Blatte, materassi a terra senza reti, condizioni igienico-sanitarie al limite dell'umana accettazione. Per i magistrati di piazza Labriola, però, con i soldi destinati dallo Stato a rendere dignitosa la vita dei richiedenti asilo sarebbero stati acquistati persino suv e Bmw X1 e X3, in leasing, per le cooperative. Oltre a lavori per piscine e ville di alcuni dei coinvolti.

Ma, dice la magistratura, per raggiungere questo obiettivo si dovevano gestire i controlli all'interno delle coop perché troppo rischiosi. Era Michele Murante, per gli inquirenti, a espletare consulenze per risolvere questioni relative all'erogazione dei corrispettivi servizi prestati o nell'indicare le modalità con cui utilizzare nel progetto Sprar alcune auto di recente acquisto (le Bmw, appunto); oppure nel segnalare le anomalie che potevano pregiudicare l'operazione sul piano amministrativo, indicando eventuali "correttivi". Le consulenze, però, non sarebbero risultate gratuite: «il corrispettivo era l'assunzione di familiari con contratti a progetto o di consulenza - si legge ancora nell'ordinanza - è nella retribuzione di queste figure quella "utilità" che si atteggia a elemento costitutivo del delitto di corruzione».

Il funzionario avrebbe, secondo il quadro accusatorio, fornito informazioni al figlio tali da consentire l'elusione dei controlli affidati proprio al settore rendicontazione dello Sprar. Non solo. In alcune conversazioni tra gli indagati emergerebbe un confronto sulle modalità con cui - ad esempio - depistare l'Agenzia delle Entrate spostando la sede legale delle società, così da impedire il rintraccio delle stesse e il dilatarsi della durata dei controlli.

«Eh, ma senti... Perché noi invece non chiudiamo immediatamente la sede legale lì e non ci facciamo trovare, cioè rinviamo. Cioè, ma che... noi stiamo in ferie... Stiamo pensando a loro!». Una serie di piccoli escamotage per «contrastare la prospettazione dell'organo accertatore». «È importante far riconoscere il discorso che non ci sono operazioni oggettivamente inesistenti. Il discrimine è quello!» si dicono al telefono altri indagati. Alla luce del sole tutto, però, doveva essere regolare.

È lo stesso funzionario a insistere sulla bontà del progetto Sprar e sulla legittimità e regolarità dei documenti di spesa prodotti. Finendo persino per esercitare una velata pressione sugli amministratori di un ente locale: «Dovete essere meno abbottonati, più larghi di vedute perché questi progetti sono attenzionati dal Ministero. E hanno tutte le caratteristiche per andare a buon fine».

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Non solo sul cibo. Per ottenere ingiusti profitti sulle spalle dei richiedenti asilo, si "risparmiava" pure sugli abiti. Al punto che si sarebbe provveduto a vestire quattro immigrati con vestiti e scarpe idonei, invece, solo per la metà. Al punto che taluni, scrive il gip Di Croce, erano rimasti senza scarpe e pantaloni. «Allora, ci sta quello nuovo che è arrivato, l'ultimo che è arrivato quello sono andata io a prenderlo...E poi ci stanno gli altri due che praticamente...Io ne ho vestiti quattro con due schede. Quindi mancavano i pantaloni e le scarpe. Mi ha dato due schede: uno per questo qua,che si deve vestire nuovo. E una, con una scheda, ci faccio due pantaloni...Perché stanno senza pantaloni».

È questo il tenore delle conversazioni tra una dipendente delle coop e Scittarelli, finito nell'inchiesta "Welcome to Italy" insieme ad altri 24 indagati per una ipotesi di associazione a delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato inrelazione alla gestione dell'accoglienza degli immigrati. Dalla corposa ordinanza a firma del dottor Di Croce, che ha condiviso appieno le risultanze della GuardiadiFinanza edellaPolizia, tanti elementi che suonano davvero come un pugno allo stomaco. Gli stranieri protestavano perché avevano fame: «Un pacco di biscotti da settecentocinquanta grammi e due litri di latte...Questi dopo dieci giorni non ce li hanno più! E infatti loro stamattina mi hanno detto "C'abbiamo fame!» viene fuori dalle intercettazioni. Cibo scadente e insufficiente.

In alcuni casi, il Nas avrebbe rilevato chegli ospiti provvedevano da soli all'acquisto degli alimenti oltre a riscaldamenti non funzionanti, muffe, lavatrici rotte. Non solo. Nelle pagine dell'inchiesta coordinata dalla procura di Cassino dal procuratore D'Emmanuele e dal sostituto Mattei e affidata agli uomini della Finanza del Gruppo di Cassino, agli ordini del colonnello Rapuano, e del Commissariato guidato dal vice questore Mascia molto di più. Secondo le accuse, parte dei fondi destinati alle pulizie e all'al fabetizzazione degli stranieri, sarebbe invece stata "distratta" e destinata a sostenere spese private dei coinvolti. Come le Bmw acquistate in leasing per le cooperative.

La prova documentale di queste ipotesi verrebbe a trovarsi, secondo gli inquirenti, in quel documento denominato"Turni dipulizie del mese di aprile 2016" all'in terno di una delle coop interessate: su quel foglio il nome dell'elen co degli ospiti "reclutati" nell'espletare i servizi di pulizia da soli, in totale violazione delle prescrizioni del capitolato speciale d'ap palto relativo all'assegnazione dei servizi di accoglienza della prefettura. I coinvolti, secondo i magistrati, erano consapevoli delle inadempienze, cercando soprattutto in concomitanza dei controlli da parte di Asl o Nas di sistemare in pochi giorni strutture fatiscenti. E istruendo gli operatori durante le ispezioni a parlare il meno possibile per evitare complicazioni: «Stanno in caserma! Stanno già là! Gli ho detto di non parlare troppo...».

Tra le contestazioni dei servizi non resi ci sarebbe anche la mancata attivazione dei corsi obbligatori. Così quando le forze dell'ordi ne contestano di non avere documenti validi per verificare il numero delle lezioni impartite nonché la data delle stesse, gli amministratori delle strutture apparivano in difficoltà: le insegnanti non avevano un registro delle presenze e di fatto l'unico documento era un foglio interno. «Il tenore delle conversazioni tra i coinvolti dimostra in modo inequivoco l'in tenzione di procurarsi una falsa attestazione sull'esistenza dicorsi di insegnamento della lingua italiana per gli stranieri accolti in emergenza scrive in un altro passaggio il gip in modo da utilizzare la relativa documentazione per difendersi dalle contestazioni».

di: Carmela Di Domenico