche, consci che c'erano altri campi da esplorare. Il compito dei consulenti di parte è quello di suggerire, quando c'è una indagine aperta. Lo stesso pm si è dichiarato favorevole ad ampliare lo spettro delle verifiche e noi non possiamo che rendergliene atto».

Un sistema Yara anche per Serena. Resta, però, un punto oscuro: la traccia che non ha un "proprietario", quella sullo scotch. Poteva essere fatto qualche altro passaggio?
«Credo di no, alla luce delle conoscenze attuali. Tutto quello che poteva essere salvato è stato salvato, tutto ciò che poteva essere confrontato è stato confrontato. E ciò che poteva essere messo in evidenza - mi riferisco agli aspetti del dna vegetale del legno della porta - è stato cercato, analizzato e comparato. D'altra parte, dobbiamo pensare che ci troviamo a lavorare nell'ambito di un omicidio retrodatato in cui dobbiamo fare anche i conti con una contaminazione innocente (non voluta), legata a tutti i passaggi subiti dai reperti ma legata anche alle attività sulla scena del crimine: quelle di confezionamento degli stessi reperti in origine - quando, cioè, fu scoperto il corpo di Serena - che non erano di certo guidate dalle competenze e dalle conoscenze di oggi. Però, altro non credo che si possa dire».

Nella conferenza stampa (la prima) indetta dai Mottola si è parlato di un colpo circolare sferrato sulla testa di Serena con un corpo piatto e liscio. A suo avviso è plausibile?
«Non so quali esperimenti abbia condotto la difesa, ma posso affermare che la compatibilità che è stata messa in evidenza dalla professoressa Cattaneo con i suoi studi è molto importante. Non tutto è dna, non tutte sono impronte digitali. Voglio dire che non sempre c'è una corrispondenza univoca tra le cose ma credo che la proposta fatta dalla professoressa Cattaneo sia la più convincente».

In merito a Tuzi, una possibile riesumazione potrebbe apportare elementi ulteriori?
«Quando ci troviamo di fronte a situazioni in cui si insinua il dubbio tra suicidio e omicidio o comunque laddove anche il suicidio esibisce delle perplessità, credo che non sia impossibile pensare anche alla riesumazione. Tuttavia il tipo di colpo, la traiettoria - in casi del genere - non aiuta. Omicidio o suicidio? Il colpo a contatto potrebbe indicare un suicido o un omicidio, un colpo non a contatto è meno legato all'ipotesi di suicidio. Eppure se è quasi a contatto potrebbe raccontare entrambe le evenienze. Quindi, non credo che la riesumazione - fondata sul tipo di colpo da arma da fuoco - possa aiutare. Ci sono altre tracce da indagare in casi simili: quelle della polvere da sparo o le tracce di sangue. Da questo punto di vista non credo che la riesumazione, pure plausibile per la famiglia, possa aiutare a capire meglio cosa sia accaduto e le dinamiche che hanno portato alla morte del brigadiere Tuzi».

Un pensiero per papà Guglielmo, ancora in ospedale...
«Credo che il malore sia anche un po' il risultato degli eventi, non penso soltanto all'omicidio della figlia. Ma anche a questa dura e lunga battaglia che lui ha condotto. Da una parte l'ha sfinito, dall'altra lo ha fatto sicuramente concentrare sui presunti colpevoli - ci tengo a dire che gli indagati sono solo indagati: occorre sempre aspettare il terzo grado di giudizio - Concentrato com'era in questa ricerca della verità non ha pensato molto a se stesso. Si è trascurato. Quindi il mio pensiero va a lui con la stessa forza con cui l'ho conosciuto, augurandogli che anche ora torni in prima fila per dare a tutti la forza necessaria: a noi che lo abbiamo seguito, ma anche agli avvocati e ai magistrati impegnati nella ricerca della giustizia. Affinché siano davvero obiettivi e sappiano arrivare alla verità, una verità che ci attendiamo davvero da moltissimi anni».