Il Giudice del Tribunale di Frosinone ha assolto una trentenne di Ceccano dall'accusa di aver occupato abusivamente un alloggio delle case popolari nel quartiere Di Vittorio.
La giovane, disoccupata e con due figli di due e quattro anni, era entrata nell'appartamento inizialmente occupato dal legittimo assegnatario, il quale successivamente si era trasferito altrove lasciandolo libero.

La scelta era stata dettata dalla disperazione, perché le condizioni di salute di uno dei due bambini la costringevano a rivolgersi periodicamente alle cure dell'ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma. E così la donna, scoraggiata dall'attesa infinita per vedersi riconoscere la regolare assegnazione di un alloggio, ormai perduta ogni speranza, ha deciso di tentare il tutto per tutto. È entrata nell'appartamento e vi è rimasta; con le sue mani lo ha reso pian piano confortevole per i suoi bambini e infine è andata ad autodenunciarsi alla caserma dei carabinieri, segnalando la propria vicenda anche all'Ater. Per diverso tempo, nell'incertezza, l'Ater ha anche provveduto ad inviarle i bollettini dei canoni di affitto, che la donna ha sempre puntualmente pagato con l'aiuto della Caritas.

Dopo qualche tempo, però, è arrivata l'intimazione a sgomberare l'alloggio, non essendone assegnataria, dopo averlo riadattato e reso più vivibile e pulito. La donna è stata irremovibile e ha scritto nuovamente all'Ater chiedendo tempo, raccontando di nuovo la sua situazione e facendo presente di non aver altro posto in cui andare, e che comunque si sarebbe rifiutata categoricamente di portare i suoi figli per strada.

Citata in giudizio, la donna si è presentata al Giudice assistita dall'avvocato Filippo Misserville: la difesa ha mostrato tutti i certificati medici che attestavano le condizioni di salute del bambino, oltre alle numerose segnalazioni della madre, rimaste inascoltate, e alle ricevute dei pagamenti per l'affitto dell'alloggio che in questi anni le erano stati richiesti dall'Azienda, e ne ha chiesto l'assoluzione con la scriminante dello stato di necessità, per aver agito allo scopo di evitare un male alla sua famiglia. Sullo sfondo, l'ombra di un inquietante commercio illegale delle abitazioni di edilizia popolare: per entrare, alla donna sarebbe stato chiesto il pagamento di 5.000 euro. Ieri la sentenza e la sua assoluzione.