Non demonizzare l'uso dei social, ma censurare, sì, l'uso distorto che si fa delle piazze virtuali che, invece di essere luoghi, benché immateriali, di incontro e di confronto, si trasformano, con una preoccupante facilità e ripetitività, in zone franche in cui l'insulto sembra quasi essere diventata la regola.

La "crociata" è stata indetta, qualche mese fa, nel giorno delle Ceneri 2019, dal vescovo di Frosinone e presidente della Commissione Episcopale per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso, monsignor Ambrogio Spreafico: «non è detto che tutto ciò che è condiviso e apprezzato sia sempre il bene. Basta vedere quanto facilmente si condividono sui social giudizi e parole sprezzanti, insulti, cattiverie. Quel "mi piace" a un insulto o a una cattiveria, cari amici, per noi cristiani è un peccato che va riconosciuto e confessato» ebbe a dire il vescovo.

Il richiamo della massima guida spirituale della diocesi è stato ed è quanto mai attuale e merita di non essere sottovalutato, tanto che è stato ribadito nei giorni scorsi. Sono sempre maggiori e quotidiani gli episodi in cui la rete diventa un generatore e un amplificatore di violenza. Un problema abbastanza diffuso e di una gravità impressionate, soprattutto se si considera che, nei casi estremi, può portare addirittura al suicidio coloro che sono bersagliati da questi attacchi.

«Soprattutto online – ha spiegato più volte Spreafico – è facile condividere con facilità frasi, giudizi, prese di posizione, senza riflettere. Quel clic con il nostro ditino con cui scriviamo il nostro like non sempre esprime umanità, cioè ciò che dovremmo essere tutti, al di là delle legittime differenze di opinioni e di giudizi, che fanno la ricchezza di una società in dialogo continuo».

Per il vescovo, infatti, come ha più volte ribadito pubblicamente, «questo semplice clic significa condividere il male, perché un insulto detto a voce o scritto è comunque male, fa male e chi lo condivide è complice del male e di un atto di mancanza di umanità, anzi moltiplica il male e lo rende ancora più pesante. Mi viene in mente quanto dice Gesù nel discorso della montagna: Chi dice al fratello "stupido", dovrà essere sottoposto al sinedrio (l'organo religioso giudicante del tempo); e chi gli dice "pazzo" sarà destinato al fuoco della Geenna (cioè all'inferno). Sono parole chiare che mettono in guardia da un linguaggio violento, e da chi lo condivide, da cui nascono tante inimicizie, divisioni, esclusioni, guerricciole che non fanno il bene di nessuno, non solo dei cristiani. Gesù addirittura le considera causa di quell'inimicizia che può portare fino all'eliminazione dell'altro».

Un tema di stringente attualità che ha portato alla istituzione, nella diocesi di Frosinone, di una commissione composta da docenti, tra cui Annamaria Pizzutelli, Gianni Guglielmi e Pietro Alviti, che, ascoltando anche le opinioni degli studenti con cui si relazionano ogni giorno, ha elaborato un decalogo che richiama precetti comportamentali e valoriali e che a breve sarà diffuso in tutte le scuole della diocesi e a tutti gli studenti.

Un decalogo che vuole indicare il giusto uso dei social, non certamente bandirlo come ha spiegato Annamaria Pizzutelli: «Abbiamo elaborato un decalogo sull'uso dei social network che nasce dalla constatazione che facciamo tutti quotidianamente, ovvero che da strumenti positivi sono diventati terreno di scontro, luogo di insulti. Naturalmente questo aspetto non poteva passare sotto silenzio e non poteva sfuggire alla nostra attenzione.

Un gruppo di insegnanti, tra cui Gianni Guglielmi e Pietro Alviti, ha elaborato questo piccolo prontuario di regole, ascoltando anche i ragazzi, i quali, meglio di tutti, sanno evidenziare delle sfumature che all'occhio dell'adutlo possono sfuggire. Un decalogo valido per credenti e non credenti e che ci invita a comprtarci meglio e soprattutto a conisderare i social network come un luogo di sviluppo delle relazioni sociali e non come uno strumento di offesa, magari nascondendosi dietro l'anonimato».

«È giusto darsi delle regole - ha detto Pietro Alviti - si tratta di essere buoni e di comportarsi da cristiani anche sui social, rispettando gli altri». E cosa dice il decalogo? 1. Le persone che "incontri" sui social sono reali. Sono come te, persone che gioiscono, soffrono, amano… vanno semprerispettate! 2. Le parole servono a comunicare. Danno senso a ciò che siamo e che viviamo… non usarle male, possono ferire e anche uccidere! 3.

Le parole hanno bisogno di essere… pensate. Prenditi tutto il tempo necessario per scegliere quelle più adatte! 4. Quello che scrivi sui social lascia un "segno". È la tua impronta digitale che ti connoterà per lunghi periodi. Chiunque scriverà il tuo nome su un motore di ricerca vedrà questa impronta… 5. Le opinioni sono… opinabili, mentre le persone sono intoccabili/sacre. Se qualcuno non la pensa come te non per questo è da odiare o da combattere o da insultare. È qualcuno con cui discutere… non un nemico! 6.

La condivisione di immagini e post non è un gesto automatico. I testi e le immagini da condividere vanno letti e valutati… se condividi una notizia falsa, anche tu contribuisci alla menzogna. 7. Gli insulti non sono argomenti e i like agli insulti sono… insulti. 8. La riservatezza sulla propria vita è un valore. Non è necessario scrivere tutto proprio tutto di quello che fai…. 9. La corrispondenza tra quello che scrivi sui social e quello che diresti a voce è fondamentale. Non nasconderti dietro uno schermo! 10. I "mila " amici sui social non sono amici ma conoscenti. Impegna il tuo tempo per costruire e mantenere relazioni vere di amicizia e affetto!